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FROM THE VERSE — ORIGINAL SOUNDTRACK

NO ONE STAYED
An original CrashVerse track inspired by Frankenstein.
Premi play. Entra nella storia. La musica ti accompagna mentre leggi.
BOOKS · MARY SHELLEY · 1818
Creare una vita. Rifiutarla. Chiederle poi di non diventare un mostro. Una lettura di Frankenstein attraverso l’abbandono e la responsabilità.
Scritto da cRASh
L’articolo racconta la trama e il finale del romanzo.
DIMENTICATE IL MOSTRO VERDE
Dimenticate i bulloni nel collo.
Dimenticate la fronte quadrata.
Dimenticate il passo rigido.
Dimenticate persino, per un momento, la parola “mostro”.
Perché se conoscete Frankenstein soltanto attraverso l’immaginario che il cinema gli ha costruito addosso, potreste scoprire che la storia scritta da Mary Shelley è qualcosa di molto più doloroso.
E molto più umano.
Il punto non è che Victor Frankenstein riesca a creare la vita.
Il punto è ciò che fa un secondo dopo.
La guarda.
Ne ha paura.
E scappa.
Fine.
Per me, è tutto lì.
Un essere apre gli occhi per la prima volta.
Non sa chi è.
Non sa dove si trova.
Non sa parlare.
Non conosce il bene.
Non conosce il male.
Non conosce nemmeno il proprio corpo.
Davanti a lui dovrebbe esserci il suo creatore.
La prima presenza.
La prima guida.
Forse, in qualche modo, il primo padre.
E invece vede qualcuno che lo guarda con orrore.
Poi lo abbandona.
FRANKENSTEIN NON COMINCIA CON LA NASCITA DI UN MOSTRO.
COMINCIA CON L’ABBANDONO DI UN FIGLIO.
Ed è per questo che, più di duecento anni dopo, continua a fare male.
MARY
Prima della Creatura c’è una ragazza.
Mary Wollstonecraft Godwin.
Quella che diventerà Mary Shelley.
Ha diciotto anni quando, nell’estate del 1816, durante il soggiorno vicino al lago di Ginevra con Percy Shelley, Lord Byron, John Polidori e Claire Clairmont, nasce la prima idea della storia in seguito alla famosa sfida di scrivere racconti di fantasmi. Completerà il romanzo l’anno successivo e Frankenstein; or, The Modern Prometheus verrà pubblicato anonimamente nel gennaio 1818, quando Mary ha appena vent’anni. La prima tiratura è di appena 500 copie.
Vent’anni.
Fermiamoci.
Una ragazza di vent’anni consegna alla letteratura moderna una delle immagini più persistenti degli ultimi due secoli.
Lo scienziato.
La Creatura.
Il laboratorio.
La vita artificiale.
L’uomo che prova a sostituirsi a Dio.
Ma soprattutto una domanda:
COSA DEVI A QUALCOSA CHE HAI CREATO?
E questa domanda, nel 2026, non è diventata più vecchia.
È diventata più grande.
IL MODERNO PROMETEO
Il sottotitolo non è decorativo.
The Modern Prometheus.
Prometeo ruba il fuoco agli dèi e lo consegna agli uomini.
Victor ruba qualcosa di ancora più grande.
Il segreto della vita.
Studia.
Ricerca.
Ossa.
Cadaveri.
Materia morta.
Victor racconta di raccogliere materiali nella sala anatomica e nel macello. Il romanzo, però, non offre il manuale tecnico che l’immaginario cinematografico ci ha abituati ad aspettarci.
Ed è perfetto così.
Perché Mary non è davvero interessata a spiegarci come Victor riesca a creare la vita.
È interessata a quello che succede dopo.
Victor desidera disperatamente arrivare al risultato.
Poi il risultato respira.
Lo guarda.
E improvvisamente tutto il desiderio scompare.
Non pensa:
ho creato una nuova forma di vita.
Non pensa:
adesso devo comprenderla.
Non pensa:
è responsabilità mia.
Pensa:
CHE ORRORE.
Ed esce dalla stanza.

IMMAGINATE DI NASCERE COSÌ
Provateci.
Non come lettori.
Come lui.
Aprite gli occhi.
Non conoscete una parola.
Non sapete perché esistete.
Il mondo è luce.
Freddo.
Caldo.
Fame.
Dolore.
Rumore.
Sensazioni senza nome.
Poi incontrate colui che vi ha dato la vita.
E la prima emozione che vedete sul suo volto è:
disgusto.
È come se questa fosse la prima lezione della Creatura.
Prima della lingua.
Prima dei libri.
Prima degli uomini.
Prima della violenza.
“IO FACCIO PAURA.”
E glielo insegna suo padre.
NON HA NEMMENO UN NOME
Questa è una delle cose più crudeli.
Frankenstein è Victor.
Non la Creatura.
Lo sappiamo.
È diventata quasi una curiosità da quiz.
“Lo sapevi che Frankenstein non è il mostro?”
Sì.
Ma fermiamoci un secondo sulla parte veramente importante.
LA CREATURA NON HA UN NOME.
Victor crea un essere umanoide capace di pensare, soffrire, ricordare, imparare e parlare…
e non arriva nemmeno al punto di dargli un nome.
Creature.
Daemon.
Monster.
Wretch.
Sono gli altri a definirlo attraverso quello che vedono.
E forse non avere un nome significa proprio questo.
Non avere nemmeno la possibilità di dire:
io sono.
Prima ancora che possa costruire un’identità, il mondo gliene assegna una.
Mostro.
MA LUI NON SA DI ESSERLO
Ed è qui che il romanzo distrugge gran parte dell’immaginario che abbiamo costruito dopo.
La Creatura non nasce assassina.
Non nasce crudele.
Non nasce piena di odio.
Viene abbandonata dal creatore. Impara il linguaggio. Sviluppa una propria vita interiore. Cerca un posto tra gli uomini e viene respinta. Infine sceglie la vendetta.
È questa trasformazione che mi interessa: il fallimento dell’empatia, l’abbandono di Victor e la crudeltà sociale. La mostruosità morale non è il suo punto di partenza.
Questa differenza cambia tutto.
Perché allora la domanda non è più:
perché il mostro diventa cattivo?
La domanda diventa:
QUANTE VOLTE PUOI DIRE A QUALCUNO CHE È UN MOSTRO PRIMA CHE COMINCI A CREDERTI?
IMPARA DA LONTANO
La Creatura si nasconde.
Osserva una famiglia.
I De Lacey.
Non entra.
Non vuole terrorizzarli.
Guarda.
Ascolta.
Impara.
Vede affetto.
Povertà.
Dolore.
Gentilezza.
Relazioni.
Impara la lingua osservando gli esseri umani vivere.
Impara a leggere.
Scopre i libri.
Scopre la storia.
Scopre che gli uomini possono essere generosi.
E che possono essere terribili.
Scopre la società.
E lentamente scopre anche se stesso.
Attraverso quella famiglia impara non soltanto le parole, ma quanto sia lontana la loro vita dalla sua.
Pensate alla crudeltà di questa situazione.
Più diventa intelligente…
più soffre.
Perché finalmente possiede le parole necessarie per comprendere ciò che gli manca.
PRIMA ERA SOLO.
ADESSO SA DI ESSERE SOLO.
Sono due dolori completamente diversi.
IMPARA COS’È L’AMORE SENZA RICEVERLO
Questa, per me, è una delle cose più devastanti.
La Creatura osserva gli altri volersi bene.
Impara i gesti.
Le attenzioni.
Il sacrificio.
La famiglia.
La protezione.
Scopre tutto ciò di cui un essere umano avrebbe bisogno per sentirsi parte del mondo.
E non ne possiede niente.
È come essere affamati e imparare la parola pane guardando gli altri mangiare.
L’educazione non lo salva.
Lo rende consapevole della propria fame.
E ancora non chiede di dominare.
Non chiede denaro.
Non chiede potere.
Non vuole distruggere il mondo.
Vuole una cosa quasi offensivamente semplice.
CHE QUALCUNO NON SCAPPI.
IL VECCHIO DE LACEY
Per un momento sembra possibile.
Il padre della famiglia è cieco.
E la Creatura comprende qualcosa.
Forse finalmente qualcuno potrà ascoltarlo prima di vederlo.
È un dettaglio meraviglioso.
Perché il mondo lo ha sempre giudicato nell’ordine opposto.
Prima il volto.
Poi, eventualmente, tutto il resto.
Con De Lacey quella sequenza può cambiare.
Prima la voce.
Prima le parole.
Prima quello che sente.
Prima chi è.
Per qualche istante funziona.
Finalmente esiste un essere umano che non reagisce al suo aspetto.
Poi tornano gli altri.
Lo vedono.
E tutto crolla.
Di nuovo.
Non importa quello che aveva imparato.
Non importa ciò che stava provando.
Non importa quanto desiderasse soltanto essere accolto.
Vedono il corpo.
Vedono il volto.
Vedono qualcosa che non riconoscono.
E reagiscono.
IL MONDO GLI CONFERMA LA LEZIONE DI VICTOR.
Come a dirgli: tu non puoi stare con noi.
PROVATE A NON DIVENTARE ARRABBIATI
È facile condannare quello che succede dopo.
E dobbiamo farlo.
La Creatura uccide.
Fa soffrire innocenti.
Cerca vendetta.
Diventa responsabile di azioni terribili.
Capirne il dolore non significa assolverla.
L’empatia non è assoluzione.
Ed è proprio qui che Mary Shelley è molto più intelligente di tante riletture moderne.
Non ci chiede di scegliere:
Victor buono.
Creatura cattiva.
Oppure:
Victor cattivo.
Creatura innocente.
Ci costringe in un posto molto più scomodo.
LA CREATURA È VITTIMA.
E POI DIVENTA CARNEFICE.
Le due cose possono essere vere insieme.
Il dolore spiega.
Non cancella la responsabilità.
Ma se vogliamo capire il mostro…
dobbiamo avere il coraggio di guardare cosa è successo prima che diventasse tale.
IO ERO BUONO
Il cuore della sua difesa, detto con parole mie, è questo.
Non sono nato così.
Sono diventato così.
Desideravo amore.
Ho ricevuto paura.
Cercavo compagnia.
Ho ricevuto violenza.
Volevo essere accettato.
Sono stato cacciato.
E qualcosa dentro si è trasformato.
Victor arriva persino a riconoscere di avere dei doveri verso ciò che ha creato.
Il problema è riuscire a sostenerli quando smettono di essere un pensiero e diventano una relazione.
E qui Frankenstein smette completamente di essere una storia dell’orrore.
Diventa la storia di ciò che può accadere quando nessuno si sente responsabile di una vita ferita.
PERCHÉ MI HAI FATTO?
È forse la domanda più terribile che un figlio possa rivolgere a un genitore.
Non:
perché non mi vuoi bene?
Prima ancora.
PERCHÉ MI HAI FATTO, SE POI NON VOLEVI CHE ESISTESSI?
La prima edizione di Frankenstein porta in epigrafe alcuni versi del Paradise Lost di Milton: Adamo domanda al proprio creatore se gli avesse mai chiesto di essere plasmato e portato fuori dall’oscurità. Per me, quella domanda contiene già il rimprovero della Creatura verso Victor.
Ed è impossibile trovare una frase più precisa per tutta la storia.
La Creatura non ha chiesto di nascere.
Victor ha voluto crearla.
Ha voluto superare il limite.
Ha voluto il risultato.
Ha voluto dimostrare che poteva.
Poi il risultato ha sviluppato dei bisogni.
Ed è lì che Victor ha smesso di voler essere creatore.
VOLEVA IL POTERE DI UN DIO.
NON LA RESPONSABILITÀ DI UN PADRE.
E questa è la vera colpa.
UNA COMPAGNA
Alla fine la Creatura chiede qualcosa.
Creane un’altra.
Qualcuno come me.
Qualcuno che non possa guardarmi e decidere immediatamente che sono sbagliato.
Promette di sparire.
Di lasciare gli uomini.
Di andare lontano.
Vuole soltanto smettere di essere l’unico essere della propria specie.
Victor inizialmente accetta.
Poi comincia a costruire una seconda creatura.
E cambia idea.
La distrugge prima di darle vita.
Ha paura delle conseguenze.
Ha paura che possano riprodursi.
Ha paura di creare qualcosa che non potrà controllare.
Pensa anche che lei potrebbe rifiutare il patto, o rifiutare il compagno scelto per lei. Sarebbe un essere capace di pensare, non una promessa costretta a mantenersi.
Eppure, agli occhi della Creatura, Victor sta negando al proprio “Adamo” persino la possibilità di una “Eva”.
Possiamo capire la paura di Victor.
È perfettamente razionale.
Ma provate a guardare la scena dall’altra parte.
Per la Creatura significa assistere anche alla distruzione dell’unica possibilità che aveva immaginato per non morire sola.
Prima Victor gli dà la vita.
Poi gli nega il mondo.
Infine gli nega persino qualcuno con cui poter vivere fuori da quel mondo.
La vendetta era già cominciata.
Da quel momento…
resta soltanto la guerra.
VICTOR
E qui dobbiamo essere giusti anche con lui.
Victor non è un demone.
È questo che rende tutto più interessante.
È giovane.
Ossessionato.
Ambizioso.
Spaventato.
Commette un errore gigantesco e poi passa la vita a essere divorato dalle conseguenze.
Perde persone che ama.
Vive nel terrore.
Si ammala.
Scappa.
Insegue.
Viene inseguito.
Anche lui viene distrutto da ciò che ha fatto.
E forse è questa la punizione più perfetta.
Victor crea una vita…
ma non riesce più a vivere la propria.
La Creatura vuole che il suo creatore provi almeno una parte della solitudine che lui ha conosciuto.
E alla fine entrambi diventano prigionieri l’uno dell’altro.
Creatore e creazione.
Padre e figlio.
Vittima e carnefice.
Ognuno convinto che la propria sofferenza giustifichi la successiva.
È COSÌ CHE IL DOLORE SI RIPRODUCE.
FRANKENSTEIN
E allora torniamo al nome.
Da duecento anni chiamiamo spesso la Creatura:
Frankenstein.
Tecnicamente è sbagliato.
Certo.
Ma forse, involontariamente, abbiamo capito qualcosa.
Perché alla fine Victor e la Creatura diventano inseparabili.
Uno vive dentro l’altro.
Victor crea il corpo.
La Creatura distrugge la vita di Victor.
Victor dà origine alla Creatura.
Il rifiuto di Victor contribuisce a creare il mostro che poi teme.
A un certo punto non sai più dove finisca la colpa dell’uno e cominci quella dell’altro.
Forse Frankenstein non è soltanto un uomo.
Forse è la relazione malata tra loro due.
Un legame nato nel momento della creazione e distrutto nello stesso istante dall’abbandono.
IL MOSTRO È IL CORPO?
Questa è la domanda che Mary ci mette davanti continuamente.
La Creatura è descritta come spaventosa.
Victor sceglie parti che immagina belle.
Il risultato gli appare orribile.
Ma che cosa c’è davvero di mostruoso, all’inizio, nei suoi comportamenti?
Niente.
E invece gli esseri umani “normali”…
scappano.
Colpiscono.
Respingono.
Giudicano.
Victor stesso non riesce a superare l’aspetto di ciò che ha creato.
Quindi chi è il mostro?
Attenzione.
Non sto dicendo che la Creatura non lo diventi.
Lo diventa.
Fa cose mostruose.
Ma Mary Shelley compie una distinzione devastante.
ESSERE MOSTRUOSI E SEMBRARE MOSTRUOSI NON SONO LA STESSA COSA.
E noi continuiamo a confonderle.
Duecento anni dopo.
IL PRIMO SPECCHIO
Provate a immaginare di scoprire il vostro volto attraverso il terrore degli altri.
Prima ancora di vedere uno specchio.
Sapere di essere brutti perché le persone urlano.
Sapere di essere indesiderati perché le porte si chiudono.
Sapere di essere diversi perché nessuno vuole avvicinarsi abbastanza da scoprire altro.
Quante volte deve succedere prima che il volto degli altri diventi il tuo specchio?
È forse questa la cosa che trovo più dolorosa nel romanzo.
La Creatura non costruisce da sola l’immagine che ha di sé.
GLIELA COSTRUIAMO NOI.
E quando finalmente riesce a vedere se stessa…
ha già imparato a odiarsi.
LA SOLITUDINE NON RENDE BUONI
E nemmeno cattivi automaticamente.
Ma cambia.
Consuma.
Amplifica.
La Creatura vuole qualcuno.
Uno.
Non un pubblico.
Non una società che la celebri.
Una presenza.
Qualcuno davanti al quale non debba continuamente giustificare il diritto di esistere.
Questa richiesta è così semplice che diventa quasi insopportabile.
Perché sappiamo che non la otterrà.
E sappiamo anche cosa farà con quel dolore.
È qui che il romanzo rifiuta qualsiasi conforto facile.
L’amore avrebbe potuto salvarla?
Forse.
Non lo sapremo mai.
Perché nessuno gliene ha dato abbastanza da scoprirlo.
MARY CONOSCEVA LA PERDITA
Bisogna stare attenti a trasformare ogni dettaglio biografico in una spiegazione automatica di un’opera.
Ma è impossibile ignorare che Mary Shelley conoscesse molto presto la presenza della morte.
Sua madre, la scrittrice e pensatrice Mary Wollstonecraft, morì undici giorni dopo averla partorita.
Nel 1815, l’anno precedente alla nascita dell’idea di Frankenstein, Mary perse la sua prima figlia, nata prematuramente e morta meno di due settimane dopo; negli anni successivi avrebbe conosciuto altre perdite familiari.
Non possiamo ridurre Frankenstein a questo.
Sarebbe troppo semplice.
Ma possiamo almeno riconoscere quanto siano enormi, nel romanzo, le domande attorno a:
nascere.
creare.
perdere.
essere madre.
essere padre.
dare vita.
non riuscire a proteggerla.
E improvvisamente l’immagine della Creatura abbandonata appena nata diventa ancora più difficile da guardare con distacco.
NON È UN LIBRO CONTRO LA SCIENZA
Anche qui dobbiamo rompere una semplificazione.
“Frankenstein insegna che non bisogna giocare a fare Dio.”
Sì.
Ma è troppo poco.
Se il problema fosse semplicemente creare la vita, la storia finirebbe nel laboratorio.
Victor crea.
Errore.
Fine.
Invece il romanzo continua.
Perché il problema non è soltanto:
“PUOI FARLO?”
È:
“COSA FARAI DOPO AVERLO FATTO?”
Questa domanda è infinitamente più contemporanea.
Possiamo creare una tecnologia?
Bene.
Chi ne risponde?
Possiamo costruire sistemi autonomi?
Bene.
Chi si occupa delle conseguenze?
Possiamo modificare?
Replicare?
Automatizzare?
Generare?
Bene.
Ma essere capaci di creare qualcosa non significa automaticamente essere abbastanza maturi da convivere con ciò che abbiamo creato.
È qui che Mary Shelley arriva fino al 2026 senza muoversi dal 1818.
INTELLIGENZA ARTIFICIALE
Naturalmente oggi è impossibile non pensarci.
Il parallelismo che mi interessa riguarda chi crea e le responsabilità verso le persone. Non attribuisce ai sistemi di oggi la vita interiore della Creatura.
Creiamo sistemi capaci di produrre linguaggio.
Immagini.
Decisioni.
Software.
Agenti.
Macchine che iniziano a occupare spazi che fino a poco tempo fa consideravamo esclusivamente umani.
E la domanda che mi interessa non è:
“L’AI è il nuovo Frankenstein?”
Troppo facile.
Mi interessa un’altra cosa.
ABBIAMO IMPARATO QUALCOSA DA VICTOR?
Perché Victor è ossessionato dalla creazione finché essa non funziona.
Quando funziona…
non sa più cosa farsene.
È un comportamento sorprendentemente umano.
Amiamo l’innovazione.
La novità.
Il momento in cui qualcosa diventa possibile.
Molto meno le responsabilità che cominciano il giorno successivo.
E forse Frankenstein non ci dice di smettere di creare.
Ci dice:
non scappare quando ciò che hai creato apre gli occhi.
MA NON È NEMMENO UN LIBRO SULLA TECNOLOGIA
Ed è proprio questo che lo rende eterno.
Puoi togliere il laboratorio.
Puoi togliere la scienza.
Puoi togliere Prometeo.
Puoi leggerlo come la storia di un figlio rifiutato.
Di qualcuno giudicato dal proprio aspetto.
Di una persona che cerca disperatamente appartenenza.
Di un padre incapace di assumersi la responsabilità di ciò che ha generato.
Di una società che crea il proprio nemico escludendo chi considera diverso.
Di qualcuno che trasforma il dolore in odio e poi utilizza quell’odio per infliggere ad altri lo stesso dolore.
FRANKENSTEIN FUNZIONA PERCHÉ IL LABORATORIO CAMBIA.
L’ABBANDONO NO.
QUANDO IL DOLORE DIVENTA UNA SCUSA
E qui dobbiamo fermarci.
Perché sarebbe molto facile innamorarsi della Creatura.
Difenderla.
Giustificarla.
Dire:
poverino, gli altri lo hanno reso così.
No.
A un certo punto sceglie.
Uccide.
Punisce persone che non sono Victor.
Colpisce innocenti per ferire il proprio creatore.
Il dolore può spiegare la nascita dell’odio.
Non rende l’odio giusto.
E questa è una lezione altrettanto importante.
ESSERE STATI FERITI NON CI DÀ IL DIRITTO DI FERIRE.
Mai.
Puoi avere mille ragioni per essere diventato quello che sei.
Rimangono tue le responsabilità di ciò che fai dopo.
La Creatura vuole che Victor provi il suo dolore.
E così crea altro dolore.
Victor reagisce.
Altro dolore.
Poi ancora.
E alla fine non rimane che dolore.
È così che funzionano le catene.
Qualcuno, prima o poi, deve decidere di non aggiungere l’anello successivo.
Nessuno dei due riesce a farlo.
ALLA FINE
Victor muore.
La Creatura lo trova.
E lì accade qualcosa che distrugge definitivamente l’idea del mostro semplice.
Non festeggia.
Non ha vinto.
La vendetta non gli ha restituito nulla.
Victor era il suo nemico.
Ma era anche l’unico essere al mondo a cui fosse realmente legato.
Il suo creatore.
Il padre che lo aveva rifiutato.
L’uomo che aveva passato la vita a odiare.
E improvvisamente non c’è più.
La Creatura rimane ciò che è sempre stata.
SOLA.
La vendetta prometteva di riempire qualcosa.
Non lo ha fatto.
Perché l’odio è bravissimo a dare una direzione al dolore.
Molto meno a guarirlo.
E QUESTA È LA VERA TRAGEDIA
Non che Victor muoia.
Non che la Creatura abbia ucciso.
Non che l’esperimento sia fallito.
La tragedia è pensare a tutto quello che avrebbe potuto essere.
Un essere nasce.
È intelligente.
Sensibile.
Curioso.
Capace di imparare.
Capace di commuoversi.
Capace di osservare l’amore e desiderarlo.
Capace di leggere.
Capace di parlare.
Capace di capire il dolore degli altri.
C’ERA QUALCOSA DA SALVARE.
Forse molto.
Poi arriva il rifiuto.
Un altro.
Un altro ancora.
E lentamente quella possibilità si chiude.
Questo per me è l’orrore di Frankenstein.
Non ciò che viene creato.
CIÒ CHE VIENE SPRECATO.
IL VERO MOSTRO
E quindi no.
Non voglio chiudere dicendo semplicemente:
“Victor è il vero mostro.”
Sarebbe troppo facile anche questo.
Il vero mostro non è Victor.
Non è la Creatura.
Forse il mostro è qualcosa che nasce tra loro.
L’abbandono.
Il rifiuto.
L’incapacità di vedere l’altro.
La vergogna.
La paura.
Il dolore che non trova un posto e allora diventa violenza.
Victor genera una vita.
Poi la respinge.
La società vede qualcosa di diverso.
E la respinge.
La Creatura riceve dolore.
E lo restituisce.
Victor riceve il dolore restituito.
E dedica la propria vita a distruggerla.
Tra loro due, a un certo punto, non resta più nessuno senza colpa.
Soltanto due esseri che continuano a passarsi la stessa ferita.
QUELLO È IL MOSTRO.
BOOKS
Ed è esattamente per questo che voglio Frankenstein dentro CrashVerse.
Non perché sia un classico.
Non perché “bisogna averlo letto”.
Non perché ha inventato l’immaginario del mostro.
Ma perché dopo più di duecento anni riesce ancora a prendere una domanda semplice…
e renderla insopportabile.
CHE COSA SAREBBE DIVENTATA LA CREATURA SE LA PRIMA COSA CHE AVESSE INCONTRATO FOSSE STATO AMORE?
Non possiamo rispondere.
Ed è questo che fa male.
Perché significa che una parte del mostro che vediamo alla fine…
forse non era inevitabile.
CRASHVERSE VERDICT
Per anni abbiamo trasformato Frankenstein in un’immagine.
Un uomo enorme.
Verde.
Bulloni.
Cicatrici.
Fulmini.
Un laboratorio.
Un nome che nemmeno gli apparteneva.
È diventato Halloween.
Maschera.
Costume.
Icona.
Pop culture.
Ed è bellissimo.
Ma sotto tutto questo c’è ancora un essere seduto da qualche parte nel freddo…
che cerca di capire perché nessuno riesca a guardarlo senza avere paura.
Quella è la parte che non voglio dimenticare.
Mary Shelley aveva appena vent’anni quando pubblicò questa storia.
E riuscì a costruire qualcosa di molto più spaventoso di un cadavere riportato in vita.
Costruì qualcuno che sembra chiederci:
“SE MI AVESTE AMATO, SAREI DIVENTATO COSÌ?”
E non abbiamo una risposta.
Victor voleva creare la vita.
Ci riuscì.
Ma quando quella vita ebbe bisogno di lui…
scappò.
La Creatura imparò da sola a camminare.
A parlare.
A leggere.
A pensare.
Imparò guardando gli altri anche cosa significasse amare.
E proprio perché lo capì…
capì anche di non essere amata.
Pensate alla crudeltà.
Non essere incapaci di ricevere amore.
Sapere perfettamente cosa sia.
Vederlo negli altri.
Desiderarlo.
Ed essere convinti che non ne esisterà mai abbastanza per te.
Poi la Creatura sbaglia.
Terribilmente.
Uccide.
Distrugge.
Trasforma il proprio dolore in dolore altrui.
E da quel momento non possiamo più chiamarla innocente.
Ma io continuo a pensare a ciò che c’era prima.
Prima dell’odio.
Prima della vendetta.
Prima degli omicidi.
Un essere appena nato.
Confuso.
Spaventato.
Che guarda l’unica persona al mondo con cui possiede un legame…
e la vede scappare.
È lì che per me comincia Frankenstein.
Non nel fulmine.
Non nel laboratorio.
Non quando il cadavere apre gli occhi.
QUANDO VICTOR CHIUDE LA PORTA.
Perché creare qualcuno non significa soltanto dargli la vita.
Significa rimanere.
Significa rispondere.
Significa assumersi il peso di ciò che verrà dopo.
Victor desiderava disperatamente essere capace di creare.
Non si domandò mai se sarebbe stato capace di amare ciò che aveva creato.
E forse è questa la domanda che Mary Shelley ci lascia ancora oggi.
Non:
quanto lontano può arrivare l’uomo?
Ma:
QUANDO ARRIVEREMO LÌ, SAREMO ABBASTANZA UMANI DA PRENDERCI CURA DI CIÒ CHE TROVEREMO?
La Creatura non chiese di nascere.
Non chiese quel corpo.
Non chiese quel volto.
Non chiese di essere l’unica.
Non chiese nemmeno di essere amata da tutti.
Alla fine, forse, chiedeva soltanto che una persona al mondo riuscisse a guardarla senza andarsene.
Una.
E non la trovò.
Questo non assolve ciò che diventò.
Ma rende la sua storia infinitamente più dolorosa.
Perché i mostri che nascono mostri fanno paura.
Quelli che forse avrebbero potuto essere altro…
FANNO MALE.
Ed è per questo che, dopo più di duecento anni, Frankenstein non è ancora morto.
Perché sotto la scienza.
Sotto l’orrore.
Sotto Prometeo.
Sotto la Creatura.
c’è una paura che non abbiamo mai superato.
Quella di aprire gli occhi.
Cercare qualcuno.
E scoprire che la prima persona che avrebbe dovuto amarci…
HA GIÀ DECISO DI SCAPPARE.


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