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Ci sono personaggi che entrano nella storia.

E poi ci sono personaggi che arrivano con l’aria di volerla riscrivere.

Sonic era così.

Blu.

Scarpe rosse.

Sguardo sicuro.

Un dito alzato.

E soprattutto quella faccia da uno che non aveva nessuna intenzione di chiedere il permesso a nessuno.

Nemmeno a Mario.

Quando Sonic arrivò, Mario era già Mario.

Era il volto del videogioco.

Il personaggio che tutti conoscevano.

Il riferimento.

Il trono sembrava occupato.

Poi arrivò un riccio blu.

E cominciò a pungerlo.

IO SONIC LO AMAVO

Non era semplicemente simpatia.

Io Sonic lo amavo davvero.

E ancora prima di capire fino in fondo perché, c’erano già due cose che mi attiravano.

Il personaggio.

E il modo in cui veniva presentato.

Sonic non sembrava il protagonista tranquillo di un videogioco.

Sembrava avere fretta.

Sembrava quasi infastidito dall’idea di stare fermo.

Lasciavi il controller per qualche secondo e lui cominciava a battere il piede.

Ti guardava.

Come per dire:

“Ci vogliamo muovere?”

Una piccola animazione.

Ma dentro c’era già tutto Sonic.

PRIMA DI INTERNET C’ERA LA TV

E poi c’era la televisione.

Quella televisione dei primi anni Novanta.

Le reti Fininvest, quelle che oggi associamo al mondo Mediaset.

Gli spot.

Le promozioni.

I testimonial.

Jerry Calà.

Mancini.

Volti che passavano continuamente davanti ai nostri occhi.

E in mezzo a quel linguaggio televisivo entravano anche videogiochi e console.

Oggi un gioco arriva attraverso trailer 4K, social, YouTube, Twitch, reaction, leak, influencer.

Allora bastava molto meno.

Un servizio.

Uno spot.

Una pubblicità vista nel momento giusto.

E improvvisamente quel gioco diventava l’unica cosa di cui volevi parlare il giorno dopo.

Sonic sembrava nato apposta per quella televisione.

Veloce.

Colorato.

Rumoroso.

Immediatamente riconoscibile.

Non avevi bisogno di sapere niente.

Lo vedevi correre.

E volevi correre anche tu.

GREEN HILL ZONE

Poi partiva Green Hill Zone.

E lì finiva ogni discussione.

Palme.

Cielo blu.

Ponti.

Anelli.

Molle.

Loop impossibili.

Sonic iniziava a prendere velocità e lo schermo sembrava improvvisamente non riuscire più a contenerlo.

Era questa la prima differenza che percepivi.

Con Sonic non avevi la sensazione di attraversare semplicemente un livello.

Avevi la sensazione di lanciarlo.

Prendevi velocità.

Entravi in un loop.

Volavi.

Atterravi.

Ripartivi.

E quando tutto funzionava bene, quasi smettevi di pensare ai pulsanti.

Ti lasciavi trascinare.

GLI ANELLI

Poi c’erano gli anelli.

Quel suono.

Inconfondibile.

Uno.

Due.

Dieci.

Venti.

Poi prendevi un colpo.

E improvvisamente esplodevano dappertutto.

Una cascata di anelli che rimbalzavano mentre tu cercavi disperatamente di recuperarne almeno uno.

Perché bastava quello.

Un solo anello.

E potevi ancora vivere.

È uno di quei sistemi talmente semplici che oggi rischiamo quasi di dimenticare quanto fossero intelligenti.

Non servivano barre della vita piene di numeri.

Sapevi immediatamente come stavi.

Hai anelli?

Continua.

Non ne hai?

Adesso sono cazzi.

MARIO O SONIC?

Con gli amici, a volte, sembrava che bisognasse scegliere.

Mario o Sonic.

Come se amare uno significasse automaticamente dover stare contro l’altro.

Ma io non ci riuscivo.

Amavo entrambi.

E forse proprio per questo percepivo ancora meglio quanto fossero diversi.

Mario aveva qualcosa di perfetto.

Sonic aveva qualcosa di irresistibile.

Mario era precisione.

Sonic era energia.

Mario sembrava dirti:

“Calcola bene il salto.”

Sonic sembrava dirti:

“Prova a starmi dietro.”

Uno ti faceva sentire a casa.

L’altro ti faceva venire voglia di vedere quanto lontano potevi arrivare.

Erano due modi completamente diversi di emozionarti.

MA SONIC NON ERA IL SECONDO

Ed è qui che, secondo me, bisogna essere chiari.

Oggi è facile guardare indietro e mettere Mario in una categoria irraggiungibile.

Ed è giusto riconoscere ciò che Mario rappresenta.

Ma chi ha vissuto davvero quel periodo sa che per alcuni anni la sensazione era molto diversa.

Sonic non sembrava affatto il secondo.

Non sembrava quello che cercava disperatamente di raggiungere Mario.

Sembrava uno che gli fosse arrivato accanto.

E che avesse iniziato a correre.

Per una fase della nostra generazione Sonic era persino più cool.

Più aggressivo.

Più giovane.

Più veloce.

Più vicino a quell’immaginario che iniziava a diventare adolescenziale.

Mario rappresentava la storia del videogioco.

Sonic sembrava rappresentarne il futuro.

IL RICCIO CHE PUNGEVA IL TRONO

Il punto non è stabilire chi fosse migliore.

Non mi interessa.

Non è una classifica.

È una sensazione.

Mario aveva il trono.

Sonic arrivò con abbastanza personalità da riuscire davvero a pungerlo.

E non con un clone.

Non cercando di essere Mario.

Facendo esattamente il contrario.

Mario aveva i suoi salti.

Sonic aveva la velocità.

Mario aveva una compostezza quasi eterna.

Sonic aveva atteggiamento.

Mario sorrideva.

Sonic sembrava sfidarti.

Ed è proprio questo che lo rese pericoloso.

Perché non voleva prendere il posto di Mario facendo la stessa cosa.

Voleva convincerti che il videogioco potesse essere qualcos’altro.

DR. ROBOTNIK

E naturalmente dall’altra parte c’era Dr. Robotnik.

Eggman.

Perfetto anche lui.

Rotondo.

Meccanico.

Ridicolo e minaccioso allo stesso tempo.

Sonic era velocità, natura, libertà.

Robotnik era fabbrica, macchina, controllo.

Animali chiusi dentro automi.

Ambienti trasformati.

Metallo ovunque.

Non avevamo bisogno di leggere cinquanta pagine di lore.

Il linguaggio era chiarissimo.

Corri.

Distruggi le macchine.

Libera gli animali.

Ferma quell’uomo.

TAILS

Poi arrivò Tails.

Miles “Tails” Prower.

Due code.

La possibilità di volare.

Una personalità completamente diversa.

Meno spavaldo.

Più dolce.

Quasi il fratellino di Sonic.

E funzionava proprio perché non cercava di essere lui.

Sonic correva davanti.

Tails lo seguiva.

E all’improvviso quel mondo aveva già qualcosa in più.

Non più soltanto un protagonista.

Ma una coppia.

KNUCKLES

Poi arrivò Knuckles.

Rosso.

Più duro.

Più serio.

Più fisico.

Il rivale.

E anche qui Sonic dimostrava di poter reggere personaggi che non fossero semplici comparse.

Knuckles aveva abbastanza identità da sembrare immediatamente qualcuno.

Non “il personaggio rosso”.

Knuckles.

A quel punto l’universo iniziava davvero ad allargarsi.

LE CHAOS EMERALD

E poi le Chaos Emerald.

Prima ancora che iniziassimo a parlare ossessivamente di lore, universi narrativi e mitologie videoludiche, noi le volevamo.

Punto.

Volevamo entrare nelle special stage.

Volevamo raccoglierle.

Volevamo capire cosa succedeva dopo.

E quando compariva Super Sonic…

era fatta.

Quella forma gialla.

Quella velocità.

Quella sensazione di aver sbloccato qualcosa che il gioco quasi non voleva concederti.

Era un premio.

Ma sembrava anche un segreto.

LA MUSICA

E Sonic senza musica non sarebbe Sonic.

Green Hill Zone.

Chemical Plant.

Casino Night.

Ice Cap.

Temi che non si limitavano ad accompagnare i livelli.

Li definivano.

La musica aveva ritmo.

E Sonic aveva bisogno di ritmo.

Quando un livello funzionava davvero, tutto sembrava sincronizzarsi.

Corsa.

Salto.

Molla.

Loop.

Atterraggio.

Accelerazione.

Era quasi coreografia.

CHEMICAL PLANT

Poi arrivava l’acqua.

E lì Sonic smetteva improvvisamente di essere il personaggio più veloce del mondo.

Sotto acqua diventava vulnerabile.

Lento.

E partiva quel conto alla rovescia.

Quel suono.

Chi lo ha vissuto lo sente ancora adesso.

Non servivano dialoghi.

Non serviva una cutscene.

Non serviva una scritta:

“ATTENZIONE, STAI PER MORIRE.”

Bastavano poche note.

E tu entravi nel panico.

Quella è scuola di game design.

SONIC 2

Con Sonic 2 tutto sembrò diventare ancora più grande.

Tails.

Lo Spin Dash.

Più velocità.

Più spettacolo.

Più Sonic.

Era come se il primo episodio avesse mostrato l’idea.

E il secondo avesse detto:

“Adesso guardate cosa possiamo farci.”

SONIC 3 & KNUCKLES

E poi Sonic 3.

Sonic & Knuckles.

La cartuccia lock-on.

Una cosa che oggi raccontata sembra quasi archeologia tecnologica.

Prendevi una cartuccia.

La aprivi.

Ci mettevi sopra un altro gioco.

E succedeva qualcosa.

Niente account.

Niente download.

Niente patch.

Niente aggiornamento da trenta giga.

Plastica.

Contatti.

Una cartuccia sopra un’altra.

Per noi era magia.

UN’ICONA COSTRUITA PER ESSERE RICONOSCIBILE

Sonic era stato progettato per diventare un simbolo.

E si vedeva.

Il blu.

Le scarpe rosse.

Le punte.

Lo sguardo.

La silhouette.

Il dito alzato.

Tutto era immediatamente leggibile.

Ma il miracolo è che non rimase soltanto un’operazione di marketing.

A un certo punto Sonic smise di sembrare “la mascotte di qualcuno”.

Diventò Sonic.

E questa è la differenza tra un personaggio commerciale e un’icona.

PIÙ COOL DI MARIO?

E allora diciamola.

Per un periodo, Sonic fu più cool di Mario?

Per me sì.

E non credo di essere stato l’unico.

Non significa dire che fosse sempre migliore.

Non significa cancellare Mario.

Io Mario lo amavo.

E lo amo.

Ma c’è stata una fase in cui Sonic aveva qualcosa che Mario non cercava nemmeno di avere.

Quell’aria da ribelle.

Quell’impazienza.

Quella velocità.

Quella personalità quasi adolescente.

Mario era il re.

Sonic era quello che arrivava davanti al castello facendo sgommare le scarpe.

POI ARRIVÒ IL 3D

Naturalmente il tempo passa.

Il videogioco cambia.

Arriva il 3D.

E per un personaggio costruito intorno alla velocità non tutto può essere semplice.

Sonic ha avuto momenti enormi.

Momenti confusi.

Esperimenti.

Giochi straordinari.

Giochi molto meno straordinari.

Ha perso direzioni.

Ne ha trovate altre.

È caduto.

È ripartito.

Ma non è mai sparito.

SONIC ADVENTURE

Con Sonic Adventure sembrò quasi di assistere a una nuova trasformazione.

Un altro Sonic.

Più moderno.

Più estremo.

Più vicino alla fine degli anni Novanta.

Il mondo tridimensionale.

Una nuova estetica.

Una nuova velocità da interpretare.

Non tutto sarebbe stato perfetto.

Ma ancora una volta Sonic stava facendo quello che aveva sempre fatto.

Non restare fermo.

E OGGI È ANCORA QUI

Questa forse è la prova più grande.

Sonic è ancora qui.

Videogiochi.

Cinema.

Merchandising.

Generazioni nuove che magari non hanno mai visto un Mega Drive in vita loro e conoscono comunque quel riccio blu.

Un personaggio nato all’inizio degli anni Novanta per sembrare moderno è riuscito a sopravvivere al proprio concetto di modernità.

Non è poco.

Perché “cool” invecchia velocemente.

Le icone no.

IL MIO SONIC

Ma quando penso a Sonic non penso prima ai numeri.

Non penso alle vendite.

Non penso alle strategie aziendali.

Non penso alla guerra delle console.

Quella è un’altra storia.

E la racconteremo.

Io penso al riccio.

Penso a Green Hill.

Penso agli anelli.

Penso a quel rumore quando li perdevi tutti.

Penso alla televisione.

Alle promo.

Agli amici.

A quelle discussioni infinite su Mario e Sonic.

E penso a quanto fosse bello poter amare entrambi senza aver bisogno di scegliere davvero.

MARIO AVEVA IL TRONO

Mario aveva il trono.

E lo meritava.

Ma Sonic fece qualcosa che pochissimi personaggi nella storia del videogioco sono riusciti a fare.

Gli arrivò davanti.

Lo guardò.

Batté il piede.

E cominciò a correre intorno al castello.

Non riuscì a cancellare Mario.

Non doveva farlo.

Gli bastò dimostrare che poteva esistere un’altra icona.

Diversa.

Fortissima.

Riconoscibile.

E per un periodo persino capace di sembrare più veloce del re.

VERDICT

Sonic non è stato “l’alternativa a Mario”.

È questa la cosa che mi interessa ricordare.

Sonic è stato Sonic.

Un personaggio abbastanza forte da costruirsi un posto tutto suo.

Abbastanza riconoscibile da attraversare generazioni.

Abbastanza diverso da permettermi di amare lui e Mario senza percepire davvero una contraddizione.

E abbastanza potente, almeno per alcuni anni, da farci credere che il trono del videogioco non fosse più così irraggiungibile.

Mario era il re.

Ma c’era un riccio blu che correva intorno al suo regno.

E ogni volta che passava…

quel trono sentiva una piccola puntura.

SONIC.

Il riccio che pungeva il trono di Mario.

cRASh


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