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MUSIC · ARTISTS
Quattro canzoni che mi accompagnano da lontano. Un tentativo di portarlo a Napoli. E una voce che continua a trovare il punto esatto in cui la musica diventa memoria.
IL TERZO NOME ERA GIÀ QUI
Con Thom Yorke chiudo i primi tre ritratti di artisti di questo sito. Dopo Maynard James Keenan e Billie Eilish, mancava lui. Tre nomi con cui ho un rapporto intenso, personale. Chi ha letto la mia bio li ha già incontrati. Dovevo cominciare da qui: dalle voci che, in momenti diversi, hanno finito per appartenere anche alla mia storia.
Con Thom il legame viene da molto prima. Prima di quella storia che avrebbe trovato in Billie la propria colonna sonora. Prima delle parole con cui oggi provo a raccontarla. La sua musica era già lì.
È questo il potere della musica che continuo a ritrovare. Può essere dolce, feroce, inquieta. Può farti muovere o costringerti a fermarti. Poi, a un certo punto, una canzone smette di essere soltanto una canzone. La riascolti e arriva un ricordo. A volte preciso. A volte resta soltanto la sensazione di come stavi allora.
Di Thom voglio parlare partendo da questo legame. E provare a capire come riesca, con una voce, una melodia, una scelta apparentemente piccola, a lasciare una traccia così lunga.
IL GENIO SI SENTE NEI DETTAGLI
La parola genio si consuma in fretta. Appena un artista ci piace molto, gliela mettiamo addosso. Con Yorke vale la pena rallentare e ascoltare che cosa succede davvero dentro una canzone.
Sa tenere una frase sospesa. Lasciare che una nota perda sicurezza. Far arrivare un’apertura melodica quando ormai avevi accettato di restare al buio. La voce può farsi sottilissima e conservare una tensione enorme. Quando sale, senti il percorso che l’ha portata fin lì.
Per me la sua grandezza sta anche in questa precisione: l’emozione ha una forma. Ha tempi, respiri, attese. Un arrangiamento può avvicinarti o lasciarti a distanza. Thom sa stare in quella distanza senza riempirla subito.
I Radiohead hanno già una storia dentro CrashVerse. E la loro musica nasce dall’incontro di cinque musicisti: Jonny Greenwood, Colin Greenwood, Ed O’Brien e Philip Selway sono parte essenziale di ciò che ascoltiamo. Qui seguo il filo di Thom dentro quel lavoro collettivo, fino ai luoghi in cui ha scelto di portarlo da solo.
FAKE PLASTIC TREES — QUANDO LA VOCE CEDE
In Fake Plastic Trees, su The Bends del 1995, l’inizio ha una delicatezza che ti invita ad abbassare le difese. La chitarra acustica tiene insieme il racconto. Yorke canta senza precipitarsi verso il momento più grande.
Intanto la canzone accumula peso. L’arrangiamento si allarga, le chitarre entrano, la voce cresce. Quando arriva quella piena, tutto ciò che precedeva cambia significato. Capisci quanto stava trattenendo.
Ma il punto che mi interessa è anche il ritorno alla fragilità. Dopo essersi aperta, la canzone torna a esporti a una voce quasi disarmata. L’intensità rimane, anche quando il volume scende.
È una delle canzoni che porto con me. Non ho bisogno di assegnarle qui un episodio preciso per riconoscere il legame. Mi basta sentirla cominciare.
LET DOWN — RESTARE SOSPESI
Let Down, in OK Computer del 1997, sembra muoversi in più direzioni nello stesso momento. Le chitarre intrecciano figure luminose, il ritmo continua a camminare, la voce trattiene un senso di stanchezza. La bellezza di quello che senti convive con qualcosa che pesa.
È una contraddizione che conosciamo bene. Il mondo va avanti anche quando dentro di te qualcosa si è fermato.
Nel finale le voci si sovrappongono e lo spazio si apre. Non cancella ciò che è venuto prima. Gli permette di respirare. Quella crescita funziona perché la canzone se l’è guadagnata, nota dopo nota: non basta cantare più forte per ottenere lo stesso risultato.
Quando penso al genio di Thom, penso anche a questo. Alla capacità di far convivere, nello stesso passaggio, la delusione e una possibilità di sollievo. Senza semplificare nessuna delle due.
EXIT MUSIC (FOR A FILM) — IL PESO DELL’ATTESA
Anche Exit Music (For a Film) appartiene a OK Computer. Qui la voce arriva vicina, esposta, accompagnata da una chitarra che lascia molto spazio. Devi quasi avvicinarti per ascoltare.
La tensione cresce lentamente. Poi basso e batteria cambiano la consistenza del brano. La voce si solleva sopra quell’urto, e l’intimità iniziale diventa qualcosa di enorme.
È un esempio chiarissimo di quanto conti l’attesa. Se quel momento arrivasse subito, perderebbe una parte della sua forza. Prima devi abitare la paura, la cautela, il fiato trattenuto. Solo dopo la canzone può permettersi di esplodere.
Thom mi colpisce perché, anche in quel punto, riesco ancora a sentire la persona che cantava all’inizio. La potenza non ne cancella la vulnerabilità.
STREET SPIRIT (FADE OUT) — QUELLO CHE RIMANE
Street Spirit (Fade Out) chiude The Bends. L’arpeggio insiste, ritorna, continua a scorrere. La voce gli passa sopra e sembra cercare uno spazio che quel movimento non concede mai del tutto.
Qui non c’è lo stesso tipo di liberazione. C’è la forza della ripetizione: il brano continua, e tu resti dentro il suo movimento. Ogni ritorno porta con sé quello che hai appena ascoltato.
Per me queste quattro canzoni appartengono allo stesso legame, ma lo toccano in punti diversi. Fake Plastic Trees si apre e si scopre. Let Down trova aria dentro la fatica. Exit Music trasforma l’attesa in urgenza. Street Spirit rimane sospesa.
La memoria funziona anche così. Non conserva tutto con lo stesso colore.

Foto: Raph_PH · CC BY 4.0 · Ritaglio di Miklogfeather, via Wikimedia Commons.
QUANDO PROVAI A PORTARLO A NAPOLI
C’è anche un pezzetto della mia vita che passa da una consolle.
Nel periodo in cui Thom iniziò a fare DJ set nei club, io lavoravo nel mondo della nightlife napoletana. E più di una volta cercai di portarlo a Napoli.
Non ci riuscimmo.
Per un problema o per un altro, l’obiettivo non venne mai raggiunto. Ci tengo a dirlo così, per quello che è stato: un tentativo ripetuto, rimasto incompiuto. Nessuna serata da raccontare a posteriori.
Eppure quel tentativo ne fa parte. Avevo cercato di far incontrare un artista a cui ero profondamente legato con la città e con il mondo in cui lavoravo. La musica, per un momento, era diventata anche qualcosa da provare a organizzare, da rendere possibile.
È un ricordo che mi riporta a un altro periodo della mia vita. E spiega perché, quando penso a Thom, riesco a vederlo anche dietro una consolle. Per me quel passaggio ha avuto un significato concreto.
THE ERASER — CAMBIARE LA FORMA
Nel 2006 esce The Eraser, il suo primo album solista, prodotto da Nigel Godrich. L’elettronica diventa lo spazio principale in cui la voce si muove: pianoforti spezzati, pulsazioni, dettagli che si incastrano senza togliere inquietudine alle canzoni.
Analyse, Black Swan, Harrowdown Hill, Cymbal Rush: basta attraversarle per sentire quanto possa cambiare il rapporto fra ritmo e melodia. La voce a volte segue il battito, a volte sembra cercare un’uscita laterale.
Qui riconosco la stessa sensibilità delle canzoni che ho raccontato prima, messa alla prova da materiali diversi. La macchina può scandire un tempo preciso. Una voce umana può renderlo instabile con un solo respiro.
È anche per questo che il suo lato elettronico mi interessa. La complessità resta al servizio di qualcosa che posso sentire, prima ancora di riuscire a spiegarlo.
ATOMS FOR PEACE — DARE UN CORPO AI CIRCUITI
Il percorso dal vivo di The Eraser porta agli Atoms for Peace: con Yorke ci sono Nigel Godrich, Flea, Joey Waronker e Mauro Refosco. Nel 2013 arriva AMOK.
Il basso, le percussioni e la batteria danno peso fisico a quella ricerca. I ritmi si intrecciano, il corpo trova una strada anche dove la struttura sembra sfuggente. Ascoltando questo progetto, il legame con la pista diventa facile da sentire.
La musica può far muovere e, nello stesso istante, lasciare affiorare malinconia. Sono due esperienze che possono stare insieme. Chi ha vissuto le notti nei club sa quanto un brano possa portarti altrove mentre sei in mezzo a tante persone.

Foto: Raph_PH · CC BY 2.0 · Wikimedia Commons.
DA TOMORROW’S MODERN BOXES AD ANIMA
Con Tomorrow’s Modern Boxes, nel 2014, Yorke rende quel paesaggio più raccolto e sfuggente. In Guess Again! e Nose Grows Some la voce sembra trovare posto fra elementi che non cercano mai di diventare un accompagnamento rassicurante.
Serve attenzione. I dettagli cambiano lentamente il modo in cui percepisci il brano. È un ascolto che può chiederti tempo prima di restituirti qualcosa.
ANIMA, nel 2019, amplia ancora il campo. Traffic spinge, comprime, mette in movimento. Dawn Chorus sceglie un’esposizione diversa: una voce vicina al parlato, una trama armonica che torna, uno spazio in cui ogni esitazione si sente.
Mi interessa questa capacità di scegliere quanto mostrare della voce. Yorke potrebbe usarla continuamente come dimostrazione di bravura. Invece sa ridurla, lasciarla quasi ordinaria, far sì che una frase sembri appena pensata.
Il cortometraggio di Paul Thomas Anderson, legato ad ANIMA, porta questa ricerca anche nei corpi e nei gesti. Il movimento diventa parte del racconto. La musica conserva le sue ambiguità anche quando trova delle immagini.
CONTINUARE A METTERSI IN DISCUSSIONE
Il cinema gli offre altri modi di comporre: Suspiria nel 2018, per il film di Luca Guadagnino, e Confidenza nel 2024. Una scena ha il proprio tempo, le proprie tensioni. Scrivere per quel tempo significa ascoltare anche qualcosa che esiste fuori dalla canzone.
Con i The Smile, insieme a Jonny Greenwood e Tom Skinner, torna invece a un’interazione di gruppo essenziale e mobile. Il debutto A Light for Attracting Attention, del 2022, permette di sentire quanto spazio possa aprirsi fra tre musicisti che si rispondono.
Nel 2025 Tall Tales, realizzato con Mark Pritchard, prosegue il dialogo con l’elettronica. È un’altra collaborazione, un’altra situazione in cui la sua voce deve trovare una forma dentro un mondo sonoro condiviso.
Questo, per me, conta quanto le canzoni che già amo. La disponibilità a cercare ancora. A lavorare con qualcuno che ti sposti, che ti costringa ad ascoltare diversamente. Anche quando potresti limitarti a ripetere ciò che il pubblico riconosce subito.
IL GENIO DI FARCI SENTIRE
Alla fine torno alle quattro canzoni da cui sono partito. E a quel tentativo di portarlo a Napoli, rimasto dentro una stagione della mia vita.
Quei ricordi appartengono alla mia vita. La sua musica ne è diventata parte. È una delle cose più strane e più belle di questo rapporto: qualcuno scrive una canzone, altrove qualcuno la incontra, e da quel momento le due storie si toccano.
Con Maynard, Billie e Thom ho voluto cominciare da tre di questi incontri. Per raccontare da dove arriva anche questo sito.
La musica cambia forma. Cambiamo noi. Poi tornano poche note e, insieme a loro, qualcosa che credevamo lontano.
Per me il genio di Thom Yorke è anche questo: aver dato una forma a emozioni che, senza quelle canzoni, avrei fatto più fatica a riconoscere.
Copertina e immagine social: elaborazione grafica assistita da AI dalla fotografia di Raph_PH del 24 novembre 2025, ritaglio di Miklogfeather, CC BY 4.0. Le fotografie interne mantengono lo scatto originale con il logo editoriale sovrapposto.
PER CONTINUARE L’ASCOLTO
Discografia e progetti: The Eraser · Tomorrow’s Modern Boxes · ANIMA · Suspiria · Confidenza · Tall Tales.



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