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Armature, costellazioni, colpi impossibili e guerrieri che continuavano ad alzarsi quando chiunque altro sarebbe rimasto a terra. I Cavalieri dello Zodiaco ci hanno fatto sognare, ma soprattutto ci hanno insegnato molto presto che un cartone animato poteva anche farci male. E quelle prime lacrime, incredibilmente, funzionano ancora oggi.

Ci sono cartoni che ricordiamo perché ci facevano ridere.

Altri perché ci facevano correre per casa fingendo di essere il protagonista.

Poi ci sono quelli che, senza chiedere il permesso, fanno qualcosa di completamente diverso.

Ti colpiscono.

Per molti di noi, I Cavalieri dello Zodiaco furono una delle prime volte in cui accadde davvero.

Le prime lacrime vere davanti a un cartone animato.

Non la tristezza semplice di una scena costruita per commuovere.

Era qualcosa di diverso.

Sacrificio.

Amicizia.

Perdita.

Lealtà.

Destino.

E soprattutto quella convinzione assurda, potentissima, che anche quando non avevi più niente da dare dovevi comunque trovare la forza per rialzarti.

BRUCIA, COSMO

Da bambini forse non capivamo davvero cosa significasse.

Il Cosmo era energia.

Era forza.

Era il modo in cui Pegasus e gli altri riuscivano a fare cose impossibili.

Poi cresci.

E improvvisamente quella parola assume un significato completamente diverso.

Il Cosmo era ciò che rimaneva quando il corpo aveva già detto basta.

Era quel punto dentro di te dove cercare ancora qualcosa.

Un’ultima scintilla.

Un ultimo passo.

Un ultimo colpo.

Bruciare il Cosmo significava rifiutarsi di restare a terra.

Ed era un concetto enorme da mettere davanti a dei bambini.

CINQUE RAGAZZI, CINQUE MODI DI ESSERE FORTI

Pegasus.

Sirio.

Crystal.

Andromeda.

Phoenix.

Non erano semplicemente cinque guerrieri con armature differenti.

Erano cinque modi completamente diversi di affrontare il dolore.

Seiya era la determinazione.

Quello che cadeva, sanguinava, sembrava finito.

E poi si rialzava.

Sempre.

Sirio aveva qualcosa di diverso.

Disciplina.

Onore.

Sacrificio.

La capacità quasi spaventosa di mettere gli altri davanti a se stesso.

Crystal portava dentro il dolore in una maniera più silenziosa.

Il ghiaccio fuori.

La memoria dentro.

Shun era probabilmente uno dei personaggi più interessanti, soprattutto rivedendolo da adulti.

Era gentile.

Sensibile.

Non amava combattere.

E proprio per questo ci mostrava una cosa che all’epoca non era affatto scontata:

la sensibilità non è il contrario della forza.

E poi c’era Ikki.

Phoenix.

Quello che sembrava poter arrivare sempre dal posto più improbabile, nel momento più disperato.

Solitudine.

Rabbia.

Protezione.

Una forza che sembrava nascere da tutto ciò che aveva dovuto sopportare.

Cinque ragazzi.

Cinque ferite diverse.

LE ARMATURE NON ERANO COSTUMI

C’erano poi le Cloth.

Le armature.

E per noi erano magia pura.

Non erano semplicemente protezioni.

Avevano un simbolo.

Una costellazione.

Una storia.

Sembravano scegliere chi potesse indossarle.

Quando arrivava il momento della vestizione, non stavi semplicemente guardando un personaggio mettersi un’armatura.

Stavi assistendo a una trasformazione.

Quel bambino, quel ragazzo, quel guerriero diventava qualcosa di più grande.

E naturalmente volevamo tutti la nostra.

LE DODICI CASE

Poi arrivò il Santuario.

E improvvisamente tutto quello che avevamo visto prima sembrò quasi un allenamento.

Le Dodici Case dello Zodiaco.

Dodici ore.

Dodici Cavalieri d’Oro.

Una corsa contro il tempo.

Una struttura così semplice da essere perfetta.

Una Casa dopo l’altra.

Un avversario dopo l’altro.

E ogni volta pensavi:

adesso non ce la fanno.

E puntualmente la serie trovava un modo per portarli ancora più vicini al limite.

Il Santuario è probabilmente il momento in cui Saint Seiya diventa veramente mito.

Non stai più seguendo soltanto combattimenti.

Stai assistendo a un’odissea.

Ogni Casa è una prova.

Fisica.

Morale.

Emotiva.

I CAVALIERI D’ORO

E poi c’erano loro.

I Gold Saints.

Da bambini sembravano praticamente divinità.

Le armature dorate.

La presenza.

Il fatto che molti di loro apparissero infinitamente superiori ai protagonisti.

Mur (ARIETE).

Aldebaran (TORO).

Saga (GEMELLI).

Deathmask (CANCRO).

Aiolia (LEONE).

Shaka (VERGINE).

Dohko (BILANCIA).

Milo (SCORPIONE).

Aiolos (SAGITTARIO).

Shura (CAPRICORNO).

Camus (ACQUARIO).

Aphrodite (PESCI).

Ognuno aveva una personalità e una visione diversa.

E alcuni degli scontri più belli funzionavano proprio perché il nemico non era sempre semplicemente “cattivo”.

C’erano dubbi.

Inganni.

Ideali.

Fedeltà.

Contraddizioni.

La forza non bastava.

QUANTE VOLTE ABBIAMO PENSATO CHE FOSSERO MORTI?

Tantissime.

Probabilmente troppe. 😄

Eppure ogni volta ci cascavamo.

Un Cavaliere cadeva.

La musica cambiava.

Gli altri gridavano il suo nome.

Silenzio.

Occhi chiusi.

Fine.

No.

Cinque minuti dopo qualcosa si muoveva.

Il Cosmo tornava.

E noi eravamo di nuovo lì.

Ma non era soltanto un espediente narrativo.

La serie costruiva continuamente la propria identità attorno all’idea del sacrificio.

I protagonisti erano disposti a perdere tutto.

Il corpo.

L’armatura.

La vista.

La vita.

Pur di permettere agli altri di continuare.

Da bambini magari non lo chiamavamo così.

Ma capivamo perfettamente cosa significasse.

LE PRIME LACRIME VERE

Ed è questo il punto.

I Cavalieri dello Zodiaco riuscivano a farci piangere.

Davvero.

E la cosa sorprendente è che ancora oggi certe scene riescono a farlo.

Sai già cosa succederà.

Conosci il dialogo.

Conosci il sacrificio.

Sai perfino esattamente quando cambierà la musica.

Eppure qualcosa si stringe comunque.

Perché a quel punto non stai più guardando soltanto la scena.

Stai guardando anche il bambino che eri quando l’hai vista per la prima volta.

E quella è una battaglia che nessun Cavaliere può vincere.

LA MUSICA CHE CI DICEVA QUANDO PIANGERE

C’era però un elemento fondamentale.

La musica.

Bastavano poche note.

Prima ancora che qualcuno parlasse, capivi che qualcosa stava per succedere.

La battaglia diventava epica.

Una perdita diventava tragedia.

Una salita verso la Casa successiva assumeva qualcosa di quasi sacro.

Da bambini magari non conoscevamo il suo nome.

Oggi sì.

Seiji Yokoyama.

Il compositore che ha dato una voce sinfonica al Cosmo.

E raccontare ciò che ha fatto in poche righe sarebbe quasi un torto.

Per questo la sua musica merita un articolo tutto suo.

→ SEIJI YOKOYAMA — L’uomo che fece suonare il Cosmo

NON ERA SOLTANTO UN CARTONE

Forse è proprio questo ciò che Saint Seiya ha lasciato a molti di noi.

Ci ha mostrato molto presto che l’animazione poteva raccontare emozioni enormi.

Che un personaggio poteva soffrire.

Perdere.

Avere paura.

Essere fragile.

E continuare comunque.

Non ci ricordiamo soltanto i colpi segreti.

Ci ricordiamo ciò che accadeva prima di lanciarli.

Il motivo.

La persona da proteggere.

Il compagno caduto.

La promessa.

ESSERE FORTI NON SIGNIFICAVA NON CADERE

Riguardandolo oggi, forse questa è la lezione che mi rimane più di tutte.

I Cavalieri cadevano continuamente.

Erano feriti.

Sconfitti.

Spezzati.

La forza non consisteva nell’essere invincibili.

Consisteva nel rialzarsi.

Ancora.

E ancora.

E ancora.

È un messaggio semplice.

Forse persino ingenuo.

Ma certe cose, quando le impari da bambino, rimangono da qualche parte.

CRASHVERSE VERDICT

Le prime lacrime vere davanti a un cartone animato.

Forse è questo il ricordo più forte.

Non un colpo segreto.

Non un’armatura.

Non una Casa.

Un’emozione.

La scoperta che qualcosa disegnato su uno schermo potesse arrivare fino a te e farti stare male davvero.

I Cavalieri dello Zodiaco ci hanno insegnato molto presto che essere forti non significa non cadere.

Significa trovare qualcosa dentro di noi quando sembra non essere rimasto più niente.

Brucia, Cosmo.

All’epoca era una frase di un cartone.

Oggi, forse, sappiamo un po’ meglio cosa volesse dire.

cRASh


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