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Avevo dieci anni quando ho conosciuto i Doors. Me li fece ascoltare mio cugino, più grande di me. A quell’età non capisci ancora fino in fondo cosa stai ascoltando. Però alcune cose ti entrano dentro prima ancora che tu sappia dargli un nome. Jim Morrison, per me, fu una di quelle.
Avevo dieci anni.
The Doors li conobbi attraverso mio cugino, più grande di me.
E quando sei piccolo succede una cosa strana: alcune persone non ti fanno semplicemente conoscere una musica.
Ti aprono una porta.
Nel mio caso, quella porta portava direttamente a Jim Morrison.
A quell’età non avevo ancora gli strumenti per capire davvero cosa ci fosse dietro quei testi, quella voce, quella tensione continua tra poesia, desiderio, rabbia e autodistruzione.
Ma avevo già capito una cosa.
Mi attirava.
Non in modo razionale.
Istintivamente.
E infatti non mi limitai ad ascoltarlo.
Cominciai a imitarne lo stile.
In quinta elementare andavo in giro con pantaloni di pelle nera, maglia nera a collo alto, camicia di jeans aperta e stivali.
Avevo dieci anni.
Ed ero già completamente fregato.
PRIMA LA MUSICA. POI IL MITO.
La cosa importante è questa: prima arrivarono le canzoni.
Il film venne dopo.
Prima venne la musica.
Quella voce scura.
L’organo di Ray Manzarek.
La chitarra di Robby Krieger.
La batteria di John Densmore.
Quella sensazione che i Doors non stessero semplicemente suonando.
Sembravano evocare qualcosa.
Poi arrivò il film di Oliver Stone.
The Doors.
Val Kilmer nei panni di Jim Morrison.
E lì, ciao proprio.
Il film non creò il mito per me.
Lo incendiò.
Val Kilmer diede un volto, un corpo, un movimento a qualcosa che nella mia testa esisteva già da anni.
Il Morrison che avevo immaginato ascoltando quelle canzoni improvvisamente camminava davanti a me.
E per uno che a dieci anni già si vestiva cercando di assomigliargli, puoi immaginare l’effetto.
A DIECI ANNI VEDEVO JIM. CRESCENDO HO IMPARATO AD ASCOLTARE I DOORS.
Questa è forse la differenza più grande.
Da bambino vedevo soprattutto lui.
Jim Morrison.
Il carisma.
Il modo di stare sul palco.
L’atteggiamento.
L’estetica.
Il fascino di chi sembrava incapace di vivere a metà.
Poi cresci.
E cominci a sentire meglio tutto il resto.
Ray Manzarek non era soltanto “quello all’organo”.
Era una parte fondamentale dell’identità dei Doors.
Quel suono quasi ipnotico, a metà tra blues, jazz, psichedelia e qualcosa di stranamente liturgico.
Robby Krieger aveva un modo di suonare che non aveva bisogno di invadere tutto.
John Densmore costruiva tensione senza trasformare ogni brano in una dimostrazione di forza.
E allora capisci che Jim Morrison era il volto.
Ma i Doors erano una creatura a quattro teste.
BREAK ON THROUGH
Ci sono gruppi che ti prendono lentamente.
I Doors no.
Ti entrano addosso.
Break on Through è già tutto lì.
Urgenza.
Movimento.
Rottura.
Non sembra una canzone che ti invita.
Sembra una porta che viene buttata giù.
Ed è forse proprio questo che mi affascinava.
La sensazione che quella musica non chiedesse il permesso.
Ti prendeva per mano e ti portava oltre.
LIGHT MY FIRE
Poi c’è Light My Fire.
Una canzone che potrebbe sembrare quasi luminosa, se non avesse dentro quella tensione costante.
È uno dei brani che spiegano meglio il modo in cui i Doors riuscivano a mettere insieme mondi apparentemente incompatibili.
Pop.
Jazz.
Psichedelia.
Rock.
Sensualità.
Minaccia.
E tutto questo senza sembrare costruito a tavolino.
Sembrava naturale.
Come se fossero semplicemente fatti così.
PEOPLE ARE STRANGE
Poi arriva quella sensazione di estraneità.
People Are Strange.
Forse una delle canzoni più semplici da capire quando sei giovane.
Perché prima o poi capita a tutti di sentirsi fuori posto.
Di guardare gli altri e pensare che stiano parlando una lingua diversa.
Di avere la sensazione che il mondo sia perfettamente normale per tutti tranne che per te.
E quando ascolti certe canzoni nel momento giusto, non ti spiegano niente.
Ti fanno solo capire che quella sensazione non è soltanto tua.
Ed è già tantissimo.
THE END
Poi c’è The End.
E qui cambiano completamente le regole.
Non è semplicemente un brano.
È un viaggio.
Un rito.
Una discesa.
Una cosa che sembra iniziare come musica e finire da qualche altra parte.
Quando la ascolti davvero, non hai la sensazione che stia andando verso una conclusione.
Hai la sensazione che stia aprendo qualcosa.
Ed è forse questo il lato più potente dei Doors.
La loro musica sembrava continuamente stare sulla soglia.
Tra sogno e incubo.
Tra desiderio e paura.
Tra poesia e caos.
Tra vita e morte.
WHEN THE MUSIC’S OVER
Quella frase:
When the music’s over, turn out the lights.
È una di quelle che restano.
Non soltanto perché è iconica.
Perché contiene perfettamente il loro mondo.
Finché c’è la musica, qualcosa resta acceso.
Poi arriva il silenzio.
E il silenzio, nei Doors, non è mai neutro.
JIM MORRISON — IL MITO E IL PROBLEMA
Con Morrison il rischio è sempre lo stesso.
Santificarlo.
Trasformarlo nell’ennesima icona romantica dell’artista maledetto.
Ma sarebbe troppo semplice.
Era affascinante.
Era colto.
Era poetico.
Era magnetico.
Era anche autodistruttivo.
Inaffidabile.
Estremo.
Contraddittorio.
E forse proprio per questo è rimasto così difficile da separare dalla propria leggenda.
Il mito funziona perché contiene entrambe le cose.
La luce e il buio.
Il genio e il disastro.
Il ragazzo che voleva essere poeta e l’uomo che finì divorato dal personaggio che aveva costruito.
Da piccolo non vedevo tutto questo.
Vedevo l’icona.
Crescendo, impari anche a vedere il prezzo.
NON MI HA INSEGNATO COME VIVERE
Per anni ho cercato di assomigliargli.
Nel modo di vestirmi.
Nel modo di guardare certe cose.
In quella fascinazione per chi sembrava incapace di essere ordinario.
Poi, a un certo punto, smetti.
Non perché quella figura non significhi più nulla.
Ma perché capisci che le persone che ti hanno formato non sono quelle che continui a imitare.
Sono quelle di cui, senza accorgertene, hai tenuto qualcosa.
Jim Morrison non mi ha insegnato come vivere.
E sarebbe assurdo dire il contrario.
Mi ha fatto capire molto presto una cosa più semplice:
non volevo essere uguale a tutti gli altri.
Quella sì.
Quella me la sono portata dietro.
L.A. WOMAN — QUANDO TUTTO DIVENTA PIÙ SPORCO
Poi arriva L.A. Woman.
Ed è quasi un altro mondo.
Più blues.
Più sporco.
Più adulto.
Meno psichedelia da sogno e più strada.
Più notte.
Più Los Angeles.
E dentro c’è Riders on the Storm.
Una delle canzoni che ancora oggi riescono a creare un’atmosfera in pochi secondi.
Pioggia.
Tastiere.
Voce.
Spazio.
Quella canzone non parte.
Entra.
Ed è probabilmente uno dei migliori esempi del perché i Doors continuino a suonare diversi anche oggi.
RIDERS ON THE STORM
Ci sono canzoni che appartengono al periodo in cui sono nate.
E poi ce ne sono altre che sembrano vivere fuori dal tempo.
Riders on the Storm è una di quelle.
Puoi ascoltarla oggi e non sembra semplicemente “una canzone vecchia”.
Sembra ancora un luogo.
E questo è forse uno dei motivi per cui i Doors hanno continuato ad accompagnarmi per così tanto tempo.
Non erano soltanto ricordi.
Erano ambienti.
Atmosfere.
Stati d’animo.
PARIGI, 1971
Poi arriva la fine.
Jim Morrison muore a Parigi nel 1971.
Ventisette anni.
E come succede spesso quando qualcuno muore giovane, da quel momento la persona e il mito diventano quasi inseparabili.
Il cimitero del Père-Lachaise diventa luogo di pellegrinaggio.
Il volto resta congelato.
La voce resta giovane.
E ogni nuova generazione può scoprirlo esattamente così.
Senza vederlo invecchiare.
Forse è anche questo che rende il mito così resistente.
Ma per me il punto non è la morte.
È ciò che rimane dopo.
THE DOORS DOPO JIM
I Doors continuarono ancora per un po’.
Ma inevitabilmente qualcosa era cambiato.
Eppure la cosa importante è che la loro musica non è rimasta imprigionata nel 1971.
Continua a passare di generazione in generazione.
Perché il loro suono era troppo particolare per essere semplicemente archiviato come “rock anni Sessanta”.
E perché alcune canzoni hanno dentro qualcosa che non dipende dall’anno in cui sono state registrate.
PERCHÉ SUONANO ANCORA PERICOLOSI
Ci sono gruppi di quell’epoca che oggi ascolti quasi con rispetto storico.
Come documenti.
Come fotografie.
I Doors, invece, continuano a dare una sensazione diversa.
Sembrano ancora leggermente pericolosi.
Non perché il rock oggi abbia bisogno di scandalizzare qualcuno.
Ma perché in quella musica c’è ancora instabilità.
Qualcosa che non sembra del tutto sotto controllo.
E forse è proprio quello che mi aveva attirato a dieci anni.
Senza saperlo.
QUEL BAMBINO CON GLI STIVALI
Oggi non mi vesto più come Jim Morrison.
Per fortuna, probabilmente.
Ma basta che partano poche note dei Doors e qualcosa torna.
Non il bambino con i pantaloni di pelle e gli stivali.
Quella sensazione.
La scoperta che una canzone poteva essere molto più di una canzone.
Poteva diventare immagine.
Atteggiamento.
Curiosità.
Identità.
Poteva accompagnarti mentre cercavi di capire chi fossi.
E a volte, senza che tu te ne accorgessi, poteva persino aiutarti a costruirlo.
CRASHVERSE VERDICT
A dieci anni volevo assomigliare a Jim Morrison.
Poi sono cresciuto.
Ho smesso di imitarlo.
Ma i Doors sono rimasti.
E forse è questo che fanno davvero gli artisti che incontriamo quando siamo ancora piccoli.
All’inizio vogliamo essere loro.
Poi prendiamo qualcosa da quella musica, da quelle parole, da quel modo di stare al mondo e la trasformiamo in qualcos’altro.
In qualcosa di nostro.
Jim Morrison non mi ha insegnato chi essere.
Mi ha fatto capire molto presto che volevo cercare una voce mia.
E dopo tutti questi anni, basta ancora una tastiera di Ray Manzarek, una frase sussurrata da Morrison o l’inizio di Riders on the Storm per riaprire quella porta.
Alcune band appartengono a un’epoca.
The Doors appartengono alla notte.


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