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15 MIN DI LETTURA

FROM THE VERSE — ORIGINAL SOUNDTRACK

CrashVerse

BORROWED LIGHT

An original CrashVerse track inspired by The Nightmare Before Christmas.

Premi play. Entra nella storia. La musica ti accompagna mentre leggi.

Jack Skellington, Sally e Zero — The Nightmare Before Christmas

MOVIES · ANIMAZIONE · 1993

Scritto da cRASh

Questo articolo racconta anche il finale del film.

LO DICO SUBITO

The Nightmare Before Christmas è uno dei miei film d’animazione preferiti in assoluto.

Da sempre.

Dalla prima volta che l’ho visto.

Insieme a Frankenweenie occupa un posto particolare nel modo in cui vivo l’immaginario di Tim Burton.

Ma non è soltanto per l’estetica.

Non è soltanto per quei corpi sottili.

Le ombre.

La luna.

Gli alberi storti.

Le case impossibili.

Le cuciture.

Le tombe.

Il gotico.

Danny Elfman.

Tutto quello che, ancora prima di leggere un nome nei titoli, ti fa pensare:

questo mondo appartiene a Burton.

No.

Amo The Nightmare Before Christmas soprattutto per quello che racconta.

Per Jack.

Perché dietro scheletri, mostri, zucche e canzoni c’è una storia tremendamente umana.

La storia di qualcuno che è diventato bravissimo a essere se stesso…

e a un certo punto non riesce più a sentirlo.

JACK SKELLINGTON

Jack è il Pumpkin King.

Il Re delle Zucche.

Halloween Town lo ama.

Lo ammira.

Lo celebra.

Jack è il migliore in quello che fa.

Quando arriva Halloween, tutti aspettano lui.

È il centro del proprio mondo.

Ha prestigio.

Ruolo.

Identità.

Successo.

Eppure qualcosa non funziona.

Finita la festa, mentre tutti celebrano un altro Halloween perfetto, Jack se ne va.

Da solo.

Ed è importante.

Perché nessuno gli ha tolto niente.

Non è stato sconfitto.

Non è stato rifiutato.

Non ha fallito.

HA VINTO.

Ed è proprio quello il problema.

Ha fatto ancora una volta perfettamente ciò che tutti si aspettavano da lui.

E non gli ha dato più niente.

QUANDO ESSERE BRAVO NON BASTA PIÙ

Questa cosa mi ha sempre colpito.

Esiste una forma di insoddisfazione difficilissima da spiegare.

Quella che arriva quando apparentemente non hai motivo di essere insoddisfatto.

Le cose funzionano.

Gli altri ti apprezzano.

Sei bravo in quello che fai.

Magari sei persino diventato il migliore.

E dentro…

niente.

La cosa che una volta ti accendeva diventa routine.

La ripeti.

La perfezioni.

La conosci.

E proprio perché la conosci così bene…

SMETTE DI SORPRENDERTI.

Jack non odia Halloween.

Questa è la differenza.

Non vuole distruggere Halloween Town.

Non disprezza le persone che vivono lì.

Non rinnega il proprio mondo.

È semplicemente stanco.

Vuole provare qualcosa.

Sentire qualcosa.

Scoprire qualcosa che non conosce già.

E questa è una sensazione profondamente umana.

COS’È QUESTO?

Poi trova la porta.

Christmas Town.

Ed ecco uno dei momenti che amo maggiormente.

Jack entra.

E tutto cambia.

Il colore.

La luce.

La musica.

La neve.

I bambini.

I regali.

Le decorazioni.

Il calore.

Per qualcuno che arriva da Halloween Town è letteralmente un altro universo.

Jack guarda tutto con la meraviglia di un bambino.

What’s This?

Cos’è questo?

Cos’è quello?

Perché succede?

Come funziona?

Ed è bellissimo perché per qualche minuto Jack torna vivo.

Non perché abbia trovato qualcosa di migliore di Halloween.

Ma perché ha trovato qualcosa che non conosce.

LA NOVITÀ GLI RESTITUISCE LA MERAVIGLIA.

Ed è una cosa che capita anche a noi.

A volte non ci manca necessariamente qualcosa.

Ci manca la capacità di essere sorpresi.

JACK VUOLE CAPIRE

E qui comincia il problema.

Perché Jack non si limita ad amare Christmas Town.

Vuole capirla.

Porta a casa oggetti.

Libri.

Decorazioni.

Esperimenti.

Analizza.

Misura.

Studia.

Prende il Natale e cerca di smontarlo.

Vuole trovare la formula.

Qual è l’ingrediente?

Perché funziona?

Cosa produce quella sensazione?

E NON CI RIESCE.

Perché alcune cose non possono essere comprese semplicemente separandole nei loro componenti.

Puoi analizzare una canzone.

Tempo.

Accordi.

Timbro.

Struttura.

Produzione.

Ma nessuna di queste cose ti spiega completamente perché quella canzone ti attraversa.

Puoi analizzare un film.

Fotografia.

Montaggio.

Sceneggiatura.

Musica.

Recitazione.

Ma non puoi sempre trovare il punto esatto in cui diventa magia.

Jack guarda il Natale quasi come uno scienziato.

E non capisce.

Perché sta cercando una formula per qualcosa che prima di tutto…

VA SENTITO.

ALLORA FA LA COSA PIÙ UMANA POSSIBILE

Decide di appropriarsene.

Questa cosa mi piace tantissimo.

Jack vede qualcosa di meraviglioso.

Non riesce a comprenderlo completamente.

E quindi pensa:

posso farlo anch’io.

Prenderà il Natale.

Organizzerà tutto.

Darà i compiti agli abitanti di Halloween Town.

Faranno regali.

Costruiranno una slitta.

Prepareranno le decorazioni.

Rapiranno Babbo Natale.

E Jack sarà Santa Claus.

Perfetto.

Solo che c’è un piccolo problema.

HALLOWEEN TOWN NON SA FARE IL NATALE.

Sa fare Halloween.

QUESTO È IL CUORE DEL FILM

Ed è qui che The Nightmare Before Christmas diventa molto più profondo della propria estetica.

Jack non riesce a creare il Natale.

Crea una versione del Natale filtrata attraverso quello che conosce.

I regali diventano terrificanti.

I giocattoli diventano mostri.

Le decorazioni diventano inquietanti.

La slitta viene trainata da scheletri.

Il Natale viene trasformato in Halloween.

Non perché Jack voglia rovinarlo.

PERCHÉ NON PUÒ SMETTERE DI ESSERE JACK.

Ed ecco la grande contraddizione.

Sta cercando disperatamente di diventare qualcosa di diverso…

ma continua inevitabilmente a trasformare tutto ciò che tocca in se stesso.

NON POSSIAMO DIVENTARE GLI ALTRI

Credo che questa sia una delle idee più belle del film.

A volte vediamo qualcuno.

Una vita.

Un lavoro.

Un modo di essere.

Un mondo.

E da fuori sembra possedere proprio quello che manca a noi.

Pensiamo:

voglio quello.

Poi facciamo un errore.

Confondiamo:

“quella cosa mi affascina”

con

“devo diventare quella cosa”.

Jack non aveva bisogno di diventare Babbo Natale.

Aveva bisogno di capire perché il Natale gli aveva fatto provare nuovamente meraviglia.

Sono due cose completamente diverse.

NON È UN FILM CHE DICE “RESTA AL TUO POSTO”

Questa distinzione per me è fondamentale.

Perché la lettura più banale sarebbe:

Jack tenta di fare qualcosa che non gli appartiene.

Fallisce.

Torna a Halloween.

Morale:

ognuno deve restare al proprio posto.

Io non ci vedo questo.

Per niente.

Jack doveva uscire da Halloween Town.

Doveva aprire quella porta.

Doveva vedere Christmas Town.

Doveva innamorarsene.

Doveva provare.

Doveva sbagliare.

Doveva persino distruggere qualcosa.

Perché senza quella deviazione non avrebbe mai capito che cosa gli stava succedendo.

NON TORNA INDIETRO UGUALE A PRIMA.

Ed è questa la differenza.

Non è tornato al punto di partenza.

È tornato a casa dopo aver visto qualcos’altro.

FALLIRE GLI SERVIVA

Questa è una cosa che adoro.

Jack fallisce.

Completamente.

Il suo Natale è un disastro.

Viene abbattuto.

Cade.

E per un momento si trova davanti alla conseguenza reale di quello che ha fatto.

Avrebbe potuto semplicemente distruggersi.

Dire:

ho sbagliato tutto.

Non sono più capace nemmeno di essere me stesso.

E invece succede qualcosa.

Jack guarda ciò che è accaduto.

Ammette il fallimento.

E improvvisamente…

ride.

Perché comprende una cosa.

GLI È PIACIUTO PROVARE.

Ha fatto un casino?

Sì.

Un casino enorme.

Ma per la prima volta dopo tanto tempo ha sentito qualcosa.

Si è messo in gioco.

Ha esplorato.

Ha rischiato.

Ha sbagliato.

E quell’errore gli ha ricordato chi è.

I AM THE PUMPKIN KING

E improvvisamente torna.

Non il Jack dell’inizio.

Qualcosa di leggermente diverso.

Ricorda cosa sa fare.

Ricorda cosa ama.

Ricorda chi è.

I AM THE PUMPKIN KING.

Non suona più soltanto come un titolo.

Suona come una consapevolezza.

Ed è bellissimo.

Perché Jack non ritorna a Halloween Town sconfitto.

Ci ritorna sapendo finalmente perché gli appartiene.

Prima era semplicemente il proprio ruolo.

Adesso è una scelta.

E scegliere chi sei dopo aver visto chi potresti essere…

ha un valore completamente diverso.

SALLY

Poi c’è Sally.

E Sally è fondamentale.

Perché mentre Jack continua a guardare lontano…

Sally guarda Jack.

Non il Pumpkin King.

Jack.

Lei capisce quasi immediatamente che il piano finirà male.

Cerca di avvertirlo.

Lui non ascolta.

Naturalmente.

Perché Jack in quel momento è completamente assorbito da ciò che ha scoperto.

Ma Sally rimane.

Non cerca di trasformarlo.

Non gli dice di smettere di essere ciò che è.

Vede qualcosa che nemmeno Jack riesce più a vedere.

VEDE LUI.

E questa secondo me è una delle cose più belle della loro relazione.

Sally non ama il ruolo.

Non ama il personaggio pubblico.

Non è innamorata del Re delle Zucche.

È innamorata dell’essere che esiste sotto quel titolo.

E SALLY SA GIÀ COSA SIGNIFICA ESSERE PRIGIONIERI

Anche questo conta.

Sally vive sotto il controllo del Dottor Finkelstein.

Viene creata.

Controllata.

Tenuta praticamente prigioniera.

Lei passa il film cercando una propria libertà.

Jack invece possiede già tutta la libertà del proprio mondo…

ma è prigioniero del ruolo che gli altri si aspettano da lui.

Sono due gabbie completamente differenti.

Sally deve scappare fisicamente.

Jack deve farlo interiormente.

E forse proprio per questo riescono a riconoscersi.

ZERO

E poi c’è Zero.

Una delle creature più semplici e più belle del film.

Il cane fantasma.

Sempre lì.

Con Jack.

Persino quando Jack decide di diventare Babbo Natale.

Zero non deve capire.

Non deve giudicare.

Segue.

E nel film pieno di personaggi esagerati, grotteschi e rumorosi…

Zero porta qualcosa di purissimo.

Fedeltà.

Casa.

Una presenza.

Anche questo, forse, Jack lo capisce davvero soltanto quando rischia di perdere tutto.

OOGIE BOOGIE

E naturalmente serve il caos.

Oogie Boogie.

Colore.

Jazz.

Gioco d’azzardo.

Insetti.

Teatralità.

Uno dei villain Disney più incredibilmente divertenti da guardare.

Ma anche qui c’è una differenza importante.

Jack sperimenta con qualcosa che non comprende.

Oogie gode semplicemente del controllo.

Babbo Natale per lui non è meraviglia.

È intrattenimento.

È una vittima.

Ed è forse proprio per contrasto che comprendiamo ancora meglio Jack.

Jack sbaglia per entusiasmo.

Oogie fa male perché gli piace.

Non sono la stessa cosa.

HENRY SELICK

E fermiamoci un secondo.

Perché dobbiamo correggere una delle semplificazioni più diffuse attorno a questo film.

The Nightmare Before Christmas viene normalmente chiamato:

“il film di Tim Burton.”

E naturalmente Burton è ovunque.

L’idea.

La storia.

I personaggi.

Il design.

L’immaginario.

Il film nasce da lui ed è prodotto da lui.

Ma la regia è di:

HENRY SELICK.

Ed è importante dirlo.

Perché Selick è quello che guida la realizzazione cinematografica dell’opera.

Stop-motion.

Animazione.

Set.

Performance.

Fotogramma dopo fotogramma.

Burton dà al progetto il proprio DNA.

Selick dirige il film.

La sceneggiatura è di Caroline Thompson, con l’adattamento di Michael McDowell dalla storia e dai personaggi di Burton.

E quel mondo prende forma grazie al lavoro di un’intera squadra di artisti e animatori.

E riconoscere questa cosa non toglie nulla a Burton.

Al contrario.

Rende la storia del film più interessante.

TIM BURTON

Naturalmente, però…

quel mondo è Burton fino al midollo.

La storia nasce da un poema scritto da lui.

E dentro c’è praticamente tutto quello che ritroveremo continuamente nel suo immaginario.

L’outsider.

Il diverso.

Il personaggio che non riesce a stare completamente nel posto che gli è stato assegnato.

La bellezza nel macabro.

La tenerezza dentro ciò che normalmente dovrebbe far paura.

Il mostro più umano degli umani.

Da Edward Scissorhands a Frankenweenie.

Da Beetlejuice a Jack.

Burton ha sempre avuto un talento particolare.

TROVARE LA DOLCEZZA NEI MOSTRI.

E forse è uno dei motivi per cui quei mondi mi hanno sempre preso.

DANNY ELFMAN

Poi arriva lui.

E senza Danny Elfman questo film semplicemente non sarebbe lo stesso.

La musica non accompagna The Nightmare Before Christmas.

È IL FILM.

Jack pensa cantando.

Halloween Town si presenta cantando.

Christmas Town esplode attraverso la musica.

Sally racconta il proprio dolore cantando.

Oogie Boogie esiste quasi come numero musicale prima ancora che come personaggio.

E la voce cantata originale di Jack è proprio quella di Elfman.

Nei dialoghi originali, invece, Jack ha la voce di Chris Sarandon.

Questa fusione è enorme.

Immagine.

Movimento.

Musica.

Testo.

Personaggio.

Tutto diventa una cosa sola.

E alcune melodie rimangono nella testa per decenni.

STOP-MOTION

E poi guardatelo.

Davvero.

Guardatelo.

Non soltanto la storia.

Guardate cosa c’è materialmente davanti alla telecamera.

Pupazzi.

Set.

Luci.

Facce.

Oggetti.

Movimenti minuscoli.

Fotogramma.

Fotogramma.

Fotogramma.

Oggi possiamo costruire praticamente qualsiasi cosa digitalmente.

Nel 1993 vedere quel mondo muoversi aveva qualcosa di quasi impossibile.

E ancora oggi mantiene una qualità che il digitale difficilmente replica completamente.

Perché sai che quelle cose…

ESISTEVANO DAVVERO DAVANTI A UNA MACCHINA DA PRESA.

Piccole.

Fragili.

Artigianali.

Ma reali.

E forse questo dà al film quella sensazione tattile così particolare.

Puoi quasi sentire i materiali.

1993

Ed è questa un’altra cosa incredibile.

Il film esce nel 1993.

E non è invecchiato.

Certo.

La tecnologia cinematografica è andata avanti enormemente.

Ma l’identità no.

Guardate un fotogramma.

Uno.

Basta.

Sai immediatamente cos’è.

Non hai bisogno del logo.

Non hai bisogno del titolo.

Non hai bisogno di Jack.

Quel mondo ha un’identità talmente forte da essere riconoscibile quasi istantaneamente.

Questa è direzione artistica.

Non seguire un’estetica.

CREARNE UNA.

HALLOWEEN O NATALE?

La discussione esiste da sempre.

È un film di Halloween?

È un film di Natale?

La risposta migliore secondo me è semplicissima.

SÌ.

È entrambi.

Ed è esattamente il punto.

Il film vive tra due mondi.

Come Jack.

Halloween incontra Natale.

Buio incontra luce.

Paura incontra meraviglia.

Scheletri incontrano regali.

Non devi scegliere.

La bellezza viene proprio dalla collisione.

QUESTO FILM NON PARLA DEL NATALE

O almeno non davvero.

E non parla nemmeno soltanto di Halloween.

Parla di identità.

Di curiosità.

Di insoddisfazione.

Di creatività.

Di fallimento.

Di amore.

E soprattutto parla di quella sensazione stranissima che arriva quando la vita che hai costruito sembra improvvisamente troppo piccola…

anche se fino al giorno prima ti bastava.

COSA FAI?

Rimani?

Parti?

Distruggi tutto?

Cambi vita?

Imiti qualcun altro?

Oppure esplori abbastanza lontano da capire meglio ciò che avevi già?

Jack prova praticamente tutte queste cose.

NON TUTTO QUELLO CHE AMIAMO DEVE DIVENTARE NOSTRO

Questa forse è la frase che oggi sento maggiormente nel film.

Jack ama il Natale.

Ma non per questo il Natale deve diventare suo.

Ci sono cose che incontriamo nella vita che servono semplicemente ad aprire una porta.

Un posto.

Una canzone.

Un film.

Un’idea.

Un modo completamente diverso di vedere qualcosa.

Non devono necessariamente sostituire ciò che eravamo.

A volte entrano nella nostra vita…

PER MOSTRARCI UNA PARTE DI NOI CHE NON STAVAMO PIÙ GUARDANDO.

Christmas Town fa questo a Jack.

Non gli regala una nuova identità.

Gli restituisce uno sguardo nuovo sulla propria.

IDENTITÀ NON SIGNIFICA IMMOBILITÀ

Ed è questa la parte che amo.

Perché alla fine Jack non scopre che Halloween è migliore del Natale.

Non c’è una competizione.

Scopre che lui è Jack Skellington.

E che può amare la neve.

Le luci.

I regali.

Christmas Town.

E continuare a essere il Re delle Zucche.

Non dobbiamo distruggere quello che siamo ogni volta che scopriamo qualcosa di nuovo.

Possiamo aggiungerlo.

Possiamo contaminare.

Possiamo cambiare.

Possiamo tornare.

Possiamo evolvere.

IDENTITÀ NON SIGNIFICA IMMOBILITÀ.

Anzi.

Forse sai davvero chi sei soltanto quando quella identità riesce a sopravvivere a ciò che hai scoperto fuori.

FRANKENWEENIE

Ed è probabilmente uno dei motivi per cui nella mia testa The Nightmare Before Christmas vive vicino a Frankenweenie.

Non perché siano lo stesso film.

Non lo sono.

Frankenweenie parla di un’altra ferita.

L’amore.

Il lutto.

La perdita.

Il desiderio disperato di riportare indietro qualcosa che non siamo pronti a lasciare andare.

Ma entrambi hanno quella qualità tipicamente burtoniana.

Prendono qualcosa che dovrebbe essere macabro…

e dentro ci trovano un cuore.

Uno scheletro può sentirsi vuoto.

Un cane morto può rappresentare l’amore più puro.

È questo che adoro.

Il mostro non è lì per farci paura.

È LÌ PER PARLARE DI NOI.

A VOLTE UN FILM DIVENTA UN LINGUAGGIO

Poi esiste un’altra cosa.

Succede soltanto con alcune opere.

Le ami talmente tanto che, quando incontri qualcuno che le sente nello stesso modo, smetti quasi di doverle spiegare.

Una scena.

Una canzone.

Jack.

Sally.

Zero.

Una battuta.

Un’immagine.

Basta poco.

E dall’altra parte qualcuno ha già capito.

The Nightmare Before Christmas, per un tratto della mia vita, è stato anche questo.

Non soltanto uno dei film che amavo di più.

UN LINGUAGGIO.

Quella rara sensazione di poter indicare qualcosa che ti appartiene profondamente e scoprire che non devi raccontare perché.

Perché qualcuno lo sente già.

Ed è una forma di complicità strana.

Piccola.

Quasi invisibile agli altri.

Non cambia il film.

Non gli aggiunge una scena.

Non modifica una sola nota di Danny Elfman.

Ma cambia leggermente il modo in cui tu lo guardi.

Perché da quel momento sai che almeno una volta qualcuno è entrato nello stesso mondo…

e non hai dovuto indicargli la strada.

CRASHVERSE VERDICT

Ho amato The Nightmare Before Christmas dalla prima volta che l’ho visto.

E naturalmente amo la sua estetica.

Sarebbe impossibile non farlo.

Jack sulla collina davanti alla luna.

Halloween Town.

Sally.

Zero.

Oogie Boogie.

La neve.

Le zucche.

Le spirali.

Le canzoni di Danny Elfman.

Lo stop-motion.

Quell’universo sembra uscito direttamente dalla parte più bella e strana della testa di Tim Burton.

Ma dopo tutti questi anni non credo sia questo il motivo principale per cui continuo a tornarci.

Torno per Jack.

Perché Jack ha tutto.

Ed è vuoto.

Poi trova qualcosa che non conosce.

Se ne innamora.

Cerca di capirlo.

Non ci riesce.

Prova a diventarlo.

Fallisce.

Fa danni.

Cade.

E quando sembra aver perso completamente la direzione…

finalmente capisce.

Non aveva bisogno di diventare Babbo Natale.

Non aveva bisogno di cancellare Halloween.

Non aveva bisogno di smettere di essere il Re delle Zucche.

Aveva bisogno di uscire dal proprio mondo abbastanza a lungo da riuscire a guardarlo nuovamente.

Questa è una cosa che la vita fa continuamente.

A volte dobbiamo andare abbastanza lontano da ciò che conosciamo per riuscire finalmente a vederlo.

E soprattutto:

Jack doveva fallire.

Perché senza quel fallimento sarebbe rimasto qualcuno che faceva perfettamente una cosa che non riusciva più a sentire.

Invece prova.

Sbaglia.

Rischia.

Cade.

E torna.

Diverso.

Non sconfitto.

CONSAPEVOLE.

Forse crescere non significa trovare una versione completamente nuova di noi stessi.

Forse significa continuare ad aggiungere mondi senza permettere a nessuno di cancellare quello da cui siamo partiti.

Jack guarda il Natale e pensa di aver trovato ciò che gli mancava.

Alla fine scopre una cosa ancora più importante.

GLI MANCAVA JACK.

E Sally lo aveva capito prima di lui.

Ecco perché, per me, The Nightmare Before Christmas non è semplicemente un film di Natale.

Non è un film di Halloween.

Non è nemmeno soltanto un capolavoro dell’animazione in stop-motion.

È la storia di qualcuno che deve uscire da se stesso…

per riuscire finalmente a tornarci dentro.

E quando Jack riappare davanti alla luna,

quando torna a essere il Pumpkin King,

non è più quello dell’inizio.

Perché adesso sa.

Puoi amare un altro mondo.

Puoi desiderarlo.

Puoi esplorarlo.

Puoi lasciarti cambiare.

Puoi perfino condividere quel mondo con qualcuno che riesce a capirlo senza spiegazioni.

Ma alla fine c’è una domanda che rimane soltanto tua:

chi sei quando tutto il resto tace?

Jack, alla fine, riesce a rispondere.

I AM THE PUMPKIN KING.

Non perché qualcuno glielo abbia ricordato.

Non perché Halloween Town glielo chieda.

Ma perché, finalmente,

è tornato a sentirlo.


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