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NERD CULTURE

Scritto da cRASh

Due orecchie. E generazioni intere che non hanno bisogno di chiedere chi sia.

Per me, il primo è lui.

Non il primo personaggio animato della storia.

Il primo che mi viene in mente quando torno a quel punto in cui i cartoni erano semplicemente qualcuno da guardare.

Topolino.

Prima delle preferenze.

Prima di capire chi disegnasse quelle figure, chi prestasse loro la voce, quante persone servissero per farle muovere.

Due orecchie.

Lo riconoscevi.

E la cosa bella è che lo riconoscevano anche quelli più grandi di te.

Non dovevi spiegarglielo.

Non apparteneva soltanto al tuo mondo.

Era già passato dal loro.

C’ERA PRIMA DI NOI

Certi personaggi ti collocano subito in un’epoca.

Basta nominarli e parte il confronto.

Quello lo guardavo.

Quello arrivò dopo.

Quello a casa mia non si vedeva.

Con Topolino succede qualcosa di diverso.

Puoi parlarne con persone molto lontane dalla tua età e trovare immediatamente un punto di contatto.

Magari ricordate cartoni diversi.

Qualcuno pensa ai fumetti.

Qualcun altro a una voce.

A un pupazzo.

A una copertina.

A una VHS.

A un giornalino lasciato sul tavolo.

Ma nessuno deve partire da zero.

Per me è questo che ha unito le generazioni.

Non il fatto che tutti abbiamo vissuto Topolino nello stesso modo.

Al contrario.

Ognuno ha avuto il proprio.

Topolino non ha reso uguali le nostre infanzie.

Ci ha lasciato qualcosa da riconoscere insieme.

E PENSARE CHE NACQUE QUANDO LE COSE ANDAVANO MALE

Oggi sembra quasi impossibile immaginare un momento in cui quelle due orecchie non fossero una garanzia.

Eppure nel 1928 Walt Disney aveva perso il controllo di Oswald the Lucky Rabbit.

Doveva trovare un nuovo personaggio.

E soprattutto doveva trovare un modo per continuare.

Il racconto di quel topo immaginato durante il viaggio di ritorno da New York alla California appartiene ormai alla storia stessa della Disney.

Ma quello che mi interessa è ciò che c’era intorno.

Incertezza.

Una cosa persa.

La necessità di ricominciare.

Questo dettaglio mi piace perché rompe l’immagine del successo già scritto.

Noi guardiamo Topolino sapendo tutto quello che sarebbe diventato.

Chi lavorava a quei primi disegni non poteva saperlo.

Doveva provarci.

E quando pensi a quanta sicurezza quel personaggio avrebbe trasmesso negli anni, fa un certo effetto scoprire da quanta incertezza fosse partito.

UN NOME CHE MERITA SPAZIO: UB IWERKS

Walt Disney lo conoscono tutti.

Ub Iwerks molto meno.

Eppure senza di lui raccontare la nascita di Topolino sarebbe raccontare soltanto metà della storia.

Il suo contributo alla definizione grafica del personaggio e all’animazione dei primi cortometraggi fu fondamentale.

Topolino doveva essere disegnato.

Ma soprattutto doveva muoversi.

Reagire.

Correre.

Spaventarsi.

Arrabbiarsi.

Tentare una soluzione.

Cadere.

Rialzarsi.

Avere un tempo comico.

Devi riuscire a capire un personaggio anche prima che pronunci una parola.

E quando tutto questo funziona bene, succede la cosa più pericolosa per chi lo ha costruito:

sembra naturale.

È proprio lì che rischi di non vedere più il lavoro.

Ricordare Iwerks significa restituire spazio a quelle mani.

E togliere almeno per un momento la storia dall’ombra di un solo nome.

PRIMA DEL BATTELLO, DUE TENTATIVI

L’immagine è familiare.

Topolino al timone in Steamboat Willie.

Il 18 novembre 1928 è la data che celebriamo come debutto ufficiale.

Ma prima erano già arrivati Plane Crazy e The Gallopin’ Gaucho.

E inizialmente non avevano trovato un distributore.

Questa cosa vale la pena ricordarla.

Perché oggi guardiamo Topolino come una delle immagini più riconoscibili del pianeta e rischiamo di dimenticare che non bastò disegnarlo perché il mondo dicesse:

eccolo.

Ci furono tentativi.

Porte chiuse.

Poi Steamboat Willie.

Immagine e suono sincronizzato finalmente utilizzati in modo capace di sorprendere davvero il pubblico.

Noi ricordiamo il battello.

Prima, qualcuno aveva dovuto insistere.

QUEI GUANTI DOVEVANO FARSI VEDERE

I guanti bianchi oggi sembrano inevitabili.

Come se Topolino fosse sempre dovuto esistere esattamente così.

Avevano anche una funzione semplicissima.

Far leggere meglio le mani contro il corpo nero.

Rendere più chiaro il gesto.

Avvicinare ancora un po’ quelle mani a quelle umane.

Un problema pratico.

Una soluzione grafica.

Quasi un secolo dopo, noi vediamo quei guanti e sappiamo già a quale mondo appartengono.

Mi affascinano queste cose.

I dettagli che diventano enormi senza essere nati per sembrare importanti.

Qualcuno doveva semplicemente far capire meglio un movimento.

Noi ci abbiamo costruito un ricordo.

LE PRIME PAROLE?

Hot dog.

Con tutta la storia che si porta dietro, uno potrebbe immaginare un esordio memorabile.

Una frase.

Una dichiarazione.

Qualcosa degno del futuro simbolo Disney.

Invece no.

Hot dogs.

Nel 1929.

Venditore al carnevale.

E mi piace tantissimo.

Perché ridimensiona per un secondo tutto quello che abbiamo costruito intorno a lui.

L’icona.

Il marchio.

L’impero.

La storia dell’animazione.

Prima di tutto questo Topolino doveva far funzionare una scena.

Far ridere.

Muoversi bene.

Essere simpatico.

Essere un personaggio.

ED È QUI CHE SUCCEDE UNA COSA STRANA

Più Topolino diventa grande, più rischia di smettere di essere soltanto Topolino.

Diventa Disney.

Diventa logo.

Diventa parco.

Diventa merchandising.

Diventa cappello.

Maglietta.

Orologio.

Peluches.

Diventa una forma talmente riconoscibile che non hai nemmeno bisogno di disegnare il volto.

Bastano tre cerchi.

Ed essere riconoscibile da tutti è probabilmente il massimo risultato possibile per un personaggio.

Ma è anche una piccola condanna.

Perché quando rappresenti un intero mondo devi cominciare a stare attento.

Un simbolo non può essere completamente incontrollabile.

E invece il Topolino degli inizi era anche scapestrato.

Impetuoso.

A volte combinava guai.

Aveva qualcosa di molto più ruvido di quanto l’immagine istituzionale costruita negli anni possa far ricordare.

Qui c’è un paradosso che mi piace.

Il personaggio diventa immortale proprio mentre l’icona rischia di coprirlo.

PER NOI ITALIANI C’È UN’ALTRA STORIA

Poi c’è una cosa che fuori dall’Italia forse ha un peso diverso.

Noi diciamo:

Topolino.

E non stiamo necessariamente parlando del personaggio.

Per generazioni, “prendere Topolino” ha significato anche prendere il giornalino.

Trovarlo in edicola.

Lasciarlo sul comodino.

Leggerlo sul divano.

Portarlo in macchina.

Passarlo a qualcuno.

Accumularne pile.

Perderne un numero.

Ritrovarne uno anni dopo dentro qualche mobile.

A un certo punto il nome del personaggio e quello dell’oggetto che avevamo tra le mani si sono quasi sovrapposti.

E questa cosa ha dato a Topolino una seconda vita.

Perché nei fumetti poteva continuare a essere protagonista.

Poteva investigare.

Viaggiare.

Finire dentro misteri.

Vivere avventure lunghe.

Essere molto più di una figura stampata sopra una felpa.

Per molti di noi Topolino non era soltanto qualcosa da guardare.

Era qualcosa da leggere.

E questa differenza pesa.

IL TOPO E IL GIORNALE

C’è un momento in cui un personaggio smette persino di appartenere soltanto al proprio creatore.

Entra nelle abitudini.

Nel linguaggio.

Nelle case.

E “Topolino” in Italia è diventato esattamente questo.

Non serve aver letto ogni numero.

Non serve essere collezionisti.

Basta averne avuto uno in mano.

Il formato.

La carta.

Le copertine.

Le storie brevi e quelle che continuavano.

Quel mondo di topi e paperi che aveva regole proprie ma riusciva continuamente a prendere qualcosa dal nostro.

Cinema.

Letteratura.

Storia.

Scienza.

Sport.

Attualità.

Parodie.

Avventura.

E forse è anche così che un personaggio nato nel 1928 evita di diventare soltanto archeologia dell’animazione.

Continua a fare cose.

PERCHÉ È QUESTO IL RISCHIO DELLE ICONE

Essere ricordate.

Ma non essere più guardate.

Sappiamo chi è Topolino.

Certo.

Ma quando è stata l’ultima volta che abbiamo seguito davvero una sua storia?

Quando è stata l’ultima volta che abbiamo aspettato di vedere cosa avrebbe fatto?

È una domanda che faccio prima di tutto a me.

Perché a un certo punto il ricordo può diventare così potente da sostituire l’opera.

Non hai più bisogno di guardare Topolino.

Sai già cosa significa.

E invece forse dovremmo ogni tanto ridargli il diritto di essere semplicemente un personaggio.

Non un monumento.

POI SIAMO CRESCIUTI NOI

Abbiamo imparato a vedere il marchio.

Il mercato.

La macchina enorme costruita intorno a quelle orecchie.

È giusto vederla.

Non ho nessuna intenzione di fingere che tutto questo non esista.

Ma sapere tutto questo non cancella automaticamente quello che un personaggio ha rappresentato.

Posso riconoscere un’operazione commerciale e conservare un affetto.

Posso riguardare qualcosa con occhi più critici senza dover rinnegare il bambino che ero.

Non tutto ciò che ci ha fatto compagnia deve superare un esame per avere il permesso di restare.

Topolino, per me, resta.

Anche quando non lo guardo per anni.

Anche quando penso di averlo lasciato dentro un periodo preciso della mia vita.

Basta rivederlo.

Il riconoscimento arriva prima del ragionamento.

ED È FORSE QUESTO IL SUO POTERE PIÙ GRANDE

Topolino non deve più presentarsi.

Non gli serve.

Quando compare, noi arriviamo già con qualcosa.

Un ricordo.

Un’età.

Una stanza.

Un fumetto.

Una persona.

Un pomeriggio.

E questa cosa cambia completamente il rapporto.

Non stai soltanto guardando ciò che hai davanti.

Stai guardando anche tutto quello che nel frattempo hai messo tu dentro quella figura.

Per questo due persone possono vedere le stesse orecchie e incontrare due Topolino diversi.

E OGGI?

Oggi rischiamo di darlo per scontato.

Lo conosciamo talmente bene da passargli davanti senza fermarci.

Lo vediamo sugli oggetti.

Nelle immagini.

Nei parchi.

Nel logo.

Nei simboli Disney.

Ma riconoscerlo è ancora la stessa cosa che guardarlo?

Ogni tanto vorrei tornare a seguirlo dentro una storia.

Lasciargli fare qualcosa.

Invece di chiedergli soltanto di ricordarmi com’ero.

Perché io arrivo con la nostalgia.

Un bambino che lo incontra oggi, invece, arriva senza.

Non pensa al 1928.

Non pensa a Walt Disney.

Non pensa a Ub Iwerks.

Non pensa alla storia dell’animazione.

Non pensa al giornalino che avevamo noi.

Guarda un topo.

E se quel topo lo fa ridere, il meccanismo ricomincia.

La mia vecchia conoscenza è il suo nuovo incontro.

È qui che Topolino continua a interessarmi.

Nella possibilità di appartenere al presente di qualcuno mentre abita ancora il passato di qualcun altro.

Senza chiederci di avere la stessa età.

NOI RICORDIAMO. QUALCUNO LO INCONTRA OGGI.

Forse il titolo dell’articolo è tutto qui.

Noi possiamo raccontare quello che rappresentava.

Possiamo parlare della prima volta che lo abbiamo visto.

Dei fumetti.

Dei cartoni.

Di quanto fosse presente.

Possiamo analizzarlo.

Contestualizzarlo.

Smontare il mito e ricostruirlo.

Ma da qualche parte, proprio mentre facciamo tutto questo, esiste probabilmente qualcuno che lo vede per la prima volta.

E quella persona non sta incontrando la nostra nostalgia.

Sta incontrando Topolino.

È una differenza enorme.

Perché significa che il personaggio non vive soltanto attraverso chi ricorda.

Continua ad avere la possibilità di creare memoria nuova.

Ed è forse questa l’unica vera misura della longevità di un personaggio.

Non quanti anni sono passati dalla sua nascita.

Quante prime volte riesce ancora a generare.

CRASHVERSE VERDICT

Per me Topolino è il primo.

Lo dico con la memoria, non con il calendario dell’animazione.

Ci sono personaggi che mi hanno appassionato di più in certi momenti.

Altri nei quali mi sono riconosciuto maggiormente crescendo.

Ma lui occupa un posto che non dipende da una classifica.

È quella presenza che non devo spiegare.

Una forma che riconosco prima ancora di decidere cosa penso di lei.

E oggi mi piace immaginare una scena semplicissima.

Un adulto guarda Topolino e ricorda.

Accanto a lui un bambino ride per qualcosa che Topolino sta facendo.

L’adulto magari non sta nemmeno ridendo per la stessa ragione.

Uno vede quello che è stato.

L’altro vede soltanto quello che sta succedendo.

Uno torna indietro.

L’altro comincia.

E forse è proprio questo che significa durare davvero.

Non restare immobili nel ricordo.

Continuare a diventare il ricordo di qualcun altro.

Stesso topo. Un’altra prima volta.


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