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CLUB CULTURE · STEVE AOKI
Dal punk e da Dim Mak ai festival. In mezzo, il lavoro, le persone e una notte a Napoli.
Scritto da cRASh
PRIMA DI TUTTO, TOGLIAMO UN’ETICHETTA
“DJ commerciale.”
Bene.
Adesso possiamo cominciare.
Perché se Steve Aoki lo guardi soltanto da lontano, il rischio è quello.
Festival enormi.
Mainstage.
Collaborazioni pop.
Torte lanciate dal palco.
Video virali.
Un personaggio gigantesco.
Ed è facilissimo pensare di aver capito tutto.
Poi inizi a scavare.
E scopri che prima del DJ c’era un ragazzo hardcore.
Prima dei festival c’erano appartamenti.
Prima dei milioni di persone c’erano serate organizzate quasi dal nulla.
Prima del brand globale c’era Dim Mak.
E prima della torta c’era una cosa molto semplice:
la necessità di creare qualcosa.
HARDCORE
Steve Aoki non arriva dalla dance nel modo più ovvio.
Negli anni Novanta cresce dentro la scena hardcore punk americana.
Suona.
Organizza.
Vive quella cultura DIY in cui, se vuoi qualcosa, non aspetti che qualcuno te la costruisca.
La fai.
Punto.
Ed è interessante perché una parte di quello che oggi vediamo nei suoi show enormi nasce proprio lì.
Nel punk.
Nel caos.
Nel contatto.
Nel rapporto fisico con il pubblico.
DIM MAK
1996.
Steve Aoki fonda Dim Mak.
Una label indipendente di Los Angeles che, col tempo, diventa anche brand, piattaforma di eventi e universo creativo.
E questo cambia completamente la prospettiva.
Perché non è:
“un DJ famoso che decide di aprire una label.”
È il contrario.
La label viene prima.
Molto prima.
PRIMA IL PROGETTO, POI IL DJ
Ed è una delle cose che mi piacciono di più della sua storia.
Aoki non nasce con l’idea di diventare la superstar EDM che conosciamo oggi.
Costruisce un progetto.
Una scena.
Una rete.
Poi il DJing cresce insieme a tutto il resto.
Ed è quasi il contrario del percorso che molti immaginano.
Prima la cultura.
Poi il personaggio.

DIM MAK NON È SOLO UNA LABEL
È passata attraverso artisti e mondi diversissimi.
Bloc Party.
The Kills.
The Bloody Beetroots.
The Chainsmokers.
Prime release di ZEDD e Diplo.
E poi tantissimi altri.
Dim Mak nasce e cresce proprio sull’idea della contaminazione.
Ed è già una risposta a chi pensa ad Aoki soltanto come al DJ che mette le mani in aria prima del drop.
NON È MAI STATO SOLO EDM
La sua discografia lo dimostra.
Lil Uzi Vert.
Maluma.
Ne-Yo.
BTS.
Linkin Park.
Louis Tomlinson.
E molti altri.
Per qualcuno questa contaminazione significa “commerciale”.
Per me racconta anche qualcos’altro.
Curiosità.
IL PROBLEMA DELLA PAROLA COMMERCIALE
È una parola che nella musica elettronica abbiamo usato per anni quasi come insulto.
Underground = puro.
Commerciale = venduto.
Una semplificazione comodissima.
E quasi sempre incompleta.
PERCHÉ?
Perché puoi fare musica gigantesca per migliaia di persone e non avere nulla da dire.
Ma puoi anche farla e costruire un’esperienza enorme.
Puoi suonare in un piccolo club ed essere noioso da morire.
La dimensione non decide automaticamente la qualità.
E questo vale per tutti.
Aoki compreso.
IL MAINSTAGE
Steve Aoki ha capito una cosa molto presto.
Una folla enorme non è semplicemente una pista più grande.
È un altro strumento.
Devi costruire momenti.
Attese.
Esplosioni.
Gesti riconoscibili.
Un rito.
E POI C’È NAPOLI
Per me Steve Aoki non è soltanto Tomorrowland, Las Vegas, festival giganteschi e mainstage.
C’è anche Napoli.
Il 1 maggio 2013 arrivò al Duel Club di Pozzuoli per il New Day – Naples Art & Music Festival.
La data è documentata.
Steve Aoki era la guest star della seconda edizione del festival.
Io quella serata la ricordo anche per un motivo personale.
A portarlo qui fu un mio amico, uno di quelli con cui ho condiviso una parte importante della mia storia nella club culture.
Per come la ricordo io, quella fu la prima volta di Aoki a Napoli.
Ed ebbe un impatto enorme.
Archivio evento: New Day presents Steve Aoki — Duel Club, 1 maggio 2013.
NON ERA SOLO “PIENO”
Questa è una differenza che chi organizza eventi capisce subito.
Puoi avere un locale pieno.
Oppure puoi avere un locale pieno di persone che non avevi mai visto prima.
Sono due cose completamente diverse.
Quella serata portò un pubblico nuovo.
Più giovane.
Più trasversale.
Persone che magari non erano quelle che vedevi ogni settimana nelle solite serate.
Un’altra energia.
Un altro modo di vivere l’elettronica.
E QUESTA COSA CONTA
Perché quando un artista riesce ad aprire una porta a chi normalmente non entrava in quel mondo, sta facendo qualcosa di più che riempire una venue.
Sta spostando il pubblico.
Sta contaminando.
Sta creando un accesso.
Ed è anche per questo che ridurre Aoki all’etichetta “commerciale” è troppo semplice.
Il commerciale, quando funziona davvero, non significa soltanto vendere più biglietti.
A volte significa portare dentro persone nuove.
E POI ARRIVA LA TORTA
Sì.
La torta.
Impossibile evitarla.
E sarebbe stupido provare a farlo.
Perché ormai fa parte del personaggio quanto il Jumpman fa parte di Jordan.
MA COME È COMINCIATA?
All’inizio era legata alla cultura dei suoi show e al desiderio di costruire un gesto riconoscibile.
Poi il pubblico ha iniziato ad aspettarla.
Chiederla.
Volerla.
Ed è lì che la cosa cambia.
CAKE ME
Cartelli.
Mani alzate.
Persone che vogliono essere scelte.
La torta smette di essere una gag.
Diventa rito.
IL RITO
Ogni grande evento ha i propri rituali.
Una canzone che deve arrivare.
Una luce.
Un gesto.
Un intro.
Un finale.
Nel caso di Aoki, per anni, c’è stata anche una torta.
Assurdo?
Sì.
Ma proprio per questo memorabile.
E LA COSA PIÙ STRANA È CHE FUNZIONA
Perché non è più:
Steve Aoki lancia una torta.
È:
la folla aspetta quel momento.
E quando migliaia di persone aspettano insieme la stessa cosa, quella cosa smette di essere soltanto una gag.
Diventa linguaggio.
PRIMA DELLA TORTA C’ERA GIÀ IL CONTATTO
Ed è qui che torna il punk.
Il bisogno di non stare soltanto sopra il palco.
Entrare dentro.
Toccare il pubblico.
Farsi trascinare.
Essere parte fisica di quello che succede.
La torta, il raft, il salto.
Sono declinazioni diverse della stessa idea.
Non creare distanza.
NON È SOLO SPETTACOLO
Il rischio è guardare tutto questo e pensare:
trucchi.
Show.
Effetti.
Ma Aoki ha sempre avuto un rapporto quasi ossessivo con il lavoro.
I’LL SLEEP WHEN I’M DEAD
Il titolo del documentario Netflix del 2016 dice già moltissimo.
I’ll Sleep When I’m Dead.
Dormirò quando sarò morto.
Il film entra anche nel rapporto con suo padre Rocky Aoki, fondatore di Benihana, figura enorme e complessa nella sua vita.
ROCKY
Steve non nasce dal nulla.
Suo padre è un personaggio gigantesco.
Imprenditore.
Showman.
Fondatore di Benihana.
Ma essere figlio di qualcuno così non significa automaticamente sentirsi arrivati.
Anzi.
A volte significa passare una vita cercando di capire dove finisce il suo nome e dove comincia il tuo.
L’APPROVAZIONE
Ed è una parte della storia che rende Aoki molto più umano.
Ambizione.
Bisogno di dimostrare.
Lavoro continuo.
Disciplina.
Quando conosci quella parte, guardi il personaggio sul palco in modo leggermente diverso.
L’UOMO CHE NON SI FERMA
Aerei.
Hotel.
Festival.
Studio.
Collaborazioni.
Label.
Moda.
Business.
Fondazione.
La sua carriera sembra costruita attorno al movimento continuo.
MA DIETRO IL PERSONAGGIO C’È DISCIPLINA
Questa è una delle cose che spesso sfuggono.
Vedi la torta.
Vedi i capelli.
Vedi il salto.
Vedi il caos.
E pensi:
festa continua.
In realtà una carriera di questo livello richiede quasi l’opposto.
Preparazione.
Routine.
Resistenza.
Organizzazione.
Disciplina.
DUE NOMINATION AI GRAMMY
Aoki è stato nominato due volte ai Grammy.
Nel 2013 per l’album Wonderland, nella categoria Best Dance/Electronica Album, e nel 2017 per I’ll Sleep When I’m Dead, come Best Music Film.
Non serve a dimostrare che “allora è bravo”.
Non funziona così.
Serve solo a ricordare quanto il percorso sia andato molto più lontano dell’immagine del party DJ.
WONDERLAND
2012.
Primo album in studio.
E già lì si capisce che Aoki non vuole restare dentro una sola idea di elettronica.
TURBULENCE
NO BEEF.
PURSUIT OF HAPPINESS.
Pezzi legati a un periodo preciso dell’esplosione EDM.
E se hai vissuto quella fase, li riconosci in mezzo secondo.
EDM
Parola enorme.
Parola odiata.
Parola usata spesso male.
Ma c’è stato un momento in cui l’EDM ha davvero cambiato la scala della dance music.
Festival enormi.
DJ superstar.
Mainstage.
America.
Europa.
Asia.
Sud America.
Aoki era pienamente dentro quell’esplosione.
MA NON ERA ARRIVATO LÌ DAL NULLA
Ed è questo che voglio rimanga.
La storia non comincia al mainstage.
Comincia nel DIY.
Nell’hardcore.
Nelle serate.
In una label indipendente.
Nella necessità di costruire qualcosa senza aspettare il permesso di qualcuno.
IL SALTO
Poi c’è un’altra immagine molto Aoki.
Il salto.
Braccia.
Capelli.
Aria.
Un’altra firma.
Anche lì:
spettacolo.
Ma soprattutto riconoscibilità.
LA CULTURA DELLA FIRMA
Questa è una cosa che chi organizza eventi conosce bene.
Le persone ricordano i rituali.
Ricordano ciò che rende una serata diversa da un’altra.
Non basta che la musica sia buona.
Deve esserci qualcosa che appartenga a quel momento.
AOKI LO HA CAPITO
La torta è assurda.
Il raft è assurdo.
Il salto è assurdo.
Ma se dici Steve Aoki, probabilmente almeno una di quelle immagini ti viene in testa.
Questo significa aver costruito un linguaggio.
E POI C’È LA PERSONA
Ed è qui che per me l’articolo deve fermarsi un attimo.
Perché è troppo facile ridurre le persone alle proprie caricature.
Aoki = torta.
Fine.
No.
SCIENZA
Nel 2012 ha fondato The Aoki Foundation.
La fondazione sostiene soprattutto ricerca nel campo delle neuroscienze, della medicina rigenerativa e della salute del cervello.
Ed è una parte del personaggio che sorprende chi lo conosce soltanto dal palco.
PERCHÉ?
Perché continuiamo a pensare che una persona debba essere una cosa sola.
Il DJ soltanto DJ.
Il nerd soltanto nerd.
L’imprenditore soltanto imprenditore.
Il punk soltanto punk.
MA LE PERSONE VERE NON FUNZIONANO COSÌ
Punk.
DJ.
Producer.
Fondatore di una label.
Imprenditore.
Fashion.
Tecnologia.
Scienza.
Fondazione.
Tutto dentro la stessa persona.
E QUESTA COSA È MOLTO CRASHVERSE
Perché stiamo costruendo il Verse proprio sull’idea che i mondi non siano compartimenti stagni.
Music.
Club Culture.
Style.
Tech.
Pop culture.
Design.
Steve Aoki passa tranquillamente attraverso tutti.
DIM MAK COLLECTION
Anche la moda entra nel suo universo.
Dim Mak è diventata anche una linea fashion, con collaborazioni che hanno toccato mondi come A Bathing Ape e Bruce Lee.
Non una deviazione.
Una continuazione dell’idea originale:
costruire cultura intorno alla musica.
CROSS-GENRE
Poi le collaborazioni.
Linkin Park.
BTS.
Latin.
Hip-hop.
Pop.
Hard dance.
Techno.
Aoki ha sempre avuto poca paura di entrare in altri mondi.
E QUESTO FA ARRABBIARE I PURISTI
Naturalmente.
I puristi esistono per questo.
Se cambi, ti sei venduto.
Se resti uguale, sei finito.
Se fai una collaborazione pop, sei commerciale.
Se torni underground, stai cercando credibilità.
MAGARI SEMPLICEMENTE TI DIVERTI
È una possibilità.
IL PUBBLICO
Alla fine però tutto torna sempre lì.
Aoki ha costruito una parte enorme del proprio personaggio intorno all’energia del pubblico.
Al bisogno di creare qualcosa che venga ricordato.
E qui lo capisco bene.
UN EVENTO NON È UNA PLAYLIST
È una cosa che abbiamo già detto parlando di CLUB CULTURE.
Puoi mettere ottima musica.
Ma se vuoi costruire una serata che resti, devi creare una sensazione.
STEVE AOKI È UN DJ?
Certo.
Ma definirlo soltanto DJ oggi è probabilmente limitante.
È performer.
Producer.
Fondatore di una label.
Imprenditore culturale.
Uno che ha trasformato il proprio nome in un universo riconoscibile.
E QUI TORNIAMO ALLA TORTA
Perché alla fine quella torta racconta tutto molto meglio di quanto sembri.
Prendi qualcosa di stupido.
Assolutamente stupido.
Una torta.
La lanci.
Qualcuno la vuole.
Tutti aspettano.
La folla esplode.
Il momento viene filmato.
Ricordato.
Raccontato.
La musica continua.
E IL GIORNO DOPO?
Quella persona magari ricorda la canzone.
Magari no.
Ma ricorda perfettamente di aver preso una torta in faccia da Steve Aoki davanti a migliaia di persone.
QUESTA È ESPERIENZA
Ed è una parola che per me oggi conta moltissimo.
NON VOGLIO DIFENDERLO
Questa non è una difesa.
Se non ti piace la sua musica, va benissimo.
Se odi l’EDM, va benissimo.
Se pensi che una torta sul palco sia una cazzata, va benissimo.
Probabilmente lo è.
Ma fermarsi lì significa guardare soltanto il meme.
PRIMA DELLA TORTA
C’era un ragazzo.
Una scena hardcore.
Una label indipendente.
Concerti.
Party.
Dischi.
Una quantità enorme di lavoro.
POI È ARRIVATO IL MAINSTAGE
E quel ragazzo ci è arrivato portandosi dietro una parte di tutto quello che aveva imparato prima.
CLUB CULTURE
È per questo che Steve Aoki sta qui.
Non perché CLUB CULTURE debba parlare soltanto di House o Techno underground.
Sarebbe assurdo.
La club culture è anche spettacolo.
Festival.
Mainstream.
Contaminazione.
Persone capaci di trasformare un DJ set in un evento.
E SOPRATTUTTO PERSONE
Questo è quello che voglio raccontare in questa sezione.
Non soltanto il nome sul flyer.
Chi c’è dietro.
CRASHVERSE VERDICT
È facile guardare Steve Aoki e vedere una torta.
È facilissimo.
È grande.
Vola.
Finisce in faccia a qualcuno.
Internet ama questo genere di cose.
Ma dietro quella torta ci sono trent’anni di cultura indipendente.
Una label fondata nel 1996.
Hardcore punk.
Party costruiti dal basso.
Artisti lanciati.
Collaborazioni con mondi che normalmente non dovrebbero incontrarsi.
Una fondazione dedicata alla ricerca sul cervello.
Una storia familiare complessa.
Una disciplina enorme.
E una convinzione che sembra non essere mai cambiata:
chi sta davanti al palco deve sentirsi parte di quello che succede.
A Napoli, nel 2013, vidi anche un’altra cosa.
Un artista capace di portare dentro persone nuove.
Non semplicemente riempire.
Aprire.
E forse è anche questo che rende certe figure interessanti nella Club Culture.
Puoi chiamarlo commerciale.
Probabilmente, a un certo punto, lo è diventato.
Ma “commerciale” non racconta da dove viene.
Non racconta cosa ha costruito.
Non racconta quante culture ha attraversato.
E soprattutto non racconta la persona.
Io preferisco partire da lì.
Prima della torta.
Prima del mainstage.
Prima che Steve Aoki diventasse Steve Aoki.
C’era qualcuno che organizzava serate perché voleva mettere insieme persone.
Dopo tutto questo tempo,
forse è ancora esattamente quello che sta facendo.
Solo con una pista leggermente più grande.
Fonti e approfondimenti: Dim Mak — biografia ufficiale · Recording Academy — nomination · Netflix — I’ll Sleep When I’m Dead · Steve Aoki — fondazione e progetti · KROQ — intervista sulle origini punk
Copertina: illustrazione editoriale realizzata con IA per CrashVerse. Le scene della cover sono evocative e non documentano uno specifico concerto. Nomi e marchi appartengono ai rispettivi titolari.


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