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MOVIES · TIM BURTON

Scritto da cRASh

Da Edward a Jack, un viaggio nel cinema che ha dato una casa a chi si sente fuori posto.

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Io Burton l’avevo già incontrato.

Batman.

1989.

Quel mondo nero, gotico, storto, molto diverso da come avevo immaginato un film di supereroi.

Mi aveva colpito.

Ma l’amore vero arrivò dopo.

Edward mani di forbice.

Lì capii.

Non era soltanto uno stile.

Non erano soltanto colori scuri, scenografie strane e personaggi pallidi.

C’era una sensibilità precisa.

Un modo di guardare chi si sente fuori posto.

Chi sembra sbagliato.

Chi viene osservato.

Giudicato.

Temuto.

E spesso è proprio quello il personaggio più umano di tutti.

Poi arrivarono Beetlejuice.

Nightmare Before Christmas.

E a quel punto ero dentro.

Completamente.

BATMAN

Il Batman di Burton non è semplicemente un film di supereroi.

È già Burton.

Gotham è sporca.

Teatrale.

Oscura.

Quasi deforme.

Michael Keaton porta un Bruce Wayne strano, introverso, molto meno “perfetto” di quanto ci si sarebbe potuti aspettare.

Jack Nicholson trasforma Joker in qualcosa di enorme.

E poi c’è quell’atmosfera.

Quel nero.

Quelle architetture.

Quella sensazione che il fumetto sia passato attraverso un sogno gotico.

Per me è stato il primo segnale.

Burton non adattava semplicemente un personaggio.

Lo portava dentro il proprio mondo.

EDWARD MANI DI FORBICE

Johnny Depp in Edward mani di forbice (1990). Immagine promozionale: 20th Century Studios.
Johnny Depp in Edward mani di forbice (1990). Immagine promozionale: 20th Century Studios. Fonte

Poi arriva Edward.

E lì cambia tutto.

Johnny Depp.

Quelle mani.

Quel volto.

Quella timidezza.

Quel personaggio che fa paura a prima vista e che, in realtà, è forse la creatura più delicata dell’intero film.

Edward è praticamente il manifesto del cinema di Burton.

Il diverso.

Il fragile.

Quello che tutti vogliono conoscere finché resta interessante.

Finché diverte.

Finché può essere mostrato.

Poi basta poco.

Un errore.

Una paura.

Una voce.

E la stessa comunità che lo aveva accolto comincia a respingerlo.

È questa la parte che mi ha sempre colpito.

Burton non ti dice:

“Guardate questo mostro.”

Ti dice:

“Guardate come lo trattiamo.”

NEI FILM DI BURTON IL MOSTRO RARAMENTE È QUELLO CON L’ASPETTO PIÙ STRANO

Questa, per me, è una delle sue idee più forti.

Il personaggio pallido.

Con le cicatrici.

Con le mani impossibili.

Con il vestito nero.

Con il volto scavato.

Spesso è quello più sincero.

Più tenero.

Più umano.

La vera inquietudine arriva dalla normalità.

Dalla gente che sorride.

Dai vicini.

Dalle regole.

Dal bisogno di uniformare.

Dal giudizio.

Burton ha sempre avuto più paura della normalità che pretende di esserlo.

BEETLEJUICE

Catherine O’Hara in Beetlejuice (1988): il grottesco invade la quotidianità. © Warner Bros. Fonte: IFC Center.
Catherine O’Hara in Beetlejuice (1988): il grottesco invade la quotidianità. © Warner Bros. Fonte: IFC Center. Fonte

Poi c’è Beetlejuice.

E qui Burton prende la morte e decide di farla diventare caos.

Colore.

Grottesco.

Umorismo.

Assurdo.

Michael Keaton è incontenibile.

Volgare.

Fastidioso.

Geniale.

E il film fa una cosa che Burton continuerà a fare per anni:

toglie alla morte quella patina solenne e la trasforma in qualcosa di strano, quasi amministrativo.

La vita dopo la morte ha regole.

Uffici.

Code.

Documenti.

Assurdità.

È una cosa molto burtoniana.

Persino l’aldilà può essere burocratico.

LYDIA

E poi c’è Lydia.

Winona Ryder.

Un’altra outsider.

Una ragazza che si trova molto più a proprio agio con i morti che con i vivi.

E anche qui il messaggio è chiarissimo.

Il problema non è sempre appartenere al mondo sbagliato.

A volte è che il mondo intorno a te non ha ancora capito chi sei.

NIGHTMARE BEFORE CHRISTMAS

Jack Skellington in The Nightmare Before Christmas (1993), diretto da Henry Selick. © Disney.
Jack Skellington in The Nightmare Before Christmas (1993), diretto da Henry Selick. © Disney. Fonte

Qui va fatta una precisazione importante.

The Nightmare Before Christmas non è diretto da Tim Burton.

La regia è di Henry Selick.

Burton è il creatore del soggetto, produttore e la mente dietro l’immaginario da cui nasce tutto.

E infatti, visivamente e concettualmente, il suo DNA è ovunque.

Jack Skellington.

Halloween Town.

Christmas Town.

Il desiderio di essere qualcos’altro.

Ancora una volta:

un personaggio che non si sente completamente al proprio posto.

Jack ha tutto.

È il re di Halloween.

Eppure sente che manca qualcosa.

Vuole uscire dalla propria identità.

Provare altro.

Capire altro.

E naturalmente combina un casino gigantesco.

Ma è proprio questo che lo rende così umano.

JACK SKELLINGTON

Jack è forse uno dei personaggi più amati dell’intero universo burtoniano.

Scheletro.

Altissimo.

Inquietante.

Eppure incredibilmente elegante.

Quasi romantico.

Anche qui:

l’aspetto dice una cosa.

Il personaggio ne racconta un’altra.

Ed è uno dei motivi per cui Nightmare continua a funzionare così bene.

Non è semplicemente “il film di Halloween”.

È una storia sull’insoddisfazione.

Sul desiderio.

Sul bisogno di cambiare.

E sul capire che, prima di diventare qualcun altro, forse devi imparare chi sei.

DANNY ELFMAN

E poi c’è Danny Elfman.

Qui bisogna fermarsi.

Perché parlare di Burton senza parlare di Elfman sarebbe quasi impossibile.

La loro collaborazione è una delle più riconoscibili del cinema moderno.

Batman.

Edward.

Beetlejuice.

Nightmare.

Sleepy Hollow.

Big Fish.

Corpse Bride.

E tanti altri.

Elfman non accompagna Burton.

Lo completa.

Quelle orchestrazioni.

I cori.

Le melodie.

Quella capacità di essere infantile, inquietante, romantico e gigantesco nello stesso momento.

È praticamente il suono del mondo di Burton.

BURTON E ELFMAN

C’è qualcosa di raro quando un regista e un compositore trovano una lingua comune così forte.

Vedi un’immagine.

Parte la musica.

E dopo pochi secondi sai dove sei.

Non serve nemmeno leggere il titolo.

Burton costruisce il mondo.

Elfman gli dà respiro.

JOHNNY DEPP

Poi c’è Johnny Depp.

Edward.

Ed Wood.

Ichabod Crane.

Willy Wonka.

Sweeney Todd.

Barnabas Collins.

Il rapporto tra Burton e Depp è diventato quasi una firma.

Depp ha spesso interpretato proprio quel tipo di personaggio che Burton ama di più.

Strano.

Fuori posto.

Fragile.

Teatrale.

Con qualcosa che non funziona secondo le regole degli altri.

E a volte proprio per questo più interessante.

ED WOOD

Johnny Depp in Ed Wood (1994). © Touchstone Pictures. Fonte: IFC Center.
Johnny Depp in Ed Wood (1994). © Touchstone Pictures. Fonte: IFC Center. Fonte

Ed Wood è uno dei film che fa capire Burton molto più di quanto sembri.

Perché racconta un uomo considerato da molti uno dei peggiori registi di sempre.

E Burton non lo deride.

Gli vuole bene.

Questo è importante.

Ed Wood sbaglia.

Fa film assurdi.

Non ha i mezzi.

Non ha sempre il talento che pensa di avere.

Ma continua.

Perché ama quello che fa.

E Burton racconta quella passione con una tenerezza enorme.

Non gli interessa il successo.

Gli interessa il bisogno di creare.

SLEEPY HOLLOW

Poi arriva Sleepy Hollow.

E lì Burton porta il gotico quasi alla perfezione.

Nebbia.

Boschi.

Sangue.

Case.

Cimiteri.

Johnny Depp.

Christopher Walken.

Un mondo quasi completamente desaturato.

Eppure bellissimo.

Burton riesce a trasformare l’orrore in qualcosa di visivamente elegante.

Non ti sta semplicemente facendo paura.

Ti sta facendo entrare in un quadro.

BIG FISH

E poi Burton fa una cosa ancora diversa.

Big Fish.

Per me uno dei suoi film più umani.

Qui il mostro quasi sparisce.

Resta il rapporto tra padre e figlio.

Le storie.

Le esagerazioni.

La memoria.

Il bisogno di capire quanto di ciò che ci viene raccontato sia vero.

E quanto, invece, debba esserlo per forza.

Big Fish parla di una cosa bellissima:

a volte una persona continua a vivere anche attraverso il modo in cui viene raccontata.

CORPSE BRIDE

Corpse Bride.

Ancora stop motion.

Ancora morte.

Ancora romanticismo.

Ancora mondi paralleli.

E ancora una volta accade una cosa tipicamente burtoniana.

Il mondo dei morti è più vivo di quello dei vivi.

Colori.

Musica.

Movimento.

Libertà.

Mentre il mondo dei vivi è rigido.

Grigio.

Formale.

Perfettamente rispettabile.

E praticamente morto.

SWEENEY TODD

Poi Sweeney Todd.

Oscuro.

Violento.

Musicale.

Grottesco.

Vendetta.

Sangue.

Londra.

Ancora Depp.

Ancora Helena Bonham Carter.

Burton prende un musical e lo trasforma in qualcosa che sembra nato apposta per lui.

E ancora una volta il bello e il macabro convivono senza problemi.

HELENA BONHAM CARTER

Anche lei è diventata una parte importante di una fase del cinema di Burton.

Corpse Bride.

Sweeney Todd.

Alice in Wonderland.

Dark Shadows.

Personaggi sopra le righe.

Volti.

Costumi.

Un’energia perfettamente compatibile con quell’universo.

FRANKENWEENIE

Victor nel laboratorio di Frankenweenie (2012). © Disney.
Victor nel laboratorio di Frankenweenie (2012). © Disney. Fonte

Frankenweenie, poi, è quasi un ritorno alle origini.

Un bambino.

Un cane.

La morte.

La scienza.

L’amore.

E l’idea assurda di non voler accettare la perdita.

È Burton puro.

Piccolo.

Strano.

Tenero.

Macabro.

E ancora una volta parla della stessa cosa.

Quanto siamo disposti a fare per non lasciare andare ciò che amiamo?

WEDNESDAY

Poi, molti anni dopo, arriva Wednesday.

E succede una cosa interessante.

Una nuova generazione scopre un immaginario che, in realtà, Burton costruiva da decenni.

Wednesday Addams sembra quasi fatta apposta per lui.

Pallida.

Ironica.

Strana.

Intelligente.

Fuori posto.

Completamente disinteressata a sembrare normale.

Il successo della serie dimostra una cosa:

quella sensibilità non è invecchiata.

Ha semplicemente trovato un nuovo pubblico.

IL GOTICO NON È IL PUNTO

È facile dire:

Tim Burton fa film dark.

Gotici.

Con personaggi strani.

Sì.

Ma è soltanto la superficie.

Il centro è un altro.

Gli outsider.

Quelli che guardano il mondo da fuori.

Quelli che vorrebbero appartenere ma non sanno come.

Quelli che magari non vogliono nemmeno più provarci.

È lì che Burton torna continuamente.

HA DATO UNA CASA AGLI STRANI

Ed è forse questa la cosa che amo di più.

Ha passato una carriera intera a costruire mondi per persone che, nel mondo normale, sembrano fuori posto.

Edward.

Lydia.

Jack.

Sally.

Ed Wood.

Victor.

Emily.

Wednesday.

Personaggi diversissimi.

Ma tutti hanno qualcosa in comune.

Non entrano perfettamente nella forma che gli altri hanno preparato per loro.

IO E BURTON

Forse è proprio questo il motivo per cui mi ha sempre parlato.

Non semplicemente perché amo quell’estetica.

Certo.

Il nero.

Il gotico.

Le lune.

Le case storte.

Gli alberi impossibili.

Le ombre.

Mi piacciono.

Tantissimo.

Ma se fosse stato soltanto questo, probabilmente sarebbe rimasto uno stile.

Burton, invece, mi dava anche un altro messaggio.

Essere diversi non è necessariamente un problema da correggere.

A volte è semplicemente il modo in cui sei fatto.

NON TUTTO BURTON È PERFETTO

E va detto.

Non tutti i suoi film hanno la stessa forza.

Alcuni sono più riusciti.

Altri meno.

A volte il suo stile rischia quasi di diventare formula.

Ci sono film in cui riconosci Burton ma senti meno Burton.

E forse succede inevitabilmente quando hai costruito un linguaggio visivo così riconoscibile.

A un certo punto rischi di diventare prigioniero di ciò che hai inventato.

MA BASTA UN FOTOGRAMMA

Eppure…

basta poco.

Una silhouette.

Una casa.

Una luna.

Un personaggio troppo pallido.

Un albero contorto.

Una musica di Elfman.

E sai.

Quello è Burton.

Pochissimi registi possono vantare una cosa del genere.

CRASHVERSE VERDICT

Io Burton l’avevo incontrato con Batman.

Ma con Edward mani di forbice mi sono innamorato davvero del suo cinema.

Poi Beetlejuice.

Nightmare Before Christmas.

E da lì quella porta non si è più chiusa.

Non perché ogni film sia perfetto.

Non perché tutto ciò che ha fatto mi piaccia allo stesso modo.

Ma perché dentro quel cinema ho sempre trovato qualcosa che riconoscevo.

Il diverso.

L’outsider.

Quello che tutti guardano come se avesse qualcosa che non va.

E che spesso, proprio per questo, finisce per essere il personaggio più umano della storia.

Tim Burton non ha semplicemente costruito un’estetica.

Ha costruito un rifugio.

Per mostri.

Per scheletri.

Per fantasmi.

Per ragazzi con le mani di forbice.

Per persone strane.

Per chi non si è mai sentito perfettamente normale.

E forse è proprio per questo che, dopo tutti questi anni, continuo a tornarci.

Nei suoi film, spesso, il diverso non chiede nemmeno di essere accettato.

Chiede soltanto di poter esistere.

E Burton, per fortuna, gli ha sempre dato una casa.


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