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21 MIN DI LETTURA

MUSIC · BANDS

Non hanno inventato le chitarre sporche, New York, il garage rock o il post-punk. Nel 2001 hanno fatto qualcosa di forse ancora più difficile: hanno preso un linguaggio che sembrava appartenere al passato e lo hanno fatto sembrare improvvisamente necessario. Venticinque anni dopo, mentre gli Strokes cercano ancora di sfuggire al ruolo di “salvatori del rock” che gli è stato cucito addosso, io continuo ad amare quel sound. E ogni tanto mi faccio una domanda: mi piace soltanto perché è così dannatamente efficace, oppure dentro quell’ascolto c’è anche la speranza che quel tipo di musica torni davvero al centro?

Scritto da cRASh

ESPLORA L’ARTICOLO · 37 CAPITOLI
  1. 2001
  2. SALVERANNO IL ROCK
  3. NON AVEVANO INVENTATO NULLA
  4. IL ROCK NON SEMBRAVA VECCHIO
  5. DUE CHITARRE
  6. NIKOLAI E FABRIZIO
  7. JULIAN
  8. SUONAVA MALE. ERA PERFETTO.
  9. IS THIS IT
  10. IL LOOK CONTAVA?
  11. IL PROBLEMA DI DIVENTARE SUBITO UN SIMBOLO
  12. ROOM ON FIRE
  13. POI PROVANO A CAMBIARE
  14. COSA DEVE FARE UNA BAND CHE HA GIÀ TROVATO LA PROPRIA FORMA PERFETTA?
  15. ANGLES
  16. COMEDOWN MACHINE
  17. THE VOIDZ
  18. THE NEW ABNORMAL
  19. E VINCONO IL GRAMMY
  20. 2026
  21. REALITY AWAITS
  22. MA NOI CONTINUIAMO A CHIEDERGLIELO
  23. È DAVVERO COSÌ SEMPLICE?
  24. PERÒ FACCIAMO I CRITICI
  25. NON POTEVANO SALVARE IL ROCK DUE VOLTE
  26. OGNI RIVOLUZIONE PRODUCE LA PROPRIA SPAZZATURA
  27. IO NON VOGLIO IL RITORNO DEL 2001
  28. CINQUE PERSONE POSSONO ANCORA CONTARE?
  29. E FORSE QUALCOSA SI STA MUOVENDO
  30. QUANDO UN DISCO NON HA BISOGNO DELLA NOSTALGIA
  31. MI PIACCIONO DAVVERO O STO ASPETTANDO QUALCOSA?
  32. PERCHÉ LE CHITARRE NON SONO MORTE
  33. NON SERVE UNA GUERRA
  34. FORSE È QUESTO IL VERO INSEGNAMENTO DEGLI STROKES
  35. REALITY AWAITS
  36. GLI STROKES NON DEVONO TORNARE
  37. LA BAND CHE HA FATTO SEMBRARE NUOVO IL ROCK DI SEMPRE

A me gli Strokes piacciono.

Parecchio.

E la cosa interessante è che non ho bisogno di collegarli a un episodio particolare della mia vita per dirlo.

Non c’è necessariamente una persona.

Un luogo.

Una notte.

Un ricordo preciso che debba giustificare il rapporto.

Mi piace come suonano.

È quasi liberatorio poterlo dire così.

Chitarre.

Basso.

Batteria.

Una voce che sembra spesso troppo stanca persino per arrivare alla fine della frase.

Pochissimo grasso.

Nessuna necessità di riempire ogni spazio.

Canzoni che sembrano suonate con una specie di indifferenza arrogante e che invece, quando le ascolti davvero, rivelano una precisione enorme.

Ed è proprio qui che comincia il problema.

Perché ogni tanto mi chiedo:

quanto del mio amore per quel sound appartiene davvero agli Strokes e quanto invece appartiene alla mia speranza che quel modo di intendere il rock possa tornare?

Non intendo tornare indietro al 2001.

Non voglio venti band con giacche di pelle, jeans stretti e qualcuno che prova a imitare Julian Casablancas.

Quello sarebbe cosplay.

Parlo di un’altra cosa.

La possibilità che cinque persone con:

due chitarre,

un basso,

una batteria,

una voce

possano tornare a occupare il centro della cultura pop senza sembrare automaticamente un esercizio nostalgico.

Perché per qualche anno è successo.

E gli Strokes hanno avuto moltissimo a che fare con quella storia.

01 / 2001

The Strokes, fotografia d’archivio NME del 2003.
The Strokes, fotografia d’archivio NME del 2003. Fonte

Bisogna tornare lì.

Non perché prima degli Strokes il rock fosse morto.

Questa è una delle semplificazioni più pigre che possiamo fare.

Nel 2001 esistevano moltissime band interessanti.

Esistevano scene.

Esistevano idee.

Esisteva ancora un’enorme industria rock.

Ma il centro della musica chitarristica mainstream era occupato da cose molto differenti.

Nu metal.

Post-grunge.

Rock enormemente prodotto.

In Inghilterra rimanevano ancora le conseguenze del Britpop e di ciò che era arrivato dopo.

Poi da New York arrivano cinque ragazzi.

Julian Casablancas.

Albert Hammond Jr.

Nick Valensi.

Nikolai Fraiture.

Fabrizio Moretti.

E soprattutto arriva un disco.

Is This It.

02 / SALVERANNO IL ROCK

La stampa britannica impazzisce.

Non semplicemente:

“bella band.”

Molto di più.

Nuova era.

Nuovi Velvet Underground.

Salvatori del rock and roll.

Il tipo di aspettativa che può distruggere una band ancora prima che il pubblico abbia ascoltato il disco.

La recensione originale di Pitchfork del 2001 partiva praticamente proprio da lì: prendeva in giro apertamente l’idea messianica costruita intorno al gruppo, rifiutando di considerarli una rivoluzione divina, ma arrivando comunque alla conclusione fondamentale.

Is This It era semplicemente un grande disco rock.

Ed è forse la definizione più utile ancora oggi.

Non erano dèi.

Non stavano inventando un nuovo strumento.

Non avevano scoperto un accordo che nessuno avesse mai suonato.

Facevano rock.

Benissimo.

03 / NON AVEVANO INVENTATO NULLA

Velvet Underground.

Television.

Ramones.

Stooges.

Post-punk.

Garage.

New wave.

New York.

Tutto quel materiale era già lì.

Anche il loro essere tremendamente cool non nasceva nel vuoto.

Giubbotti.

Sigarette.

Capelli.

Sotterranei.

Club.

Un’intera iconografia della città esisteva decenni prima degli Strokes.

La critica lo capì immediatamente.

Le influenze erano talmente evidenti che diventarono quasi una delle accuse principali rivolte alla band.

E allora perché funzionò così tanto?

Perché nella cultura non conta soltanto inventare qualcosa che non è mai esistito.

A volte conta prendere qualcosa che esiste…

e far capire a una nuova generazione perché dovrebbe interessarsene di nuovo.

Gli Strokes fecero esattamente questo.

04 / IL ROCK NON SEMBRAVA VECCHIO

Questa, secondo me, è la loro vera vittoria.

Nel 2001 Is This It non suonava come un disco nostalgico.

Anche se i suoi ingredienti erano vecchi.

Questa è la magia.

Non sembrava:

“facciamo rivivere gli anni Settanta.”

Sembrava:

“questa roba serve adesso.”

Il Guardian, anni dopo, avrebbe descritto l’impatto del disco come una riattivazione immediata del rock chitarristico: canzoni brevi, produzione diretta, chitarre inventive, attitudine e soprattutto la possibilità di tornare a fare rock sul quale si poteva persino ballare.

Ed eccoci a una cosa fondamentale.

05 / DUE CHITARRE

Se ascolti gli Strokes distrattamente, può sembrare tutto semplicissimo.

Poi provi a separare gli strumenti.

Albert Hammond Jr.

Nick Valensi.

Le due chitarre spesso non lavorano come:

ritmica + solista.

Si dividono lo spazio.

Una frase.

Un accordo.

Una linea.

Un incastro.

Pochissime note.

Ma messe esattamente dove devono stare.

Questo è uno dei motivi per cui il loro sound mi piace così tanto.

Non hanno paura del vuoto.

Una cosa sempre più rara.

Non c’è bisogno che tutto sia enorme.

Che ogni frequenza venga occupata.

Che ogni ritornello contenga cinquanta livelli di produzione.

Bastano pochi elementi.

Ma devono funzionare.

06 / NIKOLAI E FABRIZIO

Poi sotto c’è il motore.

Il basso di Nikolai Fraiture.

La batteria di Fabrizio Moretti.

Forse proprio perché sono meno appariscenti, rischiamo di dimenticare quanto siano importanti.

Togli il basso e le canzoni perdono il centro.

Togli quella batteria secca, quasi geometrica, e le chitarre smettono di muoversi nello stesso modo.

Quella precisione ritmica dà alle canzoni una spinta quasi geometrica, nonostante l’apparente sciatteria.

E questa è una cosa bellissima.

Sembrano sfatti.

Suonano precisissimi.

07 / JULIAN

E poi Julian Casablancas.

Probabilmente uno dei frontman che ha reso più seducente l’idea di sembrare completamente disinteressati a ciò che sta succedendo.

La voce passa attraverso distorsione.

Compressione.

Filtri.

Sembra arrivare da un telefono.

Da una radio.

Da un amplificatore nella stanza accanto.

Non è la grande voce rock classica.

Non vuole dimostrarti quanto possa cantare.

È quasi l’opposto.

Sembra dire:

questa è la canzone. Se vuoi, ascoltala.

Naturalmente anche questo è un personaggio.

E dietro quella presunta casualità c’era molto più controllo di quanto l’immagine della band lasciasse intendere.

08 / SUONAVA MALE. ERA PERFETTO.

Il produttore Gordon Raphael registrò Is This It in condizioni lontanissime dall’idea di una grande produzione rock da major.

Il risultato era sporco.

Compresso.

Distorto.

Quasi claustrofobico.

Raphael ha raccontato che durante il mastering gli venne sostanzialmente detto che quel suono sembrava poco professionale e avrebbe potuto danneggiare le possibilità commerciali della band.

Lui non volle “aggiustarlo”.

Perché era precisamente quello il punto.

Quel disco doveva suonare così.

Ventacinque anni dopo, il produttore continua a raccontare quell’esperienza come la cattura di qualcosa di irripetibile.

Ed è affascinante.

Perché nel momento in cui la tecnologia consentiva produzioni sempre più perfette, gli Strokes costruiscono una parte della propria identità facendo sembrare un disco meno perfetto.

09 / IS THIS IT

Poi ci sono semplicemente le canzoni.

The Modern Age.

Soma.

Someday.

Last Nite.

Hard to Explain.

Barely Legal.

Trying Your Luck.

Non serve costruire una teoria intorno a ogni brano.

Alcune cose funzionano prima ancora di essere analizzate.

Entra la batteria.

La chitarra.

Julian.

E senti immediatamente quella cosa.

Una città.

Una notte.

Qualcuno che forse ha bevuto troppo.

Qualcuno che dovrebbe andare a casa ma probabilmente non lo farà.

Una relazione che non sta andando particolarmente bene.

E nessuno che abbia voglia di trasformare tutto in una tragedia.

10 / IL LOOK CONTAVA?

Certo.

Molto.

Sarebbe assurdo fingere il contrario.

Gli Strokes non arrivano soltanto come suono.

Arrivano come immagine.

Cinque ragazzi che sembrano appartenere alla stessa banda anche quando probabilmente non hanno concordato nulla.

Jeans.

Converse.

Giubbotti.

Capelli.

New York.

Una specie di eleganza dello sbattimento.

Il Guardian ricorda quanto quella miscela di musica e immagine abbia contribuito a cambiare perfino il modo in cui una generazione di band si vestiva.

Era marketing?

In parte.

Era naturale?

In parte.

Era tremendamente efficace?

Assolutamente sì.

11 / IL PROBLEMA DI DIVENTARE SUBITO UN SIMBOLO

Poi però succede la cosa peggiore che possa capitare a una giovane band.

Fanno esattamente ciò che tutti volevano.

E quindi tutti si lamentano.

2003.

Room on Fire.

Ancora loro.

Stesso produttore.

Stessa essenzialità.

Stessa durata relativamente breve.

Stesso mondo.

Reptilia.

12:51.

The End Has No End.

Under Control.

Per me dentro ci sono canzoni enormi.

Ma la narrativa critica cambia.

Il primo disco era stato:

“finalmente.”

Il secondo diventa:

“ancora?”

È uno dei paradossi più crudeli della musica.

Se cambi troppo:

hai tradito ciò che eri.

Se cambi poco:

ti stai ripetendo.

12 / ROOM ON FIRE

Ma prima di arrivare a quel risultato c’è un passaggio che vale la pena ricordare.

Per il secondo album gli Strokes avevano iniziato a lavorare con Nigel Godrich, il produttore dei Radiohead.

E qui, per me, la cosa diventava ancora più interessante.

I Radiohead sono una delle mie band preferite.

Sapere che il loro produttore potesse entrare nel mondo degli Strokes mi aveva entusiasmato. E non poco.

Due mondi che amavo, con la possibilità di incontrarsi in studio.

La collaborazione, però, si interruppe durante le sessioni iniziali. La band tornò a Gordon Raphael, già al lavoro su Is This It, ed è con lui che realizzò il disco definitivo.

Godrich, quindi, non è il produttore di Room on Fire.

Resta quella possibilità appena intravista. E la curiosità di sapere dove avrebbe potuto portarli.

Riascoltato oggi, secondo me il problema è molto meno drammatico di come venne percepito allora.

Sì.

È vicino a Is This It.

E quindi?

La band era ancora giovanissima.

Aveva trovato un linguaggio fortissimo.

Era davvero necessario distruggerlo immediatamente soltanto per dimostrare maturità?

Forse no.

Ma capisco anche la critica.

Quando il primo disco arriva accompagnato dall’idea che tu stia salvando il rock…

fare un secondo disco simile può sembrare molto meno rivoluzionario.

Il problema non era necessariamente Room on Fire.

Era il peso assurdo che il mondo aveva messo sulle loro spalle.

13 / POI PROVANO A CAMBIARE

2006.

First Impressions of Earth.

Più lungo.

Più grosso.

Più prodotto.

Più chitarra.

Più ambizione.

Meno di quella leggerezza claustrofobica dei primi due.

You Only Live Once.

Juicebox.

Heart in a Cage.

Il suono sottile e nervoso dei primi album si fa più pieno e ambizioso. Alcuni momenti funzionano, altri sembrano perdere quella immediatezza che li aveva resi speciali.

Ed è probabilmente la prima volta che gli Strokes incontrano davvero il limite della propria identità.

14 / COSA DEVE FARE UNA BAND CHE HA GIÀ TROVATO LA PROPRIA FORMA PERFETTA?

Questa è una domanda difficilissima.

Gli AC/DC possono passare una carriera a perfezionare un linguaggio estremamente riconoscibile.

Altre band hanno bisogno di distruggere tutto ogni tre dischi.

Gli Strokes sembrano rimanere bloccati nel mezzo.

Sanno perfettamente quale sia il loro suono.

Ma Julian, soprattutto, sembra progressivamente meno interessato a rimanerci dentro.

E da lì parte un periodo molto più irregolare.

15 / ANGLES

2011.

Cinque anni dopo.

Angles.

Sintetizzatori.

Nuove geometrie.

Un lavoro costruito con dinamiche interne molto meno semplici rispetto al passato.

Under Cover of Darkness ricorda immediatamente perché amiamo quella band.

Ma il disco cerca anche altro.

Non sempre tutto si incastra perfettamente.

È il momento in cui diventa evidente che gli Strokes non possono più semplicemente fingere di essere i ragazzi del 2001.

E soprattutto probabilmente non vogliono esserlo.

16 / COMEDOWN MACHINE

Poi Comedown Machine.

2013.

Un disco strano.

Quasi volutamente anti-evento.

Copertina che sembra una vecchia etichetta RCA.

Poca promozione.

Falsetti.

Synth.

New wave.

Una band che sembra voler sparire dentro il proprio stesso disco.

Non è necessariamente l’album attraverso cui farei conoscere gli Strokes a qualcuno.

Ma è importante.

Perché dimostra che nel frattempo la domanda non è più:

“riusciranno a salvare il rock?”

È:

“riescono ancora a sopportare di essere gli Strokes?”

17 / THE VOIDZ

Nel frattempo Julian trova un altro spazio.

The Voidz.

E lì può diventare molto più strano.

Elettronica.

Distorsioni.

Auto-Tune.

Strutture meno rassicuranti.

Suoni che probabilmente dentro Is This It avrebbero provocato un cortocircuito.

E questo progetto diventa importante anche per capire gli Strokes contemporanei.

Perché a un certo punto sembra quasi che Julian abbia bisogno di andare altrove per potersi nuovamente divertire anche qui.

18 / THE NEW ABNORMAL

2020.

Rick Rubin.

The New Abnormal.

E succede qualcosa.

Non è un secondo Is This It.

Grazie a Dio.

Ma per la prima volta da parecchio tempo sembra che la band abbia trovato un equilibrio convincente tra ciò che era e ciò che è diventata.

The Adults Are Talking.

Bad Decisions.

At the Door.

Ode to the Mets.

Le canzoni respirano di più.

Sono più lunghe.

Più malinconiche.

C’è meno fretta di dimostrare qualcosa.

Pur in una recensione complessivamente severa, Pitchfork riconosceva che nei momenti migliori gli elementi tornavano a incastrarsi, come una vecchia macchina che si riaccende pezzo dopo pezzo.

Ed è probabilmente il miglior modo di descriverlo.

Non erano tornati giovani.

Erano tornati band.

19 / E VINCONO IL GRAMMY

The New Abnormal porta agli Strokes anche il primo Grammy della loro carriera.

Una cosa abbastanza assurda se pensiamo a quanto velocemente erano stati trattati come una delle band più importanti della propria generazione già vent’anni prima.

Ma forse è appropriato.

Il riconoscimento istituzionale arriva quando ormai non hanno più bisogno di essere salvatori di nulla.

Possono semplicemente fare musica.

20 / 2026

The Strokes durante le sessioni in Costa Rica. Foto: Johann Rashid / press kit Sony Music.
The Strokes durante le sessioni in Costa Rica. Foto: Johann Rashid / press kit Sony Music. Fonte

E adesso siamo qui.

Venticinque anni dopo Is This It.

Julian Casablancas non è più il ragazzo che sembra aver dormito vestito sul pavimento di un appartamento del Lower East Side.

Gli altri membri della band non sono più quelli fotografati come se ogni sera dovesse necessariamente concludersi male.

Il mondo è cambiato.

Il rock è cambiato.

La cultura pop è cambiata.

E il 24 luglio 2026 è arrivato il settimo album degli Strokes:

Reality Awaits.

Nove brani.

Ancora Rick Rubin alla produzione.

Primo disco nuovo dal 2020.

Ed è un disco importante proprio perché non prova a rispondere alla domanda che una parte del pubblico continua a fare da venticinque anni:

“Quando rifate Is This It?”

La risposta sembra finalmente essere:

mai.

21 / REALITY AWAITS

Reality Awaits (2026). Artwork: Untitled (Cowboy), 1989, Richard Prince. Immagine ufficiale Sony Music.
Reality Awaits (2026). Artwork: Untitled (Cowboy), 1989, Richard Prince. Immagine ufficiale Sony Music. Fonte

Dentro c’è ancora la band.

La riconosci.

Ma c’è anche molta della stranezza che Casablancas ha sviluppato altrove.

Auto-Tune.

Synth.

Ironia.

Voci deformate.

Strutture meno immediatamente “Strokes”.

Going Shopping è quasi una dichiarazione programmatica di questa fase: una band adulta, sarcastica, consapevole dell’assurdità del proprio posto dentro il sistema che un tempo avrebbe dovuto rivoluzionare.

Il disco ha diviso la critica.

Il Guardian gli ha dato quattro stelle su cinque, descrivendolo come il loro lavoro più vitale da anni e sottolineando proprio l’incontro tra la follia dei progetti laterali di Casablancas e il minimalismo melodico degli Strokes.

Pitchfork è stato decisamente più freddo: 6,5, definendolo strano, cupo, molto consapevole della propria ironia e fortemente contaminato dal suono più sperimentale di Julian.

Rolling Stone Italia ha centrato invece un aspetto che per me è fondamentale:

gli Strokes sembrano fare di tutto per lasciarsi definitivamente alle spalle il vecchio ruolo di salvatori del rock.

Ed è giusto.

Quel ruolo non l’avevano chiesto loro.

EUROPA, OTTOBRE 2026: IL PRESENTE RIEMPIE LE ARENE

E intanto fuori dai discorsi sul passato succede una cosa molto concreta.

Gli Strokes riempiono le arene.

Il 17 ottobre 2026 hanno suonato all’Unipol Arena di Casalecchio di Reno, Bologna: unica data italiana del tour, sold out.

The Strokes dal vivo all’Unipol Arena, Bologna, 17 ottobre 2026
Bologna, 17 ottobre 2026. Foto: Giuseppe Craca per Rolling Stone Italia. Fonte e reportage.

Non è una data isolata. Nel comunicato del 5 ottobre, l’ufficio stampa della band indicava come interamente esaurita la tournée europea: dalle due serate londinesi fino a Dublino, passando per Amsterdam, Düsseldorf, Berlino, Bologna, Barcellona, Parigi, Newcastle e Manchester.

A Bologna mancava Nick Valensi, sostituito dal vivo da Steve Schiltz dei Longwave. Anche questo va raccontato, senza confondere la formazione storica con quella sul palco.

Un altro momento del concerto degli Strokes a Bologna nel tour 2026
The Strokes sul palco dell’Unipol Arena. Foto: Giuseppe Craca per Rolling Stone Italia. Fonte.

Per me questo dà un peso diverso a tutto il ragionamento.

Possiamo discutere di quanto siano cambiati. Di quello che ci manca. Di quello che vorremmo ancora sentire.

Ma non stiamo parlando soltanto di una band rimasta dentro i nostri ricordi.

Stiamo parlando di una band che, nel presente, continua a far uscire le persone di casa.

22 / MA NOI CONTINUIAMO A CHIEDERGLIELO

Ed ecco il paradosso.

Mentre gli Strokes provano da anni a dimostrare di poter essere qualsiasi cosa oltre la band di Is This It…

una parte di noi continua a tornare lì.

A quelle chitarre.

A quella batteria.

A quella voce.

A quelle canzoni brevi.

Perché?

Solo nostalgia?

Forse un po’.

Sarebbe ridicolo negarlo.

Ma non credo sia soltanto quello.

Perché io quella musica continuo a trovarla efficace.

Non “bella perché mi ricorda un’epoca”.

Bella.

Punto.

23 / È DAVVERO COSÌ SEMPLICE?

Prendi Hard to Explain.

Reptilia.

Someday.

The Adults Are Talking.

Non hanno bisogno di un trattato.

Partono.

E funzionano.

Questa capacità di costruire qualcosa di immediato senza farlo sembrare stupido è difficilissima.

Gli Strokes non sono mai stati una band da virtuosismo esibito.

Il virtuosismo, quando c’è, consiste nel sapere cosa non suonare.

E io continuo ad amare proprio quello.

24 / PERÒ FACCIAMO I CRITICI

Perché è troppo facile raccontarli soltanto come la band che salvò le chitarre.

Non è vero.

O almeno non abbastanza.

Dopo Is This It la loro discografia non ha mantenuto sempre quello stesso livello.

Ci sono album molto buoni.

Ci sono dischi irregolari.

Ci sono canzoni fantastiche dentro album che non ascolterei dall’inizio alla fine ogni settimana.

Ci sono momenti nei quali sembra che Julian voglia essere ovunque tranne che negli Strokes.

Ci sono state tensioni.

Lunghe pause.

Esperimenti non sempre riusciti.

E soprattutto c’è il rischio enorme della mitologia.

Quando un debutto è così importante, tutto ciò che viene dopo viene giudicato contro qualcosa che ormai non è più soltanto un disco.

È un momento storico.

E nessuna band può ricreare un momento storico per contratto.

25 / NON POTEVANO SALVARE IL ROCK DUE VOLTE

Perché la prima volta non avevano nemmeno davvero salvato qualcosa.

Avevano riaperto una porta.

È diverso.

Dopo di loro arrivano o esplodono:

The Libertines.

Franz Ferdinand.

Interpol.

Yeah Yeah Yeahs.

The Killers.

Kings of Leon.

Arctic Monkeys.

Una parte enorme del guitar rock dei Duemila si muove dentro uno spazio che gli Strokes hanno contribuito a rendere nuovamente desiderabile. Il Guardian ha ricostruito più volte quanto il loro arrivo abbia cambiato la scena britannica e quanto evidente sia stato il debito di moltissime band successive.

Poi succede ciò che succede sempre.

Arrivano i cloni.

26 / OGNI RIVOLUZIONE PRODUCE LA PROPRIA SPAZZATURA

Una band apre una porta.

Cinquanta band entrano.

Poi cinquecento.

Improvvisamente ciò che sembrava fresco diventa formula.

Chitarra appuntita.

Basso.

Jeans.

Frangia.

Nome con “The”.

Singolo da pista indie.

Ed eccoci all’indie landfill.

Non è colpa degli Strokes.

Ma è una conseguenza inevitabile del successo.

La cosa interessante è che persino diversi protagonisti della scena hanno descritto retrospettivamente quel momento proprio così: un’esplosione inizialmente vitale che l’industria ha rapidamente trasformato in catena di montaggio.

E questa è una lezione importante se davvero speriamo in un ritorno delle chitarre.

27 / IO NON VOGLIO IL RITORNO DEL 2001

Questo voglio chiarirlo.

Non voglio che il rock “torni” nel senso:

rifacciamo quello che funzionava quando avevo vent’anni.

Sarebbe terribile.

Non voglio nuovi Strokes.

Gli Strokes esistono già.

Non voglio qualcuno che registri male la voce perché nel 2001 funzionava.

Non voglio la moda skinny.

Non voglio il finto Lower East Side costruito su TikTok.

Quello che vorrei tornasse è la centralità culturale della band.

28 / CINQUE PERSONE POSSONO ANCORA CONTARE?

Questa è la domanda.

Può una band nuova arrivare oggi con chitarre, basso, batteria e qualcosa da dire e diventare un fenomeno realmente generazionale?

Non di nicchia.

Non soltanto festival.

Non soltanto community di appassionati.

Centro.

Radio.

Streaming.

Moda.

Conversazione.

Ragazzi che decidono di comprare una chitarra perché hanno visto quella band.

Altre band che nascono perché hanno ascoltato quel disco.

Questo è ciò che mi manca.

Non necessariamente il suono degli Strokes.

L’effetto Strokes.

29 / E FORSE QUALCOSA SI STA MUOVENDO

Sarebbe prematuro proclamare:

IL ROCK È TORNATO.

Ogni cinque anni qualcuno lo scrive.

Poi spesso non succede niente.

Ma ci sono segnali interessanti.

Gordon Raphael, in un’intervista pubblicata il 14 ottobre 2026, ha parlato di una nuova generazione di gruppi chitarristici e di un interesse rinnovato verso quel tipo di musica, soprattutto dopo gli anni della pandemia.

E forse la cosa più interessante è che gli stessi Strokes continuano a essere scoperti da persone che nel 2001 non erano nemmeno nate.

Il debutto ha compiuto venticinque anni.

E continua a non sembrare un reperto.

Anche la recente ricostruzione di MusicRadar ricorda l’influenza degli Strokes su Arctic Monkeys, Killers e Libertines.

Questa è la vera longevità.

30 / QUANDO UN DISCO NON HA BISOGNO DELLA NOSTALGIA

Un disco nostalgico funziona perché ricordi chi eri.

Un grande disco può fare anche quello.

Ma non ne ha bisogno.

Un diciottenne può mettere Is This It oggi senza aver vissuto:

il 2001,

MTV di quell’epoca,

i magazine,

le prime fotografie della band,

il Lower East Side,

il revival garage.

E comunque capire.

Perché la canzone parte.

E funziona.

È lì che finisce la nostalgia e comincia il catalogo.

31 / MI PIACCIONO DAVVERO O STO ASPETTANDO QUALCOSA?

Torniamo quindi alla mia domanda iniziale.

Quando metto gli Strokes e penso:

quanto mi piace questo sound

quanto c’è di oggettivo?

Domanda stupida.

Nella musica non funziona così.

Mi piace.

Questo basta.

Ma dentro quel piacere credo esista anche qualcos’altro.

Una speranza.

La speranza che sentire una chitarra così non debba automaticamente significare:

revival.

La speranza che una nuova band possa ancora utilizzare strumenti vecchissimi senza dover essere descritta come retrò.

La speranza che il rock possa smettere di chiedere continuamente il permesso di esistere.

32 / PERCHÉ LE CHITARRE NON SONO MORTE

Non lo sono mai state.

Questa frase è importante.

Il rock non è morto.

Le chitarre non sono scomparse.

Migliaia di band continuano a fare musica straordinaria.

La differenza è dove si trova il centro culturale.

Per lunghi periodi quel centro è stato altrove.

Hip hop.

Pop.

Elettronica.

R&B.

Musiche che hanno innovato, cambiato linguaggi e prodotto alcune delle cose più interessanti degli ultimi anni.

Non c’è bisogno che qualcosa muoia perché qualcos’altro possa tornare.

Quello che mi piacerebbe è semplicemente riaprire spazio.

33 / NON SERVE UNA GUERRA

Rock contro rap.

Chitarre contro sintetizzatori.

Musica vera contro musica finta.

Discorsi inutili.

Gli stessi Strokes contemporanei rendono ridicola questa divisione.

Reality Awaits usa synth.

Auto-Tune.

Manipolazione vocale.

Produzione moderna.

Julian ha passato anni nei Voidz a distruggere l’idea di purezza rock.

Ed è giusto così.

Se il rock deve avere ancora qualcosa da dire, deve contaminarsi.

Altrimenti diventa museo.

34 / FORSE È QUESTO IL VERO INSEGNAMENTO DEGLI STROKES

Nel 2001 non hanno avuto successo perché hanno conservato il passato perfettamente.

Hanno avuto successo perché lo hanno rimesso nel presente.

Velvet Underground.

Television.

Ramones.

Garage.

Post-punk.

Tutta roba precedente.

Ma filtrata attraverso:

loro,

New York,

quel momento,

quel produttore,

quel modo di vestire,

quel modo di registrare,

quel modo di scrivere canzoni.

Ed è questo che dovrebbe fare una nuova generazione.

Non rifare gli Strokes.

Fare agli Strokes ciò che gli Strokes fecero ai propri riferimenti.

Prendere qualcosa. Tradirlo abbastanza da farlo vivere di nuovo.

35 / REALITY AWAITS

E forse è bello che nel 2026 la band stessa stia provando, nel bene e nel male, a fare proprio questo con se stessa.

Reality Awaits non è il disco che consiglierei a qualcuno come prima porta d’ingresso.

Quello rimane Is This It.

Non credo nemmeno che sia il loro disco migliore.

Ma preferisco vederli rischiare di fare qualcosa di strano piuttosto che assistere a cinque uomini adulti che provano disperatamente a sembrare ancora ventenni.

Rolling Stone Italia ha ragione su una cosa:

non dobbiamo pretendere che una band il cui debutto è uscito venticinque anni fa suoni ancora come se fossero ragazzi.

Quella sarebbe nostalgia nel senso peggiore.

36 / GLI STROKES NON DEVONO TORNARE

Sono già qui.

Forse siamo noi che continuiamo a tornare da loro.

Per cercare qualcosa.

Un certo suono.

Una semplicità.

Una sensazione.

Quel momento in cui parte la chitarra e per tre minuti sembra improvvisamente che non serva altro.

E ogni volta che succede mi torna quella domanda.

Perché mi piace così tanto?

Forse perché è davvero grande musica.

Forse perché sono cresciuto dentro un mondo in cui una band poteva ancora sembrare una cosa importante.

Forse perché una parte di me continua a sperare che possa succedere di nuovo.

Probabilmente tutte queste cose insieme.

37 / LA BAND CHE HA FATTO SEMBRARE NUOVO IL ROCK DI SEMPRE

Alla fine è questa la cosa che continua a rendere speciali gli Strokes per me.

Non hanno inventato il rock.

Non hanno salvato il rock.

Non ne avevano bisogno.

Hanno fatto qualcosa di molto più concreto.

Nel momento giusto hanno ricordato a tutti che una canzone poteva ancora essere:

una batteria asciutta,

un basso,

due chitarre,

una voce,

tre minuti,

e niente di più.

E improvvisamente sembrava il futuro.

Venticinque anni dopo quel futuro è diventato passato.

Loro sono cambiati.

Noi siamo cambiati.

La musica è cambiata.

Ma quando parte una di quelle canzoni…

io continuo a sentire la stessa cosa.

Possibilità.

Non soltanto il ricordo di quando quel tipo di musica era enorme.

La possibilità che possa esserlo ancora.

Non con loro necessariamente.

Non nello stesso modo.

Non con gli stessi vestiti.

Non con la stessa produzione.

Non cercando di ricreare New York nel 2001.

Qualcuno dovrà inventare il proprio momento.

Ma se succederà…

se un giorno una nuova band prenderà quattro strumenti, costruirà dieci canzoni e improvvisamente farà venire a milioni di ragazzi la voglia di formare un gruppo…

probabilmente qualcuno scriverà che il rock è tornato.

Io spero di no.

Preferirei una frase molto più semplice.

Non se n’era mai andato.

Stavamo soltanto aspettando che qualcuno riuscisse di nuovo a farlo sembrare nuovo.

FONTI E APPROFONDIMENTI

Fotografie e artwork: rispettivi titolari, crediti nelle didascalie. Impaginazione editoriale CrashVerse.


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