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CULT · MOVIES × NERD CULTURE
Computer che sembrano astronavi, hacker sui rollerblade, nickname, modem, telefoni pubblici e una New York trasformata in territorio digitale. Nel 1995 Hackers immaginò la rete in un modo spesso assurdo. Eppure capì qualcosa che sarebbe diventato molto più importante della tecnologia: cosa significa trovare la propria tribù.
Scritto da cRASh
IMMERSIVE EXP · HACKERS
DENTRO LA MACCHINA
Entra nella stanza, attraversa il monitor e percorri l’articolo dentro una città di dati. Immagini, ambienti tridimensionali e una colonna sonora originale.
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FROM THE VERSE — ORIGINAL SOUNDTRACK
DENTRO LA MACCHINA
Un brano originale CrashVerse ispirato a HACKERS. Elettronica, notte e appartenenza.
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Dentro l’articolo
- PRIMA CHE INTERNET DIVENTASSE NORMALE
- ZERO COOL
- LA TRIBÙ
- HACK THE PLANET
- SBAGLIÒ INTERNET
- E POI, OGNI TANTO, CI PRENDEVA DAVVERO
- ACID BURN
- NON ERA SOLO ESTETICA
- IL COMPUTER COME CULTURA
- ELETTRONICA, NOTTE, COMPUTER
- LA PIAZZA
- PRIMA CHE NERD DIVENTASSE UN MERCATO
- IL FILM CHE SBAGLIÒ INTERNET E CAPÌ TUTTO
- OLTRE TRENT’ANNI DOPO
- QUELLE NOTTI, INVECE, SONO RIMASTE
Ci sono film che ami perché sono grandi film.
E poi ci sono film che ami perché, da qualche parte dentro quelle immagini, riconosci la tua gente.
Hackers, per me, è sempre stato uno di quelli.
Non perché la mia vita somigliasse letteralmente a quella di Dade Murphy, Kate Libby e degli altri.
Non attraversavamo New York sui rollerblade.
Non entravamo nei supercomputer delle corporation.
Non visualizzavamo file come grattacieli luminosi mentre partiva una traccia elettronica.
Era qualcosa di molto più semplice.
E proprio per questo molto più vero.
Era il gruppo.
Quelle amicizie costruite intorno a cose che la maggior parte delle persone intorno a te capiva poco.
Computer.
Software.
Internet.
Nickname.
Hacker.
Tecnologia.
La sensazione che da qualche parte, dietro uno schermo e un modem, stesse nascendo un mondo enorme mentre quasi tutti continuavano tranquillamente a vivere come se niente stesse succedendo.
E poi c’erano le notti.
Me le ricordo ancora.
Arrivava un certo momento e quelli che noi, con un po’ di presunzione e molta ironia, consideravamo i “normali” cominciavano a rientrare a casa.
La piazza si svuotava.
I locali abbassavano le serrande.
Le strade cambiavano rumore.
E proprio quando per molti la serata stava finendo, spesso per noi sembrava iniziare davvero.
Io e i miei amici nerd ci appropriavamo della piazza.
Non nel senso fisico del termine.
Semplicemente, per qualche ora, diventava il nostro posto.
Dove poco prima c’erano decine di persone rimanevamo noi.
Seduti.
A parlare.
Per ore.
Di computer.
Di Internet.
Di programmi.
Di qualcosa letto da qualche parte.
Di qualcosa che uno di noi aveva provato.
Di quello che avremmo voluto capire.
Di hacking, naturalmente.
Spesso conoscendone molto meno di quanto credevamo.
Ma con una curiosità che sembrava infinita.
E quando guardavo Hackers, era quella la cosa nella quale mi riconoscevo.
Non l’hacking cinematografico.
La tribù.
PRIMA CHE INTERNET DIVENTASSE NORMALE
Hackers arriva nel 1995.
Pensiamoci.
Il Web esisteva già, naturalmente.
Internet non era un'invenzione appena comparsa.
Ma nella vita quotidiana di gran parte delle persone era ancora molto lontana dall'essere ciò che sarebbe diventata.
Non c’erano i social network che conosciamo oggi.
Lo smartphone non era ancora un oggetto quotidiano.
Non esisteva un’app per ogni cosa.
Non fotografavamo il pranzo per mostrarlo a centinaia di persone.
Non conservavamo la nostra vita nel cloud.
Non lavoravamo, litigavamo, ci innamoravamo, compravamo, guardavamo film e costruivamo identità continuamente connessi.
Per molta gente un computer era ancora semplicemente un computer.
Per altri, invece, era già una porta.
Ed è qui che Hackers entra nel posto giusto al momento giusto.
Il film di Iain Softley prende quella cultura ancora relativamente sotterranea e decide di non raccontarla come qualcosa di grigio.
Fa l'esatto contrario.
La trasforma in moda.
Musica.
Energia.
Sesso.
Ribellione.
Colori.
Velocità.
Internet non viene mostrata come un posto dove consultare documenti.
Viene mostrata come un territorio.
Ed era esattamente così che, in qualche modo, molti di noi la percepivano.
ZERO COOL

Dade Murphy è già una leggenda prima ancora di diventare adulto.
Online è Zero Cool.
Dopo essere stato condannato per un attacco informatico compiuto da ragazzino, gli viene vietato l'accesso ai computer fino ai diciotto anni.
Poi arriva a New York.
Nuova città.
Nuova scuola.
Nuove persone.
E soprattutto una nuova community.
Kate è Acid Burn.
Poi ci sono Cereal Killer.
Phantom Phreak.
Lord Nikon.
Joey.
Nomi che sembrano ridicoli finché non ricordi cosa significava scegliere un nickname quando Internet cominciava davvero a entrare nelle nostre vite.
Il nickname non era soltanto uno username.
Poteva diventare un’altra versione di te.
A volte quella più vera.
Chi eri durante il giorno e chi eri davanti a un computer potevano essere due persone leggermente diverse.
E questa è una delle cose che Hackers capisce benissimo.
Molto prima che tutti avessimo profili social, avatar e identità digitali, il film aveva già intuito che nella rete non avremmo portato soltanto informazioni.
Ci avremmo portato noi stessi.
LA TRIBÙ

Dade non entra semplicemente in un gruppo di hacker.
Trova persone che parlano la sua lingua.
Ed è probabilmente la cosa che ho sempre amato di più nel film.
Perché quando hai una passione che non è ancora diventata mainstream, trovare qualcuno che la condivide produce una sensazione particolare.
Non hai bisogno di spiegare tutto.
Non devi giustificare perché quella cosa ti interessi così tanto.
Puoi finalmente andare oltre il livello:
“Ti piacciono i computer?”
e cominciare davvero a parlare.
Per ore.
Era quello che succedeva anche a noi.
Non importava necessariamente dove fossimo.
Poteva essere davanti a un monitor.
Poteva essere una piazza ormai vuota.
Poteva essere una telefonata interminabile.
Il luogo era secondario.
Quello che contava era aver trovato qualcuno disposto a seguire il discorso fino alla fine.
Forse è difficile spiegarlo oggi, quando essere nerd non rappresenta più necessariamente una periferia culturale.
Gaming è mainstream.
Anime è mainstream.
La tecnologia domina l'economia mondiale.
Personaggi che un tempo sarebbero stati confinati nelle pagine informatiche sono diventati celebrità.
La cultura nerd vende cinema, serie, vestiti, sneakers, giocattoli, eventi.
All'epoca era diverso.
Molte di quelle passioni ti rendevano semplicemente quello strano.
Finché non trovavi altri strani.
A quel punto succedeva una cosa bellissima.
Non eri più strano.
Eri semplicemente nel posto giusto.
HACK THE PLANET
C’è una frase che è sopravvissuta a tutto il resto.
HACK THE PLANET.
È diventata merchandising.
Meme.
Citazione.
Una specie di saluto collettivo per chi continua ad amare il film.
Ma dentro quella frase c’è perfettamente la sua ingenuità.
E anche il suo fascino.
Gli hacker di Hackers non vengono mostrati come criminali chiusi in una stanza buia.
Sono quasi rockstar.
Una controcultura.
Una generazione convinta che comprendere un sistema significhi anche avere il diritto di metterlo in discussione.
E naturalmente la realtà è infinitamente più complicata.
Ma il film non sta facendo un documentario.
Sta costruendo un mito.
Esattamente come altri film avevano trasformato motociclisti, skater, punk o musicisti in simboli di appartenenza.
Hackers lo fa con chi sta davanti a una tastiera.
Ed è forse per questo che ancora oggi riesce a essere irresistibile.
SBAGLIÒ INTERNET

Diciamolo.
Dal punto di vista tecnologico, Hackers è spesso meravigliosamente assurdo.
File system trasformati in paesaggi tridimensionali.
Dati che sembrano città.
Interfacce spettacolari.
Connessioni visualizzate come se qualcuno avesse trasformato un terminale Unix in un videoclip.
Hollywood aveva un problema evidente: come mostri sullo schermo una persona che digita?
La risposta di Hackers è:
non la mostri.
Trasformi tutto in cinema.
E infatti già mentre il film veniva realizzato, chi conosceva davvero la rete guardava con sospetto il modo in cui Hollywood stava cominciando a rappresentarla.
Avevano ragione.
Eppure oggi quel difetto è diventato uno dei motivi per cui il film funziona ancora.
Perché non stiamo guardando Internet del 1995.
Stiamo guardando come il cinema sognava Internet nel 1995.
Ed è molto più interessante.
E POI, OGNI TANTO, CI PRENDEVA DAVVERO
C’è un momento diventato quasi leggendario.
Acid Burn guarda un computer e dice:
“RISC architecture is gonna change everything.”
Per anni è sembrata quasi una delle tante frasi techno-futuristiche del film.
Poi il tempo ha reso quella battuta sorprendentemente meno assurda di tante altre.
È una delle ironie più belle di Hackers.
Il film può immaginare l'accesso ai dati come un viaggio dentro una città fluorescente.
Poi, all'improvviso, nel mezzo dell'esagerazione, tira fuori qualcosa che oltre trent'anni dopo suona sorprendentemente bene.
Forse perché Hackers non aveva davvero bisogno di prevedere la tecnologia.
Gli bastava aver capito la direzione del desiderio.
Volevamo computer più veloci.
Reti più grandi.
Più accesso.
Più possibilità.
E soprattutto volevamo entrare.
ACID BURN

E poi c’è lei.
Angelina Jolie aveva appena vent’anni quando uscì Hackers.
Kate Libby non è semplicemente “la ragazza del protagonista”.
È Acid Burn.
È brava.
Competitiva.
Arrogante.
Ironica.
È parte del gruppo perché appartiene a quel mondo, non perché deve accompagnare Dade dentro di esso.
Oltre trent'anni dopo molti elementi estetici del personaggio potrebbero tranquillamente comparire in una campagna fashion contemporanea.
Il taglio di capelli.
Gli occhiali.
I vestiti.
Il modo in cui tecnologia e stile si mescolano.
Hackers fa continuamente questa cosa.
Prende qualcosa considerato nerd e cerca disperatamente di dimostrare che può essere cool.
E probabilmente esagera.
Ma per qualcuno che viveva già quella cultura, vedere il computer smettere per un paio d’ore di essere l'oggetto dello sfigato e diventare quasi un simbolo di ribellione aveva un suo fascino enorme.
NON ERA SOLO ESTETICA
Sotto quella superficie c’è però una storia più interessante.
La crew scopre qualcosa che non dovrebbe vedere.
Un sistema.
Una corporation.
Qualcuno con molto più potere di loro che può manipolare informazioni, persone e responsabilità.
Il vero antagonista non è la tecnologia.
È chi controlla la tecnologia.
Questa distinzione oggi pesa molto più di quanto potesse sembrare nel 1995.
Perché allora l'idea di corporation capaci di controllare enormi quantità di dati apparteneva ancora soprattutto alla fantascienza o alla cultura hacker.
Oggi discutiamo quotidianamente di:
piattaforme.
Database.
Sorveglianza.
Privacy.
Identità.
Algoritmi.
Infrastrutture digitali.
Proprietà delle reti.
Il mondo è cambiato.
La domanda, molto meno.
Chi controlla il sistema?
E chi controlla chi lo controlla?
IL COMPUTER COME CULTURA

Questa è una cosa che abbiamo già raccontato su CrashVerse parlando dei primi anni di Internet.
Per capire quell'epoca bisogna dimenticare per un momento ciò che Internet è diventata.
C'era un periodo nel quale collegarsi significava quasi compiere un gesto intenzionale.
Entravi.
Non eri semplicemente sempre dentro.
C’erano comunità.
BBS.
IRC.
Nickname.
Canali.
Software.
Regole non scritte.
Piccole gerarchie.
Conoscenze scambiate.
Informazioni che dovevi cercare.
La rete aveva un proprio rumore.
Un proprio linguaggio.
Perfino un proprio tempo.
Ed è proprio lì che Hackers intercetta qualcosa.
Non il funzionamento tecnico.
La cultura.
Nel nostro precedente articolo, HACK THE WORLD! — Prima che Internet diventasse normale, avevamo già sfiorato il film per questo motivo.
Adesso vale la pena dirlo in modo ancora più netto.
Hackers ha trasformato quella cultura in estetica.
E in qualche modo l'ha conservata.
ELETTRONICA, NOTTE, COMPUTER

Poi parte la musica.
E lì il film cambia ancora.
Underworld.
The Prodigy.
Orbital.
Leftfield.
E, nell’album della soundtrack, anche Carl Cox.
La soundtrack costruisce un'identità sonora praticamente inseparabile dalle immagini del film.
Questa scelta è fondamentale.
Perché Hackers non suona come un film sui computer.
Suona come una notte che non vuole finire.
Beat.
Club.
Schermi.
Città.
Movimento.
E forse è anche per questo che quelle immagini mi riportano così facilmente alle nostre notti.
Non perché fossero uguali.
Non lo erano affatto.
Ma perché condividevano quella strana sensazione che esista un momento in cui la città cambia proprietario.
Di giorno appartiene a tutti.
Poi arriva una certa ora.
La maggior parte delle persone se ne va.
E rimane chi non ha ancora voglia di tornare a casa.
LA PIAZZA

È probabilmente il ricordo che più mi lega a questo film.
La piazza poche ore prima era piena.
Poi diventava vuota.
Rimanevano le luci.
Qualche macchina.
Il silenzio diverso che hanno i luoghi normalmente affollati quando improvvisamente non c'è più nessuno.
E noi.
I nerd.
Avremmo potuto parlare tranquillamente anche in casa.
Ma non sarebbe stata la stessa cosa.
Perché c'era qualcosa di bello nell'essere lì dopo.
Come se avessimo aspettato che il mondo normale terminasse il proprio turno.
E adesso toccasse a noi.
Parlavamo delle nostre cose.
Probabilmente a volte dicevamo enormi stronzate.
Altre volte imparavamo davvero qualcosa.
Non importava.
Stavamo costruendo un linguaggio comune.
Una piccola cultura.
E guardando il gruppo di Hackers ho sempre riconosciuto esattamente quella dinamica.
Persone che magari, prese singolarmente, potevano sembrare fuori posto.
Messe insieme, invece, diventavano perfettamente normali.
Perché avevano trovato i propri.
PRIMA CHE NERD DIVENTASSE UN MERCATO
Oggi essere nerd può significare qualsiasi cosa.
Una maglietta Marvel.
Una PlayStation.
Un anime su Netflix.
Un LEGO da 500 euro.
Un PC con luci RGB.
Un evento con centinaia di migliaia di persone.
È cultura mainstream.
Industria.
Moda.
Marketing.
Nel bene e nel male.
Ma esisteva un tempo nel quale molte di quelle passioni non portavano automaticamente con sé una community pronta.
Dovevi cercarla.
E quando trovavi qualcuno che conosceva ciò di cui stavi parlando, succedeva immediatamente qualcosa.
Ah. Tu sei uno dei nostri.
Non serviva dirlo.
Lo capivi.
Hackers è costruito completamente intorno a questa sensazione.
Ecco perché, secondo me, chi lo considera soltanto un film tecnologicamente ridicolo si perde la parte migliore.
La tecnologia è il vestito.
Il centro è l’appartenenza.
IL FILM CHE SBAGLIÒ INTERNET E CAPÌ TUTTO
Naturalmente non capì letteralmente tutto.
È il titolo di un articolo, non una perizia informatica.
Ma guardandolo oggi è impressionante vedere quante cose culturali abbia messo sul tavolo.
Nickname come identità.
Relazioni nate attraverso la tecnologia.
Community costruite intorno a interessi incomprensibili agli altri.
Accesso all'informazione come forma di potere.
Corporation che controllano sistemi enormi.
La rete come luogo.
La tecnologia come stile.
Il confine tra curiosità, esplorazione e crimine.
E soprattutto una generazione che non guarda il computer come un elettrodomestico.
Lo guarda e vede un mondo.
Questo Hackers lo aveva capito benissimo.
OLTRE TRENT’ANNI DOPO
La cosa paradossale è che oggi non dobbiamo più cercare Internet.
Internet cerca noi.
Ci svegliamo ed è già lì.
In tasca.
Sul polso.
Nella televisione.
In macchina.
Nel lavoro.
Nelle fotografie.
Nei rapporti.
Nei soldi.
Nei ricordi.
Perfino nelle conversazioni con una macchina.
La rete che nel 1995 sembrava un territorio segreto è diventata infrastruttura della realtà.
E forse abbiamo perso qualcosa nel passaggio.
Non necessariamente qualcosa di migliore.
Non voglio fare il discorso secondo cui “Internet una volta era bella e oggi fa schifo”.
Sarebbe troppo facile.
Oggi abbiamo accesso a possibilità che allora sembravano fantascienza.
Ma abbiamo sicuramente perso la sensazione di scoperta.
Entrare online non è più entrare da qualche parte.
È semplicemente essere svegli.
QUELLE NOTTI, INVECE, SONO RIMASTE

Forse è questo il motivo per cui continuo ad amare così tanto Hackers.
Non perché desideri tornare al modem.
Non perché pensi che un laptop del 1995 fosse meglio di quello che abbiamo oggi.
E nemmeno perché creda che gli hacker reali trascorrano le giornate gridando slogan mentre pattinano per Manhattan.
Lo amo perché riesce ancora a riportarmi a una sensazione.
Le strade che si svuotavano.
La piazza.
Gli amici.
Le discussioni.
Il momento in cui guardavi l'orologio e ti rendevi conto che si era fatto molto più tardi di quanto pensassi.
Il resto delle persone era già tornato a casa.
Noi no.
Noi eravamo ancora lì a parlare di quel mondo.
Un mondo che sembrava interessare a pochissimi.
Un mondo che, per qualche motivo, sentivamo già importante.
E alla fine è questa l'ironia più grande di tutte.
Eravamo noi quelli strani.
Quelli che parlavano troppo di computer.
Quelli interessati a Internet quando Internet sembrava ancora una cosa da nerd.
Poi sono passati gli anni.
La piazza è cambiata.
Noi siamo cambiati.
I computer sono cambiati.
La rete è cambiata.
E quel piccolo mondo di cui discutevamo di notte ha continuato ad allargarsi.
Sempre di più.
Finché un giorno non siamo stati più noi a entrare dentro Internet.
È stato il resto del mondo a raggiungerci.
Forse Hackers aveva sbagliato quasi tutto su come sarebbe apparsa la rete.
Ma aveva capito benissimo una cosa.
Per alcuni di noi non sarebbe mai stata soltanto tecnologia.
Sarebbe stata cultura.
Identità.
Amicizia.
Curiosità.
Appartenenza.
Una porta verso persone che parlavano la nostra stessa lingua.
E ogni volta che rivedo Dade, Kate, Cereal Killer, Phantom Phreak e gli altri insieme, penso ancora a quella piazza.
La gente rientrava.
Il rumore spariva.
Noi arrivavamo.
E per qualche ora il mondo sembrava nostro.
Hack the planet.
Leggi anche: HACK THE WORLD! — Prima che Internet diventasse normale
FONTI E APPROFONDIMENTI
- Hackers — scheda ufficiale MGM / Apple TV
- WIRED — The Net Net on Net Films: Crapola (1995)
- WIRED — Angelina Jolie Was Right About Computers (2025)
- AllMusic — Hackers: Original Soundtrack
- Iain Softley sulla soundtrack — intervista SDE
Cover: impaginazione CrashVerse sulla locandina originale di Hackers, fonte IMP Awards. Locandina e fotogrammi © 1995 United Artists Pictures Inc. / rispettivi titolari.


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