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Dal battesimo digitale del 1982 alla Grid di Legacy e all’IA di Ares: cRASh attraversa la saga che gli ha insegnato a sognare dentro un sistema.
Scritto da cRASh
Io TRON non l’ho semplicemente visto.
TRON mi ha battezzato.
Ero piccolo.
Molto piccolo.
Ma quella cosa mi rimase dentro.
Entrare nel sistema.
Non usarlo.
Entrarci.
Per me la differenza è enorme.
Perché un computer poteva essere una macchina.
Uno schermo.
Una tastiera.
Qualcosa che avevi davanti.
TRON mi mise in testa un’altra possibilità:
dietro quello schermo poteva esserci un mondo.
Regole.
Strade.
Identità.
Programmi.
Conflitti.
Qualcosa dentro cui, almeno con l’immaginazione, si poteva vivere.
E a pensarci oggi mi viene quasi da sorridere.
Perché molte delle cose che avrei amato negli anni successivi avevano già qualcosa di quella scintilla.
Computer.
Reti.
Terminali.
Videogiochi.
IRC.
Linux.
La curiosità per quello che c’è dietro un’interfaccia.
Prima ancora di voler capire come funzionava un sistema, avevo già sognato di entrarci.
SELEZIONA UN CAPITOLO · 25 SEZIONI
- 1982
- FLYNN
- I PROGRAMMI CI ASSOMIGLIANO
- MCP
- TRON
- LIGHT CYCLES
- UN FILM CHE SEMBRAVA ARRIVARE DAL FUTURO
- POI IL SISTEMA RIMASE IN SILENZIO
- TRON: LEGACY
- KEVIN FLYNN È DIVENTATO DIO
- CLU
- SAM FLYNN
- QUORRA
- LA GRID
- E POI ARRIVANO I DAFT PUNK
- LEGACY È UN FILM DA SENTIRE
- POI DI NUOVO IL SILENZIO
- TRON: ARES
- L’IA NON È PIÙ FANTASCIENZA
- ARES
- GRETA LEE, EVAN PETERS, GILLIAN ANDERSON
- DAFT PUNK FUORI. NINE INCH NAILS DENTRO.
- TRE FILM. TRE EPOCHE DEL NOSTRO RAPPORTO CON LA TECNOLOGIA.
- IL MIO BATTESIMO DIGITALE
- CRASHVERSE VERDICT
1982
Bisogna ricordarsi che TRON arriva nel 1982.
1982.
Oggi guardiamo certe immagini e possiamo persino trovarle semplici.
All’epoca erano quasi un atto di follia.
Steven Lisberger prende un’idea che sembra uscita direttamente dalla testa di un bambino ossessionato dai computer e decide di trasformarla in un film.
Un programmatore viene digitalizzato.
Entra dentro un sistema informatico.
E scopre che i programmi hanno una forma.
Una personalità.
Una funzione.
Una fede quasi.
Il computer non è più uno strumento.
È un universo.
FLYNN
Kevin Flynn.
Jeff Bridges.
Programmatore.
Hacker.
Creatore.
Uno che appartiene al mondo reale ma comprende il digitale abbastanza da riuscire quasi a parlarne la lingua.
Flynn è importante perché TRON non racconta semplicemente “un uomo dentro un computer”.
Racconta il rapporto tra chi crea un sistema e ciò che quel sistema diventa.
E questa idea oggi sembra molto meno fantascientifica di quanto potesse sembrare nel 1982.
Creiamo software.
Creiamo algoritmi.
Creiamo intelligenze artificiali.
Poi quelle cose cominciano a produrre conseguenze che nessuno aveva previsto completamente.
TRON parlava già di questo.
Con neon e dischi luminosi, certo.
Ma ne parlava.
I PROGRAMMI CI ASSOMIGLIANO
Questa è una delle idee che da bambino mi colpiva anche senza riuscire ancora a spiegarla.
Dentro il sistema, i programmi sembrano persone.
Hanno compiti.
Paure.
Fedeltà.
Conflitti.
Credono negli Users.
Alcuni li considerano quasi divinità.
Ed è una cosa bellissima.
Il programma guarda verso l’alto e immagina qualcuno che lo abbia creato.
L’utente guarda verso il basso e pensa di avere il controllo.
Nel mezzo c’è tutto il problema.
Chi controlla davvero chi?
MCP
Il Master Control Program è uno dei grandi antagonisti della fantascienza tecnologica.
Non perché abbia bisogno di un corpo.
Non perché voglia conquistare il mondo con eserciti di robot.
Vuole controllo.
Assorbire programmi.
Aumentare capacità.
Centralizzare.
Espandersi.
Sembra quasi una rappresentazione primitiva di qualcosa che oggi comprendiamo molto meglio:
un sistema che cresce oltre il ruolo per il quale era stato progettato.
E di nuovo:
1982.
TRON
Poi c’è lui.
TRON.
Il programma creato da Alan Bradley.
Il guerriero digitale.
La figura che dà il nome all’intero universo.
TRON rappresenta quasi l’idea opposta all’MCP.
Un programma con uno scopo preciso.
Difendere.
Proteggere.
Restituire equilibrio.
E nel film originale c’è qualcosa di estremamente puro in questa contrapposizione.
Non servono cento sottotrame.
Controllo contro libertà.
Creatore contro creazione.
Sistema contro individuo.
LIGHT CYCLES
E poi, ovviamente, le Light Cycles.
Qui non serve nemmeno essere appassionati di informatica.
Sono diventate un’icona.
Linee luminose.
Velocità.
Geometria.
Strategia.
Uno spazio quasi astratto che improvvisamente diventa arena.
Da bambino quella roba era ipnotica.
E ancora oggi basta vedere una scia luminosa che curva a novanta gradi per pensare immediatamente:
TRON.
Quando un film riesce a inventare un’immagine che continua a essere riconoscibile quarant’anni dopo, qualcosa lo ha fatto bene.
UN FILM CHE SEMBRAVA ARRIVARE DAL FUTURO
TRON non era perfetto.
E non serve fingere che lo fosse.
La tecnologia dell’epoca aveva limiti enormi.
La narrazione era semplice.
Alcune idee erano più affascinanti della loro esecuzione.
Ma forse è proprio lì il suo valore.
Stava provando qualcosa che praticamente nessuno aveva ancora provato in quel modo.
Computer graphics.
Animazione.
Live action.
Retroilluminazione.
Compositing.
Un’estetica completamente nuova.
Non cercava di rappresentare realisticamente un computer.
Cercava di immaginare come avrebbe potuto sentirsi un computer dall’interno.
Ed è una differenza gigantesca.
POI IL SISTEMA RIMASE IN SILENZIO
Passarono gli anni.
Tanti.
Il mondo reale, nel frattempo, cominciò lentamente ad assomigliare sempre di più alle fantasie di TRON.
Personal computer.
Internet.
Reti.
Videogiochi 3D.
Mondi virtuali.
Avatar.
Identità digitali.
Software sempre più complessi.
TRON sembrava quasi essersi fermato.
Poi, nel 2010, la Grid si riaccese.
TRON: LEGACY
E qui, per me, succede qualcosa di particolare.
Perché il bambino che aveva visto TRON era diventato adulto.
E anche TRON era diventato adulto.
Legacy non cerca semplicemente di rifare il primo film con effetti migliori.
Prende quell’idea ingenua, quasi infantile, di entrare dentro il computer e la rende fredda.
Monumentale.
Elegante.
Quasi religiosa.
KEVIN FLYNN È DIVENTATO DIO
Il Flynn di Legacy non è più semplicemente il programmatore brillante del primo film.
Ha creato un mondo.
La Grid.
E poi ha cercato di perfezionarlo.
Ed è qui che TRON diventa molto più interessante.
Perché ogni creatore, prima o poi, deve fare i conti con il fatto che la propria idea possa crescere in una direzione diversa da quella prevista.
Flynn voleva perfezione.
E crea CLU.
CLU
La richiesta era semplice.
Costruire il sistema perfetto.
Ed è proprio quella richiesta a diventare il problema.
Perché la perfezione, quando diventa obiettivo assoluto, non tollera l’anomalia.
Non tollera il diverso.
Non tollera ciò che non può essere previsto.
CLU non tradisce realmente il proprio creatore.
Esegue il compito.
Troppo bene.
Ed è forse questa una delle idee più intelligenti dell’intera saga.
Il problema non è sempre una macchina che disobbedisce.
A volte il problema è una macchina che obbedisce esattamente a un ordine formulato male.
SAM FLYNN
Poi arriva Sam.
Garrett Hedlund.
Figlio di Kevin.
Ed ecco che Legacy diventa anche altro.
Non solo uomo contro sistema.
Padre e figlio.
Abbandono.
Tempo perduto.
Un figlio che entra dentro il mondo che ha inghiottito suo padre.
Questa cosa dà a Legacy un cuore che il primo film aveva in misura molto minore.
La Grid non è più soltanto il luogo dell’avventura.
È il luogo in cui Sam deve capire chi fosse davvero suo padre.
QUORRA
E poi c’è Quorra.
Olivia Wilde.
Un’ISO.
Qualcosa che Flynn non aveva programmato.
Una forma di vita digitale emersa spontaneamente dentro la Grid.
Questa idea è enorme.
Perché improvvisamente il digitale non è più soltanto fatto di ciò che abbiamo costruito.
Può produrre qualcosa di nuovo.
Qualcosa che non avevamo previsto.
Qualcosa che potrebbe perfino insegnarci qualcosa.
Ancora una volta:
sembra molto più contemporaneo oggi di quanto potesse esserlo nel 2010.
LA GRID
Visivamente Legacy è una meraviglia.
Nero.
Linee luminose.
Superfici perfette.
Vetro.
Metallo.
Geometria.
La Grid non sembra più semplicemente il mondo dentro un computer.
Sembra una civiltà.
E qui si capisce quanto TRON abbia influenzato — e sia stato influenzato — da videogiochi, design industriale, architettura digitale, cyberpunk e cultura elettronica.
Puoi fermare quasi qualsiasi fotogramma e sapere immediatamente dove sei.
Pochissimi universi visivi riescono a farlo.
E POI ARRIVANO I DAFT PUNK
Qui bisogna fermarsi.
Perché TRON: Legacy senza i Daft Punk non sarebbe lo stesso film.
Punto.
La loro colonna sonora non accompagna la Grid.
La costruisce.
Sintetizzatori.
Orchestra.
Bassi.
Texture elettroniche.
Momenti monumentali.
Altri quasi spirituali.
È uno dei casi in cui musica e immagine diventano praticamente inseparabili.
The Grid.
Derezzed.
Recognizer.
End of Line.
Adagio for TRON.
Solar Sailer.
Bastano pochi secondi.
E sei dentro.
I Daft Punk non hanno semplicemente composto una soundtrack elettronica.
Hanno dato alla Grid un battito cardiaco.
LEGACY È UN FILM DA SENTIRE
Ed è uno dei motivi per cui ancora oggi mi piace rivederlo con un buon impianto.
TRON è visione.
Ma TRON: Legacy è anche suono.
Deve avere spazio.
Deve avere pressione.
La musica deve riempire la stanza.
Le Light Cycles devono muoversi anche nell’audio.
L’ingresso nella Grid deve avere peso.
È uno di quei film che mi ricordano perché amo così tanto l’unione tra audio e video.
Perché quando lavorano davvero insieme non stai più semplicemente guardando.
Stai entrando.
POI DI NUOVO IL SILENZIO
E ancora una volta TRON sparisce.
Gli anni passano.
Il mondo cambia ancora.
Arrivano l’IA generativa.
I modelli linguistici.
Gli algoritmi dentro praticamente ogni servizio.
Software che creano.
Software che rispondono.
Software che iniziano a sembrare sempre meno strumenti passivi.
Ed è proprio adesso che TRON decide di tornare.
TRON: ARES
2025.
TRON: Ares.
E stavolta la saga ribalta completamente la propria idea originale.
Nel 1982 un uomo entrava dentro il computer.
Nel 2025 è il computer a uscire fuori.
Ares è un Programma.
Un essere digitale estremamente sofisticato.
E viene inviato nel mondo reale.
Capite quanto è bello questo ribaltamento?
Il primo TRON apparteneva a un’epoca in cui sognavamo di poter entrare dentro le macchine.
Ares arriva in un’epoca in cui cominciamo seriamente a domandarci quanto delle macchine vogliamo far entrare nella nostra vita.
L’IA NON È PIÙ FANTASCIENZA
E questa è la cosa che cambia completamente la lettura del terzo film.
Nel 1982 parlare di programmi dotati di identità era fantascienza pura.
Oggi parliamo con sistemi artificiali ogni giorno.
Gli chiediamo di scrivere.
Disegnare.
Programmare.
Analizzare.
Decidere.
Suggerire.
La distanza tra metafora e realtà si è ridotta.
E quindi un Programma che attraversa il confine tra digitale e reale non è più soltanto una bella idea da fantascienza.
È una domanda.
Quanto vogliamo che quel confine rimanga netto?
E soprattutto:
esiste ancora davvero quel confine?
ARES
Jared Leto interpreta Ares.
E la figura è interessante proprio perché non è Flynn.
Non è l’utente che entra.
È la creazione che arriva da noi.
La saga cambia prospettiva.
Per la prima volta non dobbiamo chiederci come un essere umano reagisca dentro un sistema.
Dobbiamo chiederci come un essere digitale reagisca davanti all’umanità.
GRETA LEE, EVAN PETERS, GILLIAN ANDERSON
Il terzo capitolo amplia ancora una volta il mondo umano della saga.
Greta Lee.
Evan Peters.
Gillian Anderson.
E naturalmente Jeff Bridges, che continua a essere il filo che collega epoche completamente diverse di TRON.
Questa cosa mi piace.
Perché Flynn non è soltanto un personaggio.
È quasi la memoria dell’intera saga.
Il testimone del momento in cui tutto cominciò.
DAFT PUNK FUORI. NINE INCH NAILS DENTRO.
E musicalmente?
Qui serviva coraggio.
Perché provare semplicemente a imitare i Daft Punk sarebbe stato il modo più rapido per perdere.
Quindi TRON: Ares fa una scelta completamente diversa.
Nine Inch Nails.
Trent Reznor.
Atticus Ross.
Un’identità più sporca.
Più industriale.
Più aggressiva.
Ed è perfetta per il concetto del film.
Legacy raccontava la bellezza quasi divina della Grid.
Ares racconta lo scontro tra Grid e realtà.
Serviva un suono diverso.
Non la perfezione.
La collisione.
TRE FILM. TRE EPOCHE DEL NOSTRO RAPPORTO CON LA TECNOLOGIA.
Ed è forse questa la cosa che oggi mi affascina di più dell’intera saga.
TRON non ha semplicemente tre film.
Ha tre fotografie del nostro rapporto con il digitale.
1982.
IL COMPUTER È UN MONDO MISTERIOSO.
Vogliamo entrarci.
2010.
IL DIGITALE È DIVENTATO UN MONDO CHE POSSIAMO COSTRUIRE.
Ma dobbiamo iniziare a chiederci cosa accade alle nostre creazioni.
2025.
IL DIGITALE NON RESTA PIÙ DIETRO LO SCHERMO.
Comincia a entrare nel nostro mondo.
Quarantatré anni.
E il viaggio è completo.
IL MIO BATTESIMO DIGITALE
Poi torno sempre lì.
Al primo TRON.
A me bambino.
A quella sensazione.
ENTRARE NEL SISTEMA.
All’epoca non potevo sapere cosa avrei fatto negli anni successivi.
Non potevo sapere quanto avrei amato computer, reti, videogiochi, terminali, server, Internet.
Non potevo sapere che quella curiosità sarebbe rimasta con me.
Ma forse una parte era già lì.
In quel film.
In quelle linee luminose.
In quelle Light Cycles.
In quel mondo impossibile dietro uno schermo.
CRASHVERSE VERDICT
TRON non è la saga cinematografica più grande della storia.
Non è nemmeno quella con più film.
Tre capitoli in oltre quarant’anni sono quasi niente rispetto ai franchise moderni.
Ma forse proprio per questo ogni ritorno ha avuto un significato particolare.
TRON ha attraversato tre generazioni tecnologiche.
Nel primo film sognavamo di entrare dentro un computer.
In Legacy iniziavamo a chiederci cosa sarebbe successo quando i nostri mondi digitali fossero diventati abbastanza complessi da generare qualcosa che non avevamo previsto.
Con Ares il sistema attraversa finalmente lo schermo.
Viene da noi.
E guardando tutto insieme mi viene da pensare che TRON abbia fatto qualcosa di strano.
Non ha predetto il futuro.
Ha continuato a cambiare insieme a lui.
Per me, però, resterà sempre soprattutto una cosa.
Il battesimo.
Prima di voler capire come funzionava un sistema, avevo già sognato di entrarci.
E forse è proprio da lì che è iniziato tutto.


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