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CLUB CULTURE · FRANKIE KNUCKLES

Scritto da cRASh

Dal Warehouse di Chicago alle piste di Napoli. Una storia di House, comunità e un incontro nel 2003: prima della leggenda, la persona.

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PRIMA L’UOMO

Ci sono persone che conosci sapendo perfettamente chi hai davanti.

Il nome.

La storia.

Quello che hanno fatto.

Quello che rappresentano.

Poi ci sono quelle volte in cui tutte queste cose, per qualche minuto, passano in secondo piano.

Perché davanti a te arriva prima la persona.

A me è successo con Frankie Knuckles.

Era il 2003.

E prima ancora del “Godfather of House”, prima di pensare a Chicago, al Warehouse, a Your Love, alla storia della musica elettronica, quello che mi colpì fu lui.

La persona.

La disponibilità.

L’eleganza.

Il modo di rapportarsi con gli altri.

Una di quelle persone che non avevano bisogno di ricordarti continuamente quanto fossero importanti.

E forse è proprio questo uno dei ricordi che oggi mi fa più effetto.

Perché con gli anni comprendi ancora meglio chi avevi davanti.

Io avevo davanti uno degli uomini che avevano contribuito a cambiare per sempre il modo in cui il mondo ballava.

Ma quel giorno, prima dell’icona, incontrai Frankie.

E questa differenza per me conta tantissimo.

PRIMA DELLA HOUSE C’ERA UN RAGAZZO DI NEW YORK

Frankie Knuckles nasce a New York nel 1955.

Negli anni Settanta comincia a muoversi nella scena dei club della città insieme a un altro nome destinato a diventare enorme: Larry Levan.

Sono anni in cui il DJ non è ancora la superstar che conosciamo oggi.

È selezionatore.

Costruttore di atmosfera.

Interprete della pista.

Frankie arriva a Chicago nel 1977 e diventa resident del Warehouse.

È proprio da quel club e dal tipo di musica che Knuckles suonava che il termine “house” comincia progressivamente a entrare nel linguaggio della scena.

Ed è quasi poetico.

Una parola che oggi identifica una cultura globale nasce da un luogo fisico.

Una stanza.

Una pista.

Un DJ.

E persone che avevano bisogno di un nome per descrivere ciò che stavano vivendo.

THE WAREHOUSE

Frankie non stava semplicemente passando un disco dopo l’altro.

Manipolava la musica.

Allungava parti.

Lavorava con nastri reel-to-reel.

Inseriva drum machine.

Cercava continuità.

Costruiva una notte.

Quando la disco cominciava a perdere centralità commerciale, lui continuava a cercare materiale capace di funzionare sulla pista e a modificarlo fino a farlo diventare qualcos’altro.

Soul.

Disco.

Gospel.

Elettronica.

Ritmo.

Tecnologia.

Ma soprattutto sensibilità.

Perché la House non nasce da una formula.

Nasce da una comunità.

Prima vengono le persone.

Poi, anni dopo, arrivano le definizioni.

HOUSE MUSIC

Il termine stesso nasce quasi dal basso.

Quella era la musica del Warehouse.

La musica di Frankie.

Quella roba che la gente cercava.

House music.

Non una trovata di marketing.

Una cultura che si stava dando un nome.

POWER PLANT

Quando Frankie lascia il Warehouse, apre il Power Plant.

E il linguaggio continua a evolversi.

Entrano sempre più le drum machine.

I produttori iniziano a portargli materiale.

Chicago comincia a generare una scena vera.

Frankie non è l’unico.

E questa cosa va detta.

La House nasce grazie a tante persone.

Ron Hardy.

Jesse Saunders.

Marshall Jefferson.

Larry Heard.

Jamie Principle.

E molti altri.

Ma Frankie resta uno dei punti attraverso cui questa storia passa inevitabilmente.

YOUR LOVE

Poi arriva quella traccia.

Your Love.

Quel synth.

Quell’arpeggio.

Quella sensazione sospesa.

Frankie lavora sul materiale di Jamie Principle in un periodo in cui molte di quelle produzioni circolano ancora quasi artigianalmente, prima ancora che la House diventi industria.

Ed è qui che torna una parola che per me descrive bene Frankie.

Eleganza.

La sua House non era soltanto cassa.

Aveva profondità.

Aveva melodia.

Aveva anima.

NON ERA MUSICA FATTA DALLE MACCHINE

O meglio.

C’erano le macchine.

Eccome.

Drum machine.

Synth.

Sequencer.

Nastri.

Tecnologia.

Ma forse uno degli equivoci più grandi sulla musica elettronica è sempre stato pensare che la presenza delle macchine tolga umanità.

Frankie dimostrava l’esatto contrario.

Puoi costruire un ambiente completamente elettronico e metterci dentro una quantità enorme di emozione.

Puoi fare piangere con una drum machine.

Puoi creare intimità davanti a centinaia di persone.

Puoi trasformare una pista in qualcosa che somiglia quasi a una chiesa laica.

Perché la tecnologia è soltanto lo strumento.

La sensibilità resta dell’uomo.

THE WHISTLE SONG

Poi c’è The Whistle Song.

1991.

Un brano che ancora oggi riesce a essere immediatamente riconoscibile senza dover aggredire chi lo ascolta.

Quell’anno Frankie pubblica Beyond The Mix, il suo primo album, e The Whistle Song diventa uno dei suoi pezzi più celebri.

Ed è probabilmente uno dei brani migliori per capire il suo stile.

Non deve urlare.

Non deve dimostrare niente.

Parte.

Respira.

E ti prende.

POI ARRIVA IL RESTO DEL MONDO

A un certo punto il ragazzo che costruiva le proprie notti a Chicago diventa uno dei remixer più importanti del pianeta.

Michael Jackson.

Diana Ross.

Chaka Khan.

Mary J. Blige.

Toni Braxton.

E tantissimi altri.

Ai Grammy Awards del 1998 Frankie vince il premio come Remixer of the Year, Non-Classical.

Ed è curioso.

Un linguaggio nato nei club, dentro comunità spesso ignorate dalla cultura mainstream, finisce dentro la musica delle più grandi star del mondo.

La House aveva lasciato il Warehouse.

Ma il Warehouse, in qualche modo, era entrato dappertutto.

E POI C’È NAPOLI

Ed è qui che per me questa storia cambia.

Perché Frankie Knuckles non è soltanto New York.

Non è soltanto Chicago.

Non è soltanto il Warehouse.

Per me è anche Napoli.

La nostra città ha avuto un rapporto fortissimo con la House internazionale.

E il gruppo di cui ho fatto parte ha contribuito a costruire quel ponte.

Frankie è arrivato qui.

È tornato.

Ha suonato.

Ha lasciato qualcosa.

Ma soprattutto è diventato parte della memoria della club culture napoletana.

IO FRANKIE L’HO CONOSCIUTO

Nel 2003.

E qui non devo consultare un archivio.

Non devo cercare una vecchia intervista.

Perché io c’ero.

E quello che ricordo prima di ogni altra cosa è quanto fosse straordinaria la persona.

Non l’icona.

La persona.

Ci sono artisti enormi che fanno di tutto per ricordarti continuamente di esserlo.

Frankie non ne aveva bisogno.

Era già Frankie Knuckles.

E forse chi possiede davvero una grandezza non sente continuamente la necessità di dimostrarla.

Anni dopo capisci ancora meglio il privilegio.

Avevo conosciuto personalmente uno degli uomini che stavano alla radice di una cultura della quale anch’io, nel mio piccolo, avrei fatto parte per venticinque anni.

E questa cosa oggi mi emoziona più di allora.

FRANKIE E NAPOLI

Il rapporto non è stato quello di un grande DJ internazionale che arrivava, faceva una data e ripartiva.

Frankie è diventato uno dei nomi legati alla memoria della House napoletana.

La sua presenza qui è rimasta nelle persone.

Nelle serate.

Nei racconti.

Nella musica.

E soprattutto in chi quella stagione l’ha vissuta davvero.

UN LEGAME CHE CONTINUA

La cosa più bella è che questa storia non è rimasta congelata nel passato.

Nel maggio 2024, a dieci anni dalla sua scomparsa, gli Angels of Love hanno organizzato nell’area di Napoli un tributo dedicato a Frankie, con artisti come Eric Kupper, Robert Owens, Ron Trent e Terry Hunter.

Dieci anni dopo.

Ancora Napoli.

Ancora House.

Ancora Frankie.

Questo significa avere lasciato qualcosa.

UNA STRADA

Poi c’è Chicago.

Il posto dove tutto aveva preso forma.

Nel 2004 una parte di Jefferson Street, nei pressi del sito storico del Warehouse, ricevette la denominazione onoraria Frankie Knuckles Way.

Pensiamoci un momento.

Un DJ.

Un club.

Una musica nata di notte.

E poi una città che decide di mettere quel nome su una strada.

Non perché Frankie fosse diventato semplicemente famoso.

Ma perché quella cultura era diventata parte della storia della città.

OBAMA

In quegli stessi anni Barack Obama era ancora un politico dell’Illinois, molto prima della Casa Bianca.

Il riconoscimento pubblico dato a Frankie a Chicago passò anche da quel contesto politico locale.

Anni dopo, alla morte di Frankie nel 2014, Barack e Michelle Obama inviarono alla famiglia una lettera di cordoglio, ricordandone il ruolo pionieristico e l’eredità lasciata a Chicago e nella cultura dance.

È uno di quei dettagli che fanno capire quanto lontano fosse arrivato il suo impatto.

Da una cabina DJ a un riconoscimento istituzionale.

Nel mezzo:

la House.

NON È UNA STORIA SU UN DJ

Ed è qui che bisogna fermarsi.

Perché chiamare Frankie Knuckles semplicemente “DJ” è corretto.

Ma è insufficiente.

Frankie appartiene a quella categoria rarissima di persone che non hanno semplicemente avuto successo dentro una cultura.

Hanno contribuito a costruirla.

Se togli Frankie dalla storia della House, quella storia cambia.

Magari la House sarebbe nata comunque.

Le culture non dipendono mai da una persona sola.

Ma Frankie è uno dei punti attraverso i quali passa inevitabilmente quella storia.

LA HOUSE ERA ANCHE UN POSTO DOVE POTER ESSERE

C’è un’altra cosa che non possiamo dimenticare.

Le radici della House sono profondamente intrecciate alle comunità nere, latinoamericane e LGBTQ+ che frequentavano quei club.

Erano piste.

Ma erano anche luoghi nei quali persone che altrove potevano sentirsi ai margini riuscivano, per qualche ora, a sentirsi al centro.

Frankie proveniva da quella cultura.

Non la osservava dall’esterno.

La viveva.

Ed è forse anche per questo che l’idea di comunità è rimasta così importante nella House quando la House era ancora qualcosa di più di un genere musicale.

PRIMA DEL MAINSTAGE

Prima dei festival da centomila persone.

Prima degli schermi giganteschi.

Prima delle partnership.

Prima delle stories.

Prima dei DJ trasformati in brand globali.

Prima dell’EDM.

C’erano persone che entravano in stanze buie perché volevano ballare.

E qualcuno doveva prendersi la responsabilità di quella notte.

Frankie la prendeva.

Non semplicemente scegliendo quale disco mettere.

Costruendo un viaggio.

È probabilmente questa la parte della vecchia cultura dei DJ che non vorrei mai vedere scomparire.

La responsabilità della pista.

FRANKIE DOVEVA ESSERE TRA I PRIMI

Quando abbiamo aperto CLUB CULTURE ho scritto che alcune persone meritavano uno spazio tutto loro.

Non una citazione.

Non una riga.

Una storia intera.

Frankie Knuckles è esattamente una di quelle persone.

Perché non appartiene soltanto ai miei ricordi.

Appartiene alle fondamenta stesse di quella cultura che per venticinque anni ha fatto parte della mia vita.

E nel mio caso c’è anche qualcosa in più.

Io ho avuto la fortuna di conoscerlo.

Per questo, prima ancora del Godfather of House, continuo a ricordare l’uomo.

2014

Quando Frankie se ne va, la House ormai è dappertutto.

Nei club.

Nel pop.

Nei festival.

Nella moda.

Nella pubblicità.

Nel linguaggio della produzione contemporanea.

Generi nati decenni dopo continuano a usare una grammatica che passa anche da lì.

Questa forse è la misura più grande dell’eredità.

Non quante persone continuano ad ascoltare Your Love.

Ma quante persone ascoltano ogni giorno qualcosa che esiste anche perché, molti anni prima, gente come Frankie aveva aperto quella porta.

FRANKIE KNUCKLES WAY

C’è qualcosa di poeticamente perfetto nel fatto che oggi esista una strada che porta il suo nome.

Perché una strada serve a collegare posti differenti.

Ed è esattamente quello che Frankie ha fatto.

Disco e House.

New York e Chicago.

Underground e mainstream.

Macchine e anima.

America ed Europa.

Chicago e Napoli.

Persone che magari fuori da un club non si sarebbero mai incontrate.

Una strada.

Forse non potevano dedicargli qualcosa di più adatto.

CLUB CULTURE

Quando abbiamo aperto questa nuova parte di CrashVerse, ho scritto che alcune persone non potevano essere liquidate con una citazione.

Che sarebbero arrivate una alla volta.

Con il loro spazio.

La loro storia.

Il loro peso.

Ecco.

Frankie è esattamente quello che intendevo.

Potrei raccontarvi quante cose ha fatto.

Le produzioni.

I remix.

I dischi.

I riconoscimenti.

Le date.

Ma quando penso a lui torno sempre al 2003.

E torno alla stessa cosa.

Che straordinaria persona.

Prima.

E che straordinaria icona.

Dopo.

CRASHVERSE VERDICT

Ci sono artisti che diventano famosi.

Ci sono artisti che diventano importanti.

E poi ci sono persone che finiscono per dare un nome a qualcosa che milioni di altri esseri umani vivranno dopo di loro.

Frankie Knuckles appartiene a questi ultimi.

Dal Warehouse di Chicago alle piste di tutto il mondo.

Da Your Love a The Whistle Song.

Da una cultura underground a un Grammy.

Da una cabina DJ a una strada con il suo nome.

Fino a essere ricordato dalla Casa Bianca.

Ma io ho avuto un privilegio diverso.

Nel 2003 ho potuto conoscerlo.

E dopo tutti questi anni, pensando a quel momento, la prima cosa che mi viene da raccontare non è che fosse il Godfather of House.

È che fosse una persona straordinaria.

Forse è questa la cosa più bella che può succedere a un’icona.

Diventare enorme senza smettere di essere umana.

Frankie Knuckles ci ha lasciati nel 2014.

La House no.

Napoli non lo ha dimenticato.

Chicago gli ha dato una strada.

Le piste continuano a suonare.

E ogni volta che quattro colpi tornano a battere nel buio,

da qualche parte,

c’è ancora un pezzo di Frankie.

Fonti e crediti

Copertina: composizione editoriale CrashVerse realizzata con IA a partire dalla fotografia di Frankie Knuckles di deepstereo, ADE 2012, con licenza CC BY 2.0. Sfondo e composizione rielaborati: l’immagine non documenta un luogo o un evento reale.


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