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Ci sono personaggi che appartengono ai videogiochi.
E poi c’è Mario.
Mario appartiene ai ricordi.
Prima ancora delle cinematiche, dei mondi aperti, del ray tracing, degli aggiornamenti da cento gigabyte e delle console collegate permanentemente a Internet, bastavano poche cose.
Uno schermo.
Un controller.
Qualche pixel.
Un tubo verde.
E quel piccolo omino con i baffi.
Per me Mario non è mai stato semplicemente uno dei tanti personaggi dei videogiochi.
È stato IL personaggio.
Quello che, quando penso alla parola “videogioco”, riesce ancora oggi a comparire da qualche parte nella memoria prima di quasi tutti gli altri.
E la cosa assurda è che continua a funzionare.
Dopo decenni.
Dopo generazioni di console.
Dopo che il videogioco è diventato qualcosa di enormemente più grande, complesso e tecnologico.
Mario è ancora lì.
E continua semplicemente a saltare.
IL PRIMO SALTO
Il mio incontro con Mario avvenne con il NES.
8 bit.
Oggi potremmo guardare quelle immagini e vedere soltanto pochi pixel colorati.
All’epoca erano mondi interi.
C’erano blocchi sospesi nel cielo, monete, funghi, tartarughe, tubi verdi e castelli che sembravano lontanissimi.
E c’era quella sensazione meravigliosa che ogni schermata potesse nascondere qualcosa.
Un passaggio segreto.
Una vita.
Una stanza.
Una scorciatoia.
Un tubo in cui entrare.
Non avevamo bisogno di tutorial lunghi mezz’ora.
Il gioco ti spiegava tutto facendoti giocare.
Vai a destra.
Corri.
Salta.
Sbaglia.
Riprova.
Ed è probabilmente una delle lezioni più semplici e perfette mai costruite nella storia del videogame.
Mario cadeva.
E tu ricominciavi.
Ancora.
Ancora.
Ancora.
Senza nemmeno chiederti perché.
NON ERA SOLO MARIO
Naturalmente non c’era soltanto lui.
C’era Luigi.
Per anni il fratello, il secondo controller, il personaggio che inevitabilmente qualcuno doveva scegliere quando si giocava insieme.
Poi sarebbe diventato molto di più.
C’era Peach.
C’era Bowser.
C’erano personaggi che, generazione dopo generazione, sarebbero diventati parte di un immaginario collettivo gigantesco.
Ma soprattutto c’era un universo che sembrava immediatamente riconoscibile.
Nintendo aveva creato qualcosa che non aveva bisogno di spiegazioni.
Bastava vedere quei colori.
Sentire poche note.
Riconoscere una moneta.
E sapevi già dove eri.
SUPER MARIO WORLD
Poi arrivò il Super Nintendo.
E arrivò Super Mario World.
Per me fu uno di quei momenti in cui capisci che una console nuova non significa semplicemente “grafica migliore”.
Significa che improvvisamente quel mondo che conoscevi può diventare molto più grande.
Più colorato.
Più vivo.
Più pieno di possibilità.
E soprattutto arrivò Yoshi.
Ancora oggi basta vedere quel piccolo dinosauro verde per riportarmi immediatamente a quell’epoca.
Yoshi non sembrava un’aggiunta.
Sembrava che fosse sempre dovuto essere lì.
Super Mario World aveva quella capacità incredibile di essere immediatamente comprensibile e allo stesso tempo pieno di segreti.
Uscite alternative.
Percorsi nascosti.
Livelli che cambiavano.
Strade che apparivano sulla mappa.
Era uno di quei giochi che sembravano non finire mai davvero, perché anche quando pensavi di conoscere tutto continuavi a chiederti:
“E se provassi da quella parte?”
IL GIORNO IN CUI MARIO ENTRÒ NELLO SCHERMO
Poi accadde qualcosa di completamente diverso.
Super Mario 64.
Per chi ha vissuto quel salto generazionale è difficile spiegare oggi quanto fosse impressionante.
Mario non si muoveva più soltanto da sinistra verso destra.
Poteva andare ovunque.
Davanti.
Dietro.
Intorno.
Poteva correre dentro un ambiente tridimensionale.
Poteva girare attorno agli oggetti.
Esplorare.
Saltare dentro un quadro e finire letteralmente in un altro mondo.
Oggi siamo abituati a spazi tridimensionali enormi.
Allora sembrava magia.
Prendere in mano quel controller e muovere Mario liberamente era una sensazione completamente nuova.
Era come se uno dei personaggi della nostra infanzia fosse improvvisamente uscito dal televisore e avesse conquistato lo spazio.
E forse è proprio lì che Mario dimostrò qualcosa che avrebbe continuato a dimostrare per tutta la sua storia:
non era legato a una tecnologia.
Era capace di attraversarla.
OGNI GENERAZIONE HA AVUTO IL SUO MARIO
Il tempo passava.
Le console cambiavano.
Il videogioco cambiava.
E Mario continuava a reinventarsi.
Super Mario Galaxy prese una meccanica che conoscevamo da sempre — il salto — e decise che persino la gravità poteva essere messa in discussione.
Piccoli pianeti.
Orbitali.
Direzioni che improvvisamente non significavano più niente.
Sopra poteva diventare sotto.
Sotto poteva diventare sopra.
Eppure continuava a sembrare Mario.
Poi Super Mario Odyssey.
Un altro viaggio.
Un’altra idea.
Un altro modo di prendere qualcosa che conoscevamo da decenni e farcelo sembrare nuovamente fresco.
E molto più recentemente Super Mario Bros. Wonder ha fatto qualcosa che, sulla carta, sembrava quasi impossibile:
prendere ancora una volta il Mario bidimensionale e riuscire a sorprendere.
Perché Mario ha questa caratteristica assurda.
Puoi conoscere perfettamente le regole.
Ma Nintendo riesce continuamente a cambiare ciò che succede dopo il salto.
IL PERSONAGGIO CHE NON HA BISOGNO DI ESSERE COOL
Negli anni il videogioco ha creato protagonisti straordinari.
Eroi complessi.
Antieroi.
Personaggi tormentati.
Soldati.
Assassini.
Divinità.
Fuorilegge.
Sopravvissuti.
Mario invece continua a essere Mario.
Un cappello rosso.
Un paio di baffi.
Una salopette.
Una principessa da salvare.
Un regno impossibile.
Non ha mai avuto bisogno di diventare oscuro per sembrare adulto.
Non ha mai avuto bisogno di essere riscritto per sembrare moderno.
Non ha mai avuto bisogno di vergognarsi della propria semplicità.
Ed è forse proprio quella semplicità il suo superpotere.
Mario non cerca di convincerti che il videogioco è arte.
Ti mette un controller in mano.
E ti ricorda perché hai iniziato a giocare.
SONIC? CERTO CHE SÌ.
E qui qualcuno potrebbe chiedermi:
“E Sonic?”
Sonic l’ho amato.
Eccome.
Ma Sonic merita una storia tutta sua.
Perché quando negli anni delle console war sembrava necessario scegliere una parte, Mario e Sonic rappresentavano quasi due filosofie diverse.
Uno era precisione.
L’altro velocità.
Uno sembrava appartenere a un mondo.
L’altro sembrava volerlo attraversare il più velocemente possibile.
Prima o poi parleremo anche di quel porcospino blu.
Ma questa storia appartiene a Mario.
ANCORA OGGI
La parte forse più bella è questa.
Io quei giochi continuo ad averli.
Continuo a giocarli.
Oggi accendo Switch e posso ancora entrare in un mondo di Mario.
Con una tecnologia che il bambino davanti al NES non avrebbe nemmeno saputo immaginare.
Eppure succede una cosa strana.
Dopo pochi secondi la distanza tra quelle due persone scompare.
Quello davanti al NES.
E quello davanti alla Switch.
Perché il gesto è ancora lo stesso.
Corri.
Salta.
Prendi una moneta.
Trova qualcosa che non avevi visto.
E sorridi.
MILIONI DI INFANZIE
Forse è questo il vero risultato raggiunto da Mario.
Non essere semplicemente sopravvissuto al tempo.
Ma essere diventato parte dell’infanzia di persone nate in epoche completamente diverse.
C’è chi lo ha incontrato su NES.
Chi su Super Nintendo.
Chi con Nintendo 64.
Chi con GameCube.
Chi con Wii.
Chi con Switch.
Genitori che oggi giocano insieme ai figli.
Figli che scoprono gli stessi personaggi conosciuti dai genitori decenni prima.
Pochissime icone della cultura pop possono vantare una continuità simile.
E ancora meno possono farlo senza perdere la propria identità.
Mario non appartiene agli anni Ottanta.
Non appartiene agli anni Novanta.
Non appartiene nemmeno a Nintendo Switch.
Mario appartiene al videogioco.
VERDICT
Ci sono giochi che ricordiamo per la grafica.
Altri per la storia.
Altri ancora perché arrivarono nel momento giusto della nostra vita.
Mario è diverso.
Mario è uno di quei rarissimi casi in cui è difficile separare il personaggio dal medium che rappresenta.
Perché generazioni intere hanno imparato a tenere un controller seguendo quel cappello rosso.
Abbiamo imparato che potevamo sbagliare.
Cadere in un buco.
Perdere una vita.
E ricominciare.
Forse, senza rendercene conto, è anche per questo che continuiamo a volergli bene.
Perché Mario ci ha insegnato una delle regole più semplici del videogioco.
Quando cadi, premi Start.
E riprova.
Un salto.
Un fungo.
E milioni di infanzie.


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