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FROM THE VERSE — ORIGINAL SOUNDTRACK

AFTER THE THUNDER
An original CrashVerse track inspired by Thor.
Premi play. Entra nella storia. La musica ti accompagna mentre leggi.
MOVIES · MARVEL · THOR
Dal martello alla perdita, da Asgard alla ricerca di sé. Il viaggio di Thor tra fumetti, cinema e una domanda: siamo ancora degni quando falliamo?
Scritto da cRASh
Contiene spoiler dei film fino a Thor: Love and Thunder.
UN DIO È FACILE DA RACCONTARE MALE
È forte.
Vive per millenni.
Viene da Asgard.
Controlla il fulmine.
Ha un martello che quasi nessuno riesce nemmeno a sollevare.
È figlio di Odino.
È Thor.
Sulla carta sembrerebbe uno dei personaggi più semplici da rendere spettacolare.
E uno dei più difficili da rendere interessante.
Perché il problema con gli dèi è sempre lo stesso.
Se possono fare tutto, cosa può veramente fargli male?
La risposta Marvel, negli anni, è stata bellissima.
Togliergli le cose.
Una alla volta.
Il martello.
Il padre.
La madre.
Il fratello.
La casa.
Una parte del suo popolo.
La donna che ama.
La sicurezza.
La convinzione di essere sempre abbastanza forte.
Perfino la propria idea di sé.
Ed è proprio quando Thor comincia a perdere tutto che, paradossalmente, diventa davvero grande.
Non come dio.
COME PERSONAGGIO.
PRIMA DEL CINEMA
Thor non nasce con Chris Hemsworth.
E naturalmente non nasce nemmeno con Marvel.
Nasce molto, molto prima.
Mitologia norrena.
Tuono.
Mjölnir.
Asgard.
Odino.
Loki.
Ragnarök.
Marvel prende quella mitologia e nel 1962 fa una cosa che all'epoca aveva qualcosa di meravigliosamente folle:
METTE UN DIO TRA I SUPEREROI.
Journey Into Mystery #83.
Stan Lee.
Larry Lieber.
Jack Kirby.
Un medico di nome Donald Blake trova un bastone.
Lo colpisce contro il terreno.
E diventa Thor.
Il Dio del Tuono.
Nella storia di Donald Blake, sviluppata negli anni successivi, emerge qualcosa che sarebbe rimasto fondamentale per decenni.
Thor doveva imparare l'umiltà.
Perché la forza non basta.
Il potere non basta.
Essere figlio di un re non basta.
DEVI ESSERE DEGNO.
E quella parola diventerà praticamente il cuore del personaggio.
MJOLNIR
Possiamo parlare di Thor senza parlare di Mjolnir?
No.
Perché Mjolnir non è semplicemente un'arma.
Quello sarebbe troppo facile.
È un giudizio.
Puoi essere fortissimo.
Puoi essere un dio.
Puoi governare eserciti.
Puoi avere sangue reale.
Puoi essere Thor Odinson.
E comunque non riuscire a sollevarlo.
SE NON SEI DEGNO.
È una delle idee più semplici e più potenti che Marvel abbia mai costruito attorno a un personaggio.
Il martello non misura quanto sei forte.
Misura chi sei.
Ed è per questo che, tra fumetti e cinema, ogni volta che qualcun altro riesce a sollevarlo succede qualcosa.
Steve Rogers.
Jane Foster.
Beta Ray Bill.
Vision.
Non è semplicemente:
“Guarda, anche lui può usare il martello.”
È:
MJOLNIR HA VISTO QUALCOSA IN LUI.
E Thor lo sa.
2011
Poi arriva il cinema.
Kenneth Branagh.
Chris Hemsworth.
Natalie Portman.
Tom Hiddleston.
Anthony Hopkins.
E il primo Thor fa una scelta intelligente.
Non parte dal dio perfetto.
Parte dal contrario.
Un ragazzo arrogante.
Potentissimo.
Convinto di meritare il trono semplicemente perché è Thor.
Vuole combattere.
Vuole dimostrare.
Vuole vincere.
Crede che il potere gli appartenga per diritto.
Odino gli toglie tutto.
Potere.
Martello.
Asgard.
Identità.
Lo manda sulla Terra.
E improvvisamente Thor non è più il Dio del Tuono.
È semplicemente un uomo enorme che non riesce nemmeno a sollevare il proprio martello.
Ed è lì che comincia davvero il personaggio.
NON QUANDO RICEVE IL POTERE.
QUANDO LO PERDE.
CHRIS HEMSWORTH
Oggi sembra impossibile immaginare Thor con un'altra faccia.
Ma all'inizio Hemsworth era ancora tutto da costruire.
Fisicamente funzionava.
Ovviamente.
Sembrava letteralmente disegnato per indossare quell'armatura.
Capelli.
Fisico.
Voce.
Presenza.
Ma per anni il rischio è stato che Thor rimanesse semplicemente questo:
quello grosso degli Avengers con il martello.
Iron Man aveva Robert Downey Jr.
Captain America aveva un conflitto morale chiarissimo.
Hulk aveva Banner.
Loki rubava praticamente qualsiasi scena in cui comparisse.
Thor aveva bisogno di trovare qualcosa che fosse veramente suo.
E ci ha messo qualche film.
Ma quando l'ha trovato…
è cambiato tutto.
LOKI
Prima però dobbiamo parlare di lui.
Perché non esiste Thor senza Loki.
Non davvero.
Fratello.
Nemico.
Alleato.
Traditore.
Complice.
Problema.
Famiglia.
Tom Hiddleston riesce a trasformare Loki in qualcosa di molto più interessante del classico villain.
E la cosa più importante è che anche Thor, attraverso Loki, diventa più interessante.
Perché Thor può combattere centinaia di nemici.
Ma Loki è diverso.
Loki sa dove colpire.
Conosce suo padre.
Conosce sua madre.
Conosce Asgard.
Conosce Thor.
Sa esattamente quale parte di suo fratello provocare.
E soprattutto Thor continua ad amarlo.
Nonostante tutto.
Questa è la parte che rende il loro rapporto meraviglioso.
Thor sa che Loki può tradirlo.
Sa che probabilmente lo farà.
Lo prende persino in giro per questo.
Eppure continua a sperare.
PERCHÉ È SUO FRATELLO.
Non importa quanti mondi salvi.
La famiglia riesce sempre a trovarti il punto debole.
Anche se sei un dio.
THE AVENGERS
2012.
Loki arriva sulla Terra.
Thor lo segue.
E improvvisamente il Dio del Tuono entra davvero dentro qualcosa di più grande.
Iron Man.
Captain America.
Hulk.
Black Widow.
Hawkeye.
Thor.
Gli Avengers.
E lì Marvel capisce immediatamente quanto sia divertente mettere un dio in mezzo agli uomini.
Tony Stark lo provoca.
Steve Rogers lo affronta.
Hulk lo scaraventa via con un pugno, persino dopo aver combattuto al suo fianco.
È Loki, invece, quello che viene sbattuto a terra come un pupazzo.
Thor smette lentamente di essere la figura mitologica irraggiungibile.
Diventa uno del gruppo.
Sempre un dio.
Ma uno del gruppo.
E questo gli farà bene.
THE DARK WORLD
Non è il Thor che ricordiamo di più.
Diciamolo.
The Dark World probabilmente rimane uno dei capitoli meno amati di quella prima fase Marvel.
Ma dentro quel film succede qualcosa che pesa moltissimo sul personaggio.
Thor perde sua madre.
Frigga.
E Loki perde la stessa persona.
Per un attimo non ci sono il Dio del Tuono e il Dio dell'Inganno.
Ci sono due figli.
Due fratelli.
Due uomini che hanno appena perso la madre.
Il dolore li riavvicina.
Poi Loki apparentemente muore.
Un'altra perdita.
Un altro pezzo che viene tolto.
Thor ancora non lo sa.
Ma Marvel sta iniziando lentamente a smontarlo.

POI ARRIVA RAGNAROK
E qui cambia tutto.
2017.
Taika Waititi prende Thor e decide che una parte di quello che avevamo visto fino a quel momento deve essere distrutta.
Letteralmente.
Mjolnir.
Distrutto.
Odino.
Muore.
Asgard.
Distrutta.
I capelli.
Tagliati.
Il trono.
Quasi irrilevante.
Perfino l'occhio.
Thor perde praticamente ogni simbolo attraverso cui aveva definito se stesso.
E proprio lì arriva una delle idee più importanti dell'intero personaggio.
Thor continua a pensare di aver bisogno del martello.
Odino gli fa capire che il martello non è mai stato la sorgente del suo potere.
Serviva a controllarlo.
“SEI THOR, IL DIO DEI MARTELLI?”
No.
Thor è il Dio del Tuono.
Mjolnir era uno strumento.
Non l'identità.
Ed è una metafora perfetta.
Quante volte confondiamo quello che possediamo con quello che siamo?
Il ruolo.
Il lavoro.
La casa.
Il simbolo.
Il riconoscimento.
Thor deve perdere il martello per capire finalmente che il fulmine è sempre stato dentro di lui.
MA RAGNAROK FA ANCHE UN'ALTRA COSA
Fa ridere Thor.
E finalmente scopriamo che Chris Hemsworth è maledettamente divertente.
Non semplicemente simpatico.
Ha tempi comici.
Autoironia.
Fisicità.
Sa prendere un personaggio enorme e renderlo improvvisamente leggerissimo.
E questa cosa libera Thor.
Finalmente non deve continuamente parlare come se ogni frase fosse scolpita su una tavola di pietra ad Asgard.
Può essere stupido.
Può sbagliare.
Può fare il gradasso.
Può essere preso in giro.
Può avere paura.
Può improvvisare.
PUÒ ESSERE UMANO.
Ed è probabilmente la trasformazione cinematografica più importante del personaggio.
Ma quella libertà avrà anche un problema.
Ci arriveremo.
HELA
Cate Blanchett entra.
Prende Mjolnir.
Lo distrugge praticamente con una mano.
Fine della discussione.
E in pochi secondi capiamo una cosa.
Thor non vincerà questa battaglia semplicemente perché è Thor.
Hela appartiene alla storia nascosta di Odino.
È il passato violento di Asgard che ritorna.
E questo rende Ragnarok più interessante di quanto la sua superficie colorata lasci pensare.
Asgard non è perfetta.
Odino non è perfetto.
La famiglia reale non è perfetta.
La gloria su cui Thor è cresciuto ha delle fondamenta sporche.
Ancora una volta:
Thor cresce quando scopre che ciò che idealizzava era più complicato di quanto pensasse.
ASGARD NON È UN POSTO
Alla fine Asgard brucia.
Surtur la distrugge.
Thor guarda la propria casa sparire.
Ma finalmente capisce.
ASGARD NON È UN POSTO.
È IL SUO POPOLO.
Anche questa frase sembra semplice.
Ma per Thor è enorme.
È cresciuto per ereditare un regno.
Alla fine scopre che essere re non significa possedere un palazzo.
Significa essere responsabile delle persone.
E proprio quando sembra aver finalmente capito chi deve essere…
arriva Thanos.
INFINITY WAR
L'inizio di Infinity War è brutale.
Non c'è preparazione.
Non c'è festa.
Non c'è tempo.
La nave degli Asgardiani è già stata assaltata.
Heimdall muore.
Loki muore.
E questa volta Thor lo guarda succedere.
Il Loki che ha condiviso quel viaggio con lui muore lì. La variante seguita dalla serie Loki ha un altro percorso.
Niente trucco.
Niente resurrezione improvvisa.
Niente “ti avevo fregato”.
Thanos gli spezza praticamente la vita davanti agli occhi.
Thor ha già perso:
sua madre.
suo padre.
Mjolnir.
Asgard.
un occhio.
E adesso perde anche Loki.
Poi viene lasciato nello spazio.
Quasi morto.
QUANTO DEVE PERDERE ANCORA QUEST'UOMO?
Ed è qui che Infinity War costruisce forse il Thor cinematografico migliore.
Perché non combatte soltanto per salvare l'universo.
Combatte perché è furioso.
È dolore trasformato in direzione.
Deve fermare Thanos.
Deve vendicarsi.
Deve fare qualcosa che dia un senso a tutto quello che ha perso.
STORMBREAKER
Serve un'arma.
E parte verso Nidavellir.
Con Rocket.
Con Groot.
Eitri.
La stella.
La forgia.
Stormbreaker.
È epico.
Assurdamente epico.
Ma il momento più bello non è l'ascia.
È Thor.
Uno che dovrebbe essere praticamente indistruttibile e che continua ad andare avanti perché non sa fare altro.
Rocket gli chiede cosa succederebbe se il piano fallisse.
Thor risponde, sostanzialmente, che non ha più nulla da perdere.
E quella frase pesa.
Perché per la prima volta crediamo davvero che dietro tutta quella potenza ci sia qualcuno completamente distrutto.
BRING ME THANOS
Poi arriva Wakanda.
Bifrost.
Stormbreaker.
Thor.
Rocket.
Groot.
E uno degli ingressi più esaltanti dell'intero MCU.
“BRING ME THANOS!”
Sì.
È fan service.
Sì.
È costruito per far esplodere il cinema.
E funziona maledettamente bene.
Perché non stiamo semplicemente vedendo Thor diventare potentissimo.
Abbiamo visto cosa gli è costato arrivare lì.
E quando finalmente colpisce Thanos…
sembra fatta.
Stormbreaker entra nel petto.
Thor guarda l'uomo che gli ha portato via quasi tutto.
E vuole che sappia chi lo ha sconfitto.
Poi arriva quella frase.
“DOVEVI MIRARE ALLA TESTA.”
Snap.
Metà dell'universo scompare.
E improvvisamente tutta la potenza di Thor non significa più niente.
HA FALLITO
Questa è la cosa più importante.
Thor aveva Thanos davanti.
Poteva fermarlo.
Non lo ha fatto.
Non perché fosse debole.
Non perché non fosse abbastanza potente.
Perché voleva vendetta.
Voleva guardarlo negli occhi.
Voleva che Thanos sapesse.
E quella scelta costa metà dell'universo.
Naturalmente la responsabilità non può essere ridotta semplicemente a lui.
Ma Thor la vive così.
IO HO FALLITO.
E per uno che ha costruito l'intera identità attorno all'essere quello abbastanza forte da salvare tutti…
questa idea è devastante.
ENDGAME
Cinque anni dopo.
Thor non è più Thor.
O almeno pensa di non esserlo.
New Asgard.
Birra.
Videogiochi.
Peso.
Barba.
Isolamento.
Depressione.
Senso di colpa.
E qui Marvel fa una cosa che ancora oggi divide.
Trasforma parte di quella condizione in comicità.
Capisco perché.
È il linguaggio del film.
Ma sotto le battute c'è una cosa molto seria.
THOR SI È ARRESO A SE STESSO.
Non crede più di essere quello che gli altri vedono.
Non crede più di essere degno.
È sopravvissuto a così tante persone amate.
E quasi sembra che proprio questo sia il problema.
FRIGGA
Poi torna nel passato.
Asgard.
Sua madre.
Frigga capisce immediatamente che qualcosa non va.
Lo guarda.
E Thor torna bambino.
Non importa che abbia combattuto Hulk.
Non importa Thanos.
Non importa quanta forza possieda.
Davanti a sua madre è semplicemente un figlio che ha bisogno che qualcuno gli dica che può ancora andare avanti.
E poi succede.
Thor allunga la mano.
Non sa cosa accadrà.
Aspetta.
MJOLNIR ARRIVA.
E Thor dice:
“Sono ancora degno.”
Quella scena vale anni di costruzione del personaggio.
Perché Mjolnir non gli sta dicendo:
“Sei tornato forte.”
Gli sta dicendo:
NON HAI MAI SMESSO DI VALERE.
Anche così.
Rotto.
Sovrappeso.
Impaurito.
Pieno di sensi di colpa.
Ancora degno.
Ed è una delle idee più belle che Marvel abbia mai inserito dentro Thor.
CAPTAIN AMERICA
Poi Endgame ci regala l'altro momento.
Steve Rogers.
Mjolnir.
Lo sapevamo.
O almeno speravamo.
Thor lo vede sollevare il martello.
E invece di essere geloso…
sorride.
“LO SAPEVO.”
E questa piccola reazione racconta quanto Thor sia cambiato dal primo film.
Il Thor del 2011 avrebbe probabilmente vissuto quella scena come un affronto.
Questo Thor è felice.
Perché ormai ha capito che l'essere degni non è una competizione.
E POI?
Thanos sconfitto.
Tony morto.
Steve se ne va.
Natasha morta.
Una fase dell'MCU finisce.
Thor potrebbe finalmente fare ciò per cui è stato cresciuto.
Governare.
Essere re.
E invece lascia New Asgard a Valkyrie.
Perché finalmente capisce che il destino costruito dagli altri per te non è necessariamente il tuo.
Odino voleva un re.
Asgard aveva bisogno di un re.
Thor pensava di dover essere quel re.
Poi scopre che può semplicemente cercare di capire chi vuole essere.
Per un dio, è una domanda incredibilmente umana.
JANE FOSTER
E arriviamo a Love and Thunder.
Jane torna.
Ma non come la ricordavamo.
Ha il cancro.
E contemporaneamente…
Mjolnir la sceglie.
Mighty Thor.
Questa idea arriva da uno degli archi più importanti dei fumetti moderni di Thor.
Jane è malata.
Ogni trasformazione la rende Thor.
Potentissima.
Ma il costo umano rimane.
Nei fumetti questa idea viene portata fino alle estreme conseguenze: Jane continua a scegliere di essere Thor pur sapendo cosa significa per il proprio corpo.
È un concetto enorme.
Potere e mortalità nello stesso personaggio.
Una donna che può affrontare divinità…
e non può semplicemente cancellare la propria malattia.
GORR
E dall'altra parte c'è Gorr.
Il Macellatore di Dei.
Christian Bale.
Un uomo che perde sua figlia.
Prega.
Scopre che al dio in cui credeva non importa assolutamente nulla di lui e di sua figlia.
E decide che gli dèi non meritano di esistere.
Anche questo concetto arriva dalla straordinaria saga di Jason Aaron.
Ed è perfetto per Thor.
Perché costringe un dio a rispondere alla domanda più pericolosa possibile:
A COSA SERVONO GLI DÈI?
Se esistete…
se siete così potenti…
perché lasciate soffrire tutti gli altri?
Non è soltanto un villain che vuole uccidere Thor.
È qualcuno che mette in discussione la legittimità stessa di Thor.
LOVE AND THUNDER
E qui dobbiamo essere sinceri.
Per me il problema non è l'idea.
Dentro Love and Thunder ci sono idee bellissime.
Jane.
Il cancro.
Gorr.
La perdita.
L'amore.
La mortalità.
Thor che cerca di capire cosa fare della propria vita.
Tutto potenzialmente enorme.
Il problema è che il film troppo spesso ha paura di rimanere fermo dentro quelle emozioni.
Deve arrivare una battuta.
Poi un'altra.
Poi le capre.
Poi un'altra gag.
Poi ancora ironia.
E a un certo punto quello che aveva funzionato perfettamente in Ragnarok viene spinto troppo oltre.
La libertà che aveva salvato Thor rischia di trasformarlo nella parodia di se stesso.
E questa non è soltanto una lettura arrivata dal pubblico.
In un’intervista a Vanity Fair pubblicata nell’aprile 2024, lo stesso Chris Hemsworth ha riconosciuto di essersi lasciato trascinare troppo dall'improvvisazione e dalla follia, fino ad avere la sensazione di essere diventato una parodia del personaggio.
Ed è una dichiarazione che rispetto molto.
Perché significa averlo capito.

PERÒ JANE…
Quando il film rallenta,
funziona.
Thor e Jane.
Due persone che hanno perso tempo.
Che si sono amate.
Che si sono allontanate.
Che si ritrovano quando ormai il tempo è diventato la cosa più preziosa.
Thor è un dio.
Jane è mortale.
Ed è proprio la mortale a insegnargli qualcosa sul tempo.
Perché Thor può teoricamente avere migliaia di anni davanti.
Jane no.
Quando scopri che il tempo è poco…
ogni minuto cambia valore.
E alla fine Jane sceglie.
Combatte.
Aiuta Thor.
Muore.
E Thor perde ancora.
ANCORA.
QUANTE VOLTE PUOI ROMPERE UN DIO?
Madre.
Padre.
Fratello.
Casa.
Una parte del suo popolo.
Amici.
Fallimento.
Jane.
Thor continua a essere chiamato Dio del Tuono.
Ma se guardiamo realmente il suo percorso cinematografico…
Thor è quasi il Dio della perdita.
E la cosa incredibile è che non diventa cinico.
Non completamente.
Continua a credere.
Continua ad amare.
Continua a cercare.
Continua a fare battute.
Continua a rialzarsi.
Forse è questo che lo rende davvero degno.
Non il fatto che non cada.
IL FATTO CHE CONTINUI A TORNARE IN PIEDI.
LOVE
Alla fine Love and Thunder lascia Thor con una bambina.
La figlia di Gorr.
Love.
Un uomo che ha perso quasi tutta la propria famiglia diventa improvvisamente famiglia per qualcun altro.
E questa cosa, concettualmente, mi piace moltissimo.
Il Thor del primo film voleva il trono.
Voleva dimostrare di essere abbastanza forte.
Voleva essere re.
Questo Thor prepara la colazione a una bambina.
Pensate al viaggio.
Da:
“Sono il figlio di Odino.”
a:
“Devo prendermi cura di qualcuno.”
E forse lì c'è una nuova definizione di essere degni.
I FUMETTI HANNO SEMPRE SAPUTO CHE THOR PUÒ ROMPERSI
Ed è importante dirlo.
Il cinema non ha inventato il Thor vulnerabile.
Nei fumetti Thor ha attraversato crisi enormi.
Ha perso Mjolnir.
È diventato indegno.
Ha visto Jane Foster prendere il suo posto come Mighty Thor.
Ha affrontato Gorr.
Ha combattuto guerre attraverso i Regni.
È diventato re.
Ha affrontato la domanda più difficile:
CHI È THOR SENZA IL MARTELLO?
La lunga gestione di Jason Aaron ha lavorato ossessivamente proprio su questo concetto.
Giovane Thor.
Thor presente.
King Thor.
Gorr.
Jane.
L'indegnità.
La Guerra dei Regni.
Sette anni di storie che hanno preso il Dio del Tuono e continuato a chiedergli:
sei ancora degno?
Ed è probabilmente la domanda definitiva per il personaggio.
NON È IL PIÙ INTELLIGENTE
Tony Stark probabilmente lo prenderebbe in giro leggendo questa frase.
Thor non è Iron Man.
Non pianifica tutto.
Non è Doctor Strange.
Non è Steve Rogers.
Non è Bruce Banner.
Thor spesso entra dalla porta principale.
Con Stormbreaker.
E possibilmente con un fulmine grosso quanto un palazzo.
Ma questo è anche il suo fascino.
È diretto.
Leale.
Emotivo.
Impulsivo.
A volte ingenuo.
Spesso molto più fragile di quanto il fisico lasci immaginare.
E quando Marvel ricorda queste cose,
Thor funziona magnificamente.
NON È IL MARTELLO
Questa per me rimane la chiave di tutto.
Possiamo togliere Mjolnir.
Possiamo togliere Stormbreaker.
Possiamo togliere l'armatura.
Possiamo togliere Asgard.
Possiamo togliere il trono.
Possiamo persino togliere il fulmine.
Se sotto rimane l'uomo…
Thor esiste ancora.
Ed è esattamente il contrario di ciò che credeva all'inizio.
Pensava di essere degno perché era Thor.
Ha dovuto passare anni per capire che:
È THOR PERCHÉ CONTINUA A CERCARE DI ESSERE DEGNO.
La differenza è enorme.
CHRIS HEMSWORTH È DIVENTATO THOR
È successo gradualmente.
All'inizio indossava il costume.
Poi ha trovato la voce.
Poi l'ironia.
Poi la fragilità.
Poi il dolore.
E adesso separare Hemsworth dal personaggio è difficilissimo.
Come Hugh Jackman con Wolverine.
Come Robert Downey Jr. con Tony Stark.
Come Ryan Reynolds con Deadpool.
A un certo punto l'attore e il personaggio si contaminano.
Non sai più esattamente dove finisce uno e comincia l'altro.
E forse è per questo che apprezzo particolarmente quando Hemsworth parla apertamente di ciò che non ha funzionato.
Perché significa che non vede Thor semplicemente come un contratto.
Vuole ancora trovare qualcosa nel personaggio.
Qualcosa che meriti un altro film.
E io voglio vederlo.
IL PROSSIMO THOR
Il ritorno di Chris Hemsworth in Avengers: Doomsday è già annunciato.
Ma la mia domanda va oltre la prossima apparizione.
Non mi interessa vedere semplicemente:
Thor contro un altro cattivo più forte.
Fulmine.
Stormbreaker.
Battaglia enorme.
Titoli di coda.
Lo abbiamo già visto.
Voglio vedere cosa rimane dopo tutto quello che gli è successo.
Quanto pesa una vita che può durare millenni?
Come vive qualcuno destinato a sopravvivere continuamente alle persone che ama?
Cosa significa essere padre?
Cosa significa essere un dio in un universo in cui gli dèi possono morire?
Cosa significa essere degni quando non hai più bisogno che un martello te lo confermi?
Quello è il Thor che voglio.
Non necessariamente più potente.
PIÙ PROFONDO.
PERCHÉ THOR FUNZIONA
Non perché ha il martello.
Non perché controlla il fulmine.
Non perché è un dio.
Non perché può affrontare Hulk.
Non perché Stormbreaker può quasi uccidere Thanos.
Thor funziona per il contrasto.
Vive per millenni…
ma perde le persone.
È potentissimo…
ma fallisce.
È un dio…
ma dubita.
È un re…
ma non vuole governare.
Può attraversare l'universo…
ma continua a cercare casa.
Può combattere qualsiasi mostro…
ma non può colpire il dolore con Stormbreaker.
ECCO PERCHÉ FUNZIONA.
Perché sotto tutta quella mitologia c'è qualcosa di banalmente umano.
La paura di non essere abbastanza.
CRASHVERSE VERDICT
Thor è arrivato nel Marvel Cinematic Universe come un dio.
Bello.
Potente.
Arrogante.
Figlio del re.
Con un martello che nessuno poteva sollevare.
Sembrava completo.
In realtà non lo era affatto.
Aveva bisogno di perdere.
Mjolnir.
Frigga.
Odino.
Asgard.
Heimdall.
Loki.
La battaglia contro Thanos.
La fiducia in se stesso.
Jane.
Ogni perdita gli ha tolto qualcosa.
Ma sotto ogni cosa tolta ne è rimasta un'altra.
Thor.
Non il Dio del Tuono.
Non l'Avenger.
Non il re di Asgard.
Non il figlio di Odino.
THOR.
Un uomo che continua a domandarsi se sia ancora degno.
Ed è per questo che una delle sue scene più potenti non contiene un'esplosione.
Non contiene Thanos.
Non contiene Hulk.
Non contiene un esercito.
C'è soltanto lui.
Sua madre.
Una mano tesa.
E un martello che, nell’Asgard del passato, torna nella sua mano.
Sono ancora degno.
Tre parole.
Tutto Thor è lì.
Perché essere degni non significa non fallire.
Non significa non avere paura.
Non significa essere sempre forti.
Non significa vincere ogni battaglia.
A volte puoi perdere.
Puoi sbagliare.
Puoi cadere.
Puoi non riconoscerti più allo specchio.
Puoi convincerti di aver deluso tutti.
E continuare comunque a essere degno.
Forse è questa la cosa più bella che Marvel ha raccontato attraverso un dio.
Thor aveva bisogno di imparare l'umiltà per poter sollevare Mjolnir.
Poi ha dovuto perdere Mjolnir per capire che non ne aveva bisogno.
Ha dovuto perdere Asgard per capire che casa non era un luogo.
Ha dovuto rinunciare al trono per accettare che non doveva essere re.
Ha dovuto perdere contro Thanos per capire che anche un dio può fallire.
E ha dovuto perdere Jane per ricordarsi ancora una volta quanto sia prezioso amare qualcuno quando sai che potresti perderlo.
All'inizio pensava che essere Thor significasse possedere il potere.
Dopo tutti questi anni abbiamo capito che è quasi il contrario.
ESSERE THOR SIGNIFICA AVERE ANCORA LA FORZA DI ALZARSI QUANDO IL POTERE NON BASTA PIÙ.
Il fulmine è spettacolare.
Mjolnir è iconico.
Stormbreaker è una bestia.
Asgard è meravigliosa.
Ma nessuna di queste cose è Thor.
Thor è quello che rimane quando le togli tutte.
Un dio che ha dovuto perdere quasi tutto…
per diventare finalmente se stesso.


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