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9 MIN DI LETTURA

FROM THE VERSE — ORIGINAL SOUNDTRACK

CrashVerse

BACK INTO THE WORLD

An original CrashVerse track inspired by Yes Man.

Premi play. Entra nella storia. La musica ti accompagna mentre leggi.

MOVIES · FILMS · 2008

Non devi dire sì a tutto. Devi tornare a scegliere.

Scritto da cRASh

L’articolo racconta anche il finale del film.

LO RICORDIAMO COME UNA COMMEDIA

Jim Carrey.

Facce impossibili.

Situazioni assurde.

Un uomo costretto a dire sì praticamente a qualsiasi cosa gli venga proposta.

Un corso di coreano.

Lezioni di volo.

Una chitarra.

Una notte che finisce da qualche parte dove non avrebbe mai immaginato di trovarsi.

Yes Man è divertente.

Molto.

Ma se lo guardi qualche anno dopo, magari quando hai già imparato cosa significa chiuderti dentro te stesso senza nemmeno rendertene conto, scopri che sotto la commedia c’è qualcosa di molto più malinconico.

Perché Carl Allen non è semplicemente uno che dice sempre no.

Carl è uno che ha smesso di partecipare alla propria vita.

E questa è una cosa completamente diversa.

PRIMA DEL “NO” C’È UN DIVORZIO

Carl è divorziato.

E quella separazione non è semplicemente un dettaglio della sceneggiatura messo lì per spiegare perché sia single.

È il punto da cui comincia tutto.

Dopo il divorzio Carl lentamente si ritira.

Gli amici lo chiamano.

Lui inventa una scusa.

Lo invitano fuori.

Lui resta a casa.

Quando qualche volta esce, spesso sembra comunque da un’altra parte.

È presente fisicamente.

Ma non davvero.

La cosa interessante è che non sembra nemmeno disperato nel modo in cui normalmente il cinema rappresenta qualcuno che sta male.

Non urla.

Non distrugge niente.

Non passa il film a piangere.

Semplicemente…

si spegne.

E forse è proprio per questo che funziona.

Perché succede davvero.

A volte dopo una batosta non crolli.

Continui a lavorare.

Paghi le bollette.

Rispondi quando devi rispondere.

Fai tutto quello che serve.

Solo che, lentamente, cominci a eliminare tutto ciò che non è strettamente necessario.

Un’uscita.

Una telefonata.

Una persona nuova.

Una possibilità.

Finché un giorno ti accorgi che hai organizzato una vita perfettamente efficiente per non rischiare più niente.

Nemmeno qualcosa di bello.

IL NO DIVENTA UNA CASA

Carl non dice no perché ogni proposta sia sbagliata.

Dice no prima ancora di sapere cosa gli stanno proponendo.

È diventato un automatismo.

Una protezione.

E le protezioni sono strane.

All’inizio servono per impedire al dolore di entrare.

Poi, se le tieni abbastanza a lungo, impediscono anche a tutto il resto di farlo.

Carl evita Pete.

Evita Rooney.

Evita situazioni sociali.

Evita praticamente qualsiasi elemento possa modificare la routine che si è costruito.

E soprattutto evita una cosa:

la possibilità che qualcosa succeda.

Perché se non succede niente, niente può andare male.

È una logica perfetta.

Ha soltanto un piccolo difetto.

Se non succede niente di brutto…

non succede nemmeno niente.

E POI ARRIVA UNA COSA ASSURDA

Un vecchio conoscente lo trascina verso un seminario motivazionale.

Ed entra Terence Stamp.

Terrence Bundley.

Un guru gigantesco, teatrale, quasi minaccioso nella sua ossessione per una parola semplicissima:

YES.

Carl viene praticamente costretto a stringere un patto con se stesso.

Dire sì.

Sempre.

A tutto.

È assurdo.

È volutamente assurdo.

Ed è proprio questo il bello.

Perché Carl non avrebbe mai cambiato vita attraverso una scelta ragionata.

Era diventato troppo bravo a trovare motivi per non farlo.

Quindi il film gli toglie temporaneamente la possibilità di scegliere.

Gli dà una regola stupida.

Devi dire sì.

E quella regola stupida comincia a rompere il muro.

TERENCE

Oggi però quella scena ha anche un altro peso.

Perché Terence Stamp non c’è più.

È morto il 17 agosto 2025, a 87 anni, dopo una carriera che aveva attraversato più di sessant’anni di cinema.

General Zod.

Teorema.

Priscilla, la regina del deserto.

E tantissimo altro.

Ma dentro Yes Man è quell’uomo vestito di bianco che guarda Carl e gli urla praticamente in faccia di tornare nel mondo.

E rivederlo oggi fa uno strano effetto.

Perché in un film che, sotto tutta la comicità, parla proprio del tornare a vivere…

è lui a mettere tutto in movimento.

Una parola.

YES.

Senza Terrence, Carl probabilmente continuerebbe a stare sul divano.

Continuerebbe a inventare scuse.

Continuerebbe a guardare la propria vita da fuori.

Quindi questo passaggio oggi me lo tengo anche per un altro motivo.

Grazie, Terence Stamp.

Anche per quel folle uomo su un palco che ci ricordava che a volte una vita può ricominciare da una parola apparentemente ridicola.

ALL’INIZIO È SOLO CAOS

Carl comincia a dire sì.

E naturalmente succedono disastri.

Ma succede anche qualcos’altro.

Comincia a muoversi.

Esce.

Conosce persone.

Impara cose che non avrebbe mai pensato di imparare.

Fa esperienze che fino a poche ore prima avrebbe liquidato senza pensarci.

Torna dagli amici.

Accetta possibilità.

Si mette in situazioni ridicole.

E più il film diventa assurdo, più Carl torna lentamente presente.

Questa secondo me è la parte più bella.

Perché non è il “sì” ad avere qualche potere magico.

È il fatto che per la prima volta da anni Carl è di nuovo lì quando la sua vita succede.

POI ARRIVA ALLISON

Zooey Deschanel.

Allison.

Ed è facilissimo leggere quella parte nel modo più semplice:

uomo triste incontra ragazza speciale, ragazza speciale gli cambia la vita.

Ma sarebbe riduttivo.

Allison non salva Carl.

Carl la incontra perché ha già ricominciato a uscire dalla propria tana.

Questa differenza è enorme.

Se quella sera avesse detto no, probabilmente non avrebbe mai saputo che Allison esistesse.

E forse questo è uno dei messaggi più semplici e più belli del film.

Non sai cosa stai evitando.

Quando dici no a qualcosa non stai soltanto rifiutando quell’evento specifico.

Stai eliminando anche tutto ciò che avrebbe potuto nascere dopo.

Una persona.

Una conversazione.

Un’amicizia.

Un lavoro.

Un’idea.

Una strada.

Non puoi sapere quale porta avrebbe aperto quella porta.

QUANDO MENO TE LO ASPETTI

Ed è qui che Yes Man secondo me diventa qualcosa di più della sua premessa.

Perché nella vita capita davvero.

Passi mesi.

Anni, magari.

Convinto di sapere esattamente come funzionano le tue giornate.

Ti abitui a qualcosa.

Anche a stare male.

Anche a essere solo.

Anche a non aspettarti più niente.

Poi succede una cosa.

Nemmeno necessariamente enorme.

Una serata.

Un incontro.

Una telefonata.

Una persona.

Una decisione presa quasi controvoglia.

E quella cosa devia completamente la traiettoria.

Non perché improvvisamente tutti i problemi scompaiano.

Ma perché cambia il modo in cui ricominci a muoverti dentro la tua vita.

C’È UNA DIFFERENZA TRA PACE E ISOLAMENTO

Questa, forse, è la parte del film che capisco meglio oggi rispetto alla prima volta che l’ho visto.

Dopo certe botte puoi convincerti di stare finalmente tranquillo.

Nessuno ti disturba.

Nessuno entra troppo.

Nessuno può deluderti.

Hai eliminato parecchio rumore.

E magari la chiami pace.

Ma bisogna stare attenti.

Perché qualche volta non è pace.

È semplicemente isolamento diventato comodo.

E la differenza la scopri quando qualcosa ti costringe a uscire.

Perché improvvisamente senti di nuovo cose che pensavi non ti interessassero più.

Ti diverti.

Ti emozioni.

Ti arrabbi.

Ti affezioni.

Ti preoccupi.

Rischi.

E ti ricordi che essere vivi non significa soltanto evitare ciò che può farti male.

MA IL FILM NON FINISCE CON “DITE SEMPRE SÌ”

Ed è questo che salva completamente il messaggio.

Perché a un certo punto il “sì” diventa un altro automatismo.

Carl passa dall’estremo opposto.

Prima rifiutava tutto senza scegliere.

Ora accetta tutto senza scegliere.

E sono due versioni dello stesso problema.

Terrence stesso, alla fine, gli fa capire che il patto non significava letteralmente dire sì a qualsiasi cosa per il resto della vita.

Il “sì” doveva servire ad aprirlo alle possibilità.

Poi però doveva tornare a fare una cosa fondamentale:

scegliere.

Ed è lì che Allison diventa realmente importante.

Perché quando scopre che Carl stava seguendo quella regola, nasce una domanda inevitabile:

hai scelto davvero me?

Oppure ero soltanto un altro sì?

Ed è una domanda giusta.

Perché amare qualcuno non significa accettarlo perché una regola ti impone di farlo.

Significa poter dire no a mille altre cose…

e continuare a dire sì proprio a quella persona.

NO — YES — SCELTA

Alla fine, secondo me, tutto Yes Man può essere ridotto a tre parole.

NO.

Carl usa il no per proteggersi dalla vita.

YES.

Usa il sì per costringersi a rientrarci.

SCELTA.

Capisce finalmente che vivere non significa né rifiutare tutto né accettare tutto.

Significa essere abbastanza presente da decidere.

Ed è una differenza enorme.

JIM CARREY

Poi naturalmente c’è lui.

Jim Carrey.

E Yes Man funziona perché sa essere completamente folle quando deve esserlo.

Ma Carrey ha sempre avuto quella cosa lì.

Dietro una faccia elastica, dietro una battuta, dietro un personaggio sopra le righe…

riesce spesso a lasciarti intravedere una tristezza vera.

Carl funziona perché prima di essere divertente è stanco.

E quando comincia a cambiare, non sembra semplicemente più allegro.

Sembra più presente.

È forse questa la parola che userei per tutto il film.

Presenza.

NON SERVE UNA NUOVA VITA

Forse è questo il punto.

Carl pensa implicitamente che la propria vita non abbia più niente da offrirgli.

Ma non cambia città.

Non cambia identità.

Non vince alla lotteria.

Non gli viene consegnata una nuova esistenza.

Comincia semplicemente a entrare di nuovo dentro quella che aveva già.

Gli amici erano già lì.

Il mondo era già lì.

Le possibilità erano già lì.

Persino la capacità di innamorarsi era ancora lì.

Era Carl che aveva smesso di presentarsi.

CRASHVERSE VERDICT

Yes Man è una commedia.

E deve restarlo.

Non serve trasformarla artificialmente in un trattato esistenziale per darle dignità.

Fa ridere.

Jim Carrey fa Jim Carrey.

Ci sono situazioni completamente assurde.

Ed è giusto così.

Ma sotto tutto questo c’è una cosa che con gli anni diventa sempre più facile riconoscere.

Una persona può smettere di vivere senza smettere di funzionare.

Può andare al lavoro.

Pagare.

Mangiare.

Dormire.

Rispondere ai messaggi necessari.

E contemporaneamente costruire una distanza sempre più grande tra sé e tutto ciò che potrebbe sorprenderla.

Poi magari arriva qualcosa.

Una situazione.

Una persona.

Un incontro.

Una parola.

E per qualche motivo quella piccola crepa diventa abbastanza grande da far entrare di nuovo luce.

Non devi dire sì a tutto.

Anzi.

Prima o poi devi imparare anche a dire no.

Ma devi scegliere.

Perché forse il problema di Carl non era aver detto troppi no agli altri.

Era aver cominciato a dire no anche a se stesso.

E forse qualche volta non abbiamo bisogno di cercare una nuova vita.

Dobbiamo soltanto smettere di nasconderci da quella che abbiamo.


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