15 MIN DI LETTURA
Era il 2000.
Su IRC frequentavo #crossover.
Si parlava di Limp Bizkit.
Deftones.
Musica.
Dischi.
Band.
Erano conversazioni continue.
Qualcuno consigliava qualcosa.
Qualcun altro demoliva.
Qualcuno arrivava con un nome nuovo.
E in mezzo a quelle conversazioni arrivarono i TOOL.
Il primo brano fu Sober.
Da lì iniziai a scaricare Undertow.
Poi Ænima.
E quando arrivò Lateralus, il viaggio continuò.
Con Ænima e Lateralus i TOOL diventarono la mia band del cuore.
Non semplicemente una delle band che ascoltavo di più.
La mia.
Ci trovavo forza.
Energia.
Adrenalina.
Ma contemporaneamente qualcosa di completamente diverso.
Viaggi mentali.
La musica mi prendeva fisicamente.
E intanto la testa partiva.
SOBER
Ci sono prime canzoni che funzionano come presentazioni.
Poi ce ne sono alcune che sembrano quasi una porta.
Sober per me fu quella.
Non avevo ancora bisogno di conoscere la storia della band.
Non conoscevo i dettagli.
Non sapevo ancora dove sarei finito.
Sentivo quel basso.
Quello di Paul D’Amour, che suonava in Undertow. Prima dell’arrivo di Justin Chancellor, c’era già una parte fondamentale dell’identità dei TOOL. Paul D’Amour — discografia
Quella tensione.
La voce.
La sensazione che il pezzo stesse continuamente trattenendo qualcosa.
E poi lo liberasse.
Era pesante.
Ma non nel modo a cui ero abituato.
Non era semplicemente distorsione.
C’era spazio.
C’era silenzio.
C’era disagio.
C’era qualcosa di ipnotico.
E io volevo capire.
UNDERTOW
Così arrivò Undertow.
Un disco ancora fisico.
Scuro.
Viscerale.
Greve.
I TOOL erano già riconoscibili.
Ma non erano ancora diventati completamente ciò che sarebbero stati dopo.
Dentro c’era già quella tensione particolare.
Il peso.
La rabbia.
Una musica capace di morderti senza avere bisogno di correre.
E una cosa diventava subito evidente.
Questi non stavano cercando di fare semplicemente metal.
ÆNIMA
Poi arrivò Ænima.
E lì, per me, qualcosa cambiò definitivamente.
Era come se la band avesse iniziato ad aprire porte dentro porte.
Stinkfist.
Eulogy.
Forty Six & 2.
Hooker with a Penis.
Pushit.
Ænema.
Brani che potevano essere violentissimi e cerebrali nello stesso momento.
La potenza rimaneva.
Ma intorno iniziava a costruirsi qualcosa di più grande.
Psicologia.
Simbolismo.
Ironia.
Disprezzo.
Trasformazione.
Ombra.
Crescita.
Era musica che potevi sentire con il corpo.
Ma se volevi, potevi continuare a scavare per ore.
NON SOLO SUONARE
Credo che sia qui che ho iniziato a capire veramente cosa mi prendeva dei TOOL.
Non sembravano limitarsi a suonare canzoni.
Costruivano sistemi.
Una parte entrava.
Poi un’altra.
Un pattern si ripeteva.
Qualcosa cambiava quasi senza farsi notare.
Un ritmo sembrava semplice finché provavi a seguirlo davvero.
Poi ti accorgevi che sotto ne stava succedendo un altro.
La musica ti permetteva due modalità.
Potevi lasciarti travolgere.
Oppure potevi analizzarla.
Io facevo entrambe le cose.
QUATTRO PERSONE, UN ORGANISMO
E quando inizi a entrare davvero nei TOOL, smetti abbastanza velocemente di pensarli come:
cantante.
chitarrista.
bassista.
batterista.
Quella descrizione non basta.
Maynard James Keenan.
Adam Jones.
Justin Chancellor.
Danny Carey.
Quattro personalità musicali enormi.
Ma la cosa impressionante è come riescano a sembrare un solo organismo.
DANNY CAREY
Partiamo da Danny Carey.
Perché tanto, prima o poi, bisogna farlo.
Ci sono batteristi che tengono il tempo.
Danny Carey sembra costruirne diversi contemporaneamente e poi decidere dove farli incontrare.
Poliritmie.
Tempi dispari.
Pattern che si sovrappongono.
Indipendenza degli arti quasi assurda.
Ma soprattutto groove.
Ed è questo che per me lo rende mostruoso.
La tecnica da sola può diventare esercizio.
Danny riesce invece a prendere strutture complicatissime e farle respirare.
Non sembra qualcuno che sta dicendo:
“Guardate quanto sono bravo.”
Sembra qualcuno che sta evocando qualcosa.
RITUALE
La batteria nei TOOL a volte sembra più vicina a un rituale che a un accompagnamento.
Tom.
Percussioni.
Campane.
Elettronica.
Pattern ciclici.
Figure che ritornano.
Carey porta dentro il suono anche il suo interesse per geometria sacra, simbolismo e strutture numeriche.
E questa cosa si sente.
Non perché ogni colpo nasconda obbligatoriamente un codice segreto.
Ma perché esiste un senso della forma.
Della ripetizione.
Del ciclo.
THE GRUDGE
Basta ascoltare The Grudge.
L’apertura.
Quel pattern.
La costruzione.
La tensione che continua a salire.
Poi tutto sembra collassare.
E ripartire.
E Danny è lì.
Non dietro.
Dentro.
ADAM JONES
Poi Adam Jones.
E qui bisogna chiarire una cosa.
Se cerchi il chitarrista che deve stupirti con cento note al secondo, forse stai cercando nel posto sbagliato.
Adam Jones è un architetto.
Riff.
Texture.
Feedback.
Sustain.
Silenzio.
Ripetizione.
Tensione.
Può prendere pochissimo materiale e costruirci sopra minuti di inquietudine.
Non ha bisogno di sommergerti di note.
A volte gliene bastano tre.
Un suono.
Una pausa.
E senti che qualcosa sta arrivando.
IL SUONO COME SPAZIO
Questa è una delle cose che adoro.
Adam non riempie tutto.
Lascia spazio.
E quello spazio nei TOOL è importantissimo.
Perché permette al basso di esistere.
Alla batteria di muoversi.
Alla voce di entrare quando deve.
La complessità non nasce dal fatto che tutti facciano tantissimo.
Nasce dal fatto che ognuno sa esattamente quando fare qualcosa.
ADAM JONES NON È SOLO CHITARRA
E poi c’è tutto il lato visivo.
Perché Adam Jones non ha contribuito soltanto al suono dei TOOL.
La loro identità visiva porta fortemente la sua impronta.
Video.
Stop motion.
Effetti.
Scultura.
Immaginario disturbante.
Corpi.
Creature.
Visioni.
Per anni ascoltare TOOL e guardare TOOL sono state quasi due parti della stessa esperienza.
JUSTIN CHANCELLOR
Poi Justin Chancellor.
E basta dire Schism.
Quel basso.
Non è un accompagnamento.
È una voce.
Il basso nei TOOL spesso occupa uno spazio che in altre band apparterrebbe alla chitarra.
Melodico.
Percussivo.
Ipnotico.
Justin costruisce linee che non servono semplicemente a sostenere.
Servono a definire il pezzo.

SCHISM
Schism è probabilmente uno degli esempi più immediati.
Quella linea di basso parte.
E hai già il brano.
Poi intorno si incastrano le altre parti.
Il titolo parla di separazione.
E musicalmente sembra quasi che ogni elemento continui a dividersi e ricomporsi.
“I know the pieces fit.”
Non serve nemmeno entrare in un’analisi infinita.
Lo senti.
MAYNARD
E poi Maynard.
Su Maynard ho già scritto, e probabilmente continuerò a farlo. In Maynard James Keenan — La disciplina dell’ombra ho dedicato spazio al mio rapporto con lui.
Qui, però, voglio restare dentro i TOOL. Dentro quel modo di usare la voce, di aspettare, di lasciare spazio a Danny, Adam e Justin. Perché anche quando ascolto Maynard, è l’incontro fra tutti e quattro a prendermi.
Perché il mio rapporto con Maynard va oltre i TOOL.
A Perfect Circle.
Puscifer.
Il vino.
La disciplina.
Il modo di affrontare il lavoro.
Il modo di sottrarsi all’immagine tradizionale della rockstar.
Ma dentro TOOL Maynard fa una cosa particolare.
Non cerca sempre il centro.
LA VOCE CHE SA SPARIRE
A volte entra tardi.
A volte lascia spazio agli altri per minuti.
A volte quasi sussurra.
Poi può aprirsi.
Urlare.
Tenere una nota che sembra non dover finire.
La voce viene usata come parte della composizione.
Non come qualcosa che deve stare sopra tutto per forza.
E questo richiede una sicurezza enorme.
LATERALUS
Poi arriva Lateralus.
E qui, personalmente, non riesco nemmeno a fingere distacco.
Per me è uno di quei dischi.
Quelli che non ascolti soltanto.
Quelli dentro cui vivi.
The Grudge.
Eon Blue Apocalypse.
The Patient.
Schism.
Parabol.
Parabola.
Ticks & Leeches.
Lateralus.
Disposition.
Reflection.
Triad.
È difficile per me separare i brani dal viaggio complessivo.
Lateralus sembra costruito per chiederti tempo.
E attenzione.
Non è un disco da consumare.
FIBONACCI
E poi c’è Fibonacci.
Probabilmente una delle cose più raccontate, analizzate e mitizzate dell’intera storia dei TOOL.
Ma dietro il meme del fan ossessionato dai numeri c’è davvero qualcosa di affascinante.
Un passaggio della title track alterna misure di nove, otto e sette: da qui il riferimento a 987.
9.
8.
7.
Justin Chancellor ha raccontato come la band riconobbe in 987 un collegamento con Fibonacci. Maynard sviluppò poi parti del testo attraverso conteggi sillabici ispirati alla sequenza. Un’idea creativa, non una formula che spiega ogni nota del disco. Intervista a Justin Chancellor, Kerrang!
1, 1, 2, 3, 5, 8…
Non è semplicemente un Easter egg.
È interessante perché nei TOOL concetto e struttura finiscono per nutrirsi a vicenda.
SPIRAL OUT
E poi arriva l’idea della spirale.
Espandersi.
Andare oltre.
Continuare a esplorare.
Quella struttura matematica diventa anche concetto.
Ed è qui che, secondo me, si capisce la differenza.
I TOOL non suonano difficile per dimostrare di essere bravi.
Suonano complesso perché quella complessità è uno dei linguaggi con cui costruiscono tensione, trance e significato.
NON DEVI CONTARE PER GODERTELA
E attenzione.
Non devi stare con la calcolatrice mentre ascolti Lateralus.
Sarebbe quasi il modo migliore per rovinarla.
Puoi ignorare tutto.
Fibonacci.
Tempi dispari.
Strutture.
E farti semplicemente travolgere.
Funziona comunque.
Ed è questa la grandezza.
L’architettura c’è.
Ma non devi vedere le fondamenta per sentire il palazzo.
ALEX GREY
Poi c’è Alex Grey.
E per parlare seriamente dell’universo TOOL non puoi trattarlo come un semplice illustratore chiamato per fare una copertina.
L’incontro con Adam Jones avvenne nel 1999 a una mostra di Grey a Santa Monica.
Da lì nacque una collaborazione lunga decenni.
Le sue opere entrarono in Lateralus, 10,000 Days e Fear Inoculum. La collaborazione si estese anche all’universo visivo dei concerti. Alex Grey — biografia ufficiale
ANATOMIA E COSCIENZA
Le figure di Alex Grey sembrano mostrare contemporaneamente corpo e qualcosa che dovrebbe essere invisibile.
Muscoli.
Nervi.
Energia.
Cosmo.
Coscienza.
È difficile immaginare un linguaggio visivo più adatto a Lateralus.
Perché quella musica sembra fare qualcosa di simile.
Ti mostra struttura e trascendenza nello stesso momento.
LATERALUS NON AVEVA SOLO UNA COPERTINA
Aveva quasi un corpo.
Gli strati anatomici dell’artwork.
Le trasparenze.
L’idea di andare progressivamente più dentro.
Aprivi il packaging e sembrava di compiere fisicamente lo stesso gesto che la musica ti chiedeva.
Scavare.
10,000 DAYS
Poi arriva 10,000 Days.
Vicarious.
Jambi.
Wings for Marie.
10,000 Days.
The Pot.
Rosetta Stoned.
Right in Two.
Altro disco.
Altra fase.
Ma la stessa sensazione che dietro ogni ascolto possa esserci ancora qualcosa da trovare.
WINGS FOR MARIE / 10,000 DAYS
E qui la cosa diventa personale anche per Maynard.
Dolore.
Madre.
Fede.
Perdita.
Un brano enorme.
Anzi, un percorso.
Ed è anche la dimostrazione che dietro tutta l’architettura tecnica dei TOOL esiste sempre una componente profondamente umana.
Puoi contare tutto quello che vuoi.
Ma alla fine alcune cose fanno male e basta.
THE POT
Poi The Pot.
E lì Maynard entra con una voce che quasi non sembra sua.
Poi arriva quel groove.
Quel basso.
Quella batteria.
Quella chitarra.
E ancora una volta tutto sembra semplice finché provi davvero a capire cosa stanno facendo.
RIGHT IN TWO
E Right in Two.
L’essere umano.
La divisione.
Il conflitto.
Gli angeli che guardano.
Uno dei testi che personalmente trovo ancora oggi devastanti per la semplicità dell’idea.
Abbiamo tutto.
E troviamo comunque un modo per dividerlo in due e combattere.
TREDICI ANNI
Poi il silenzio.
Anni.
Molti anni.
E noi lì.
Ad aspettare.
A leggere.
A scherzare.
A pensare:
uscirà mai?
FEAR INOCULUM
Poi nel 2019 arriva Fear Inoculum.
Tredici anni dopo 10,000 Days.
E il rischio era enorme.
Quando aspetti così tanto, non stai più aspettando semplicemente un disco.
Stai aspettando qualcosa che hai già costruito nella tua testa.
E INVECE
Fear Inoculum.
Pneuma.
Invincible.
Descending.
Culling Voices.
7empest.
Non sembravano TOOL che provavano a essere quelli di vent’anni prima.
Erano TOOL.
Più maturi.
Più dilatati.
Più pazienti.
Come se non avessero più nessuna necessità di dimostrare qualcosa velocemente.
PNEUMA
Pneuma da sola potrebbe diventare un articolo.
E se vuoi capire Danny Carey, guardare una buona esecuzione di quel brano è probabilmente un’esperienza educativa.
La quantità di cose che succede lì dentro è enorme.
Eppure il pezzo respira.
Sempre.
2019
E per me il 2019 significò anche altro.
Firenze Rocks.
Il mio primo concerto dei TOOL.
Diciannove anni dopo quel primo Sober arrivato attraverso IRC.
VIP
Pacchetto VIP.
E per forza.
Per Maynard questo e altro.
Non potevo aspettare diciannove anni e poi presentarmi lì facendo finta che fosse un concerto qualsiasi.
DAL MONITOR A FIRENZE
Ogni tanto ci penso.
2000.
Un canale IRC.
#crossover.
File scaricati.
Sober.
Undertow.
Ænima.
Poi Lateralus.
2019.
Firenze.
Io davanti ai TOOL.
Diciannove anni.
È questa una delle cose incredibili della musica.
Può accompagnarti per abbastanza tempo da diventare una misura della tua vita.
E ANCORA OGGI
Io i TOOL li ascolto quasi quotidianamente.
Quasi.
Dopo tutti questi anni.
E questa forse è la risposta più semplice a qualsiasi domanda su quanto siano importanti per me.
Non sono rimasti chiusi nel 2000.
Non sono nostalgia.
Sono ancora presenti.
KJIRT
Negli anni, poi, le connessioni intorno a questo mondo sono diventate anche personali.
Ho conosciuto virtualmente Kjirt Jensen.
Amico storico di Maynard.
Una di quelle persone che ammiro non per una posa o per la prossimità a qualcuno famoso.
Lo ammiro come persona.
Per ciò che trasmette.
E sono convinto che sia una di quelle persone dalle quali puoi sempre imparare qualcosa.
SARAH JENSEN
Poi c’è Sarah Jensen.
La sua lunga amicizia con Maynard le diede un punto di osservazione privilegiato per raccontarne il percorso.
A Perfect Union of Contrary Things è la biografia autorizzata di Maynard James Keenan, scritta con Sarah Jensen, e il libro nasce proprio da quella conoscenza personale durata decenni.
QUEL LIBRO DOVEVA ESSERE MIO
E qui ritorna il fan.
Quello vero.
Quello che prova a fingersi adulto finché non sente parlare di qualcosa legato a Maynard.
Attraverso amicizie riuscii ad accaparrarmi una copia tre giorni prima dell’uscita.
Tre giorni.
Prima.
PER FORZA.
Non poteva andare diversamente.
NON ERA COLLEZIONISMO
Era quasi bisogno.
Avere quell’oggetto.
Aprirlo.
Leggere.
Entrare ancora un po’ dentro la storia di una persona che musicalmente aveva accompagnato una parte enorme della mia vita.
A PERFECT UNION OF CONTRARY THINGS
E già il titolo sembra Maynard.
Contraddizioni.
Discipline diverse.
Musica.
Arte.
Vino.
Lavoro.
Percorsi che apparentemente non dovrebbero stare insieme e che invece finiscono per costruire una persona.
La biografia autorizzata segue proprio quel percorso, dall’infanzia al servizio militare, dall’arte alla musica e alla viticoltura.
ALEX GREY NEL LIBRO
E come se il cerchio non fosse già abbastanza stretto, il volume include anche una prefazione di Alex Grey. Scheda editoriale della biografia
Ancora una volta tutto torna.
Musica.
Persone.
Arte.
Connessioni.
E poi c’è una cosa che forse racconta più di tutto quanto questo mondo sia entrato dentro la mia vita.
Mia figlia porta uno dei nomi della figlia di Maynard.
Sì.
Il legame arriva anche lì.
Non serve dire molto altro.
Chi segue CrashVerse ormai sa che ogni tanto lascio una briciola.
Questa è una di quelle.
È SOLO UNA BAND?
E allora la domanda diventa inevitabile.
Quando ascolti qualcuno per ventisei anni.
Quando la sua musica attraversa IRC, computer, case, relazioni, lavoro, viaggi, concerti, libri e persino piccoli dettagli familiari…
stiamo ancora parlando soltanto di una band?
NO
Per me no.
Non più.
MOSTRI SACRI
Eppure voglio tornare alla musica.
Perché sarebbe facile rendere questo pezzo soltanto personale.
Ma i TOOL meritano anche rispetto tecnico.
Danny Carey è un mostro.
Adam Jones è un mostro.
Justin Chancellor è un mostro.
Maynard è un mostro.
Non nel senso infantile del:
“sono i migliori musicisti mai esistiti.”
Non mi interessano le classifiche.
Nel senso che ciascuno possiede un’identità talmente forte da poter sostenere un progetto da solo.
E insieme scelgono di creare qualcosa che non potrebbe esistere nello stesso modo senza gli altri tre.
NESSUNO DEVE VINCERE
Adam non ha bisogno di dimostrare di essere più veloce di qualcuno.
Danny non ha bisogno di riempire ogni secondo.
Justin non ha bisogno di rimanere dietro.
Maynard non deve stare sempre davanti.
Il risultato nasce proprio da questa distribuzione dello spazio.
IL SILENZIO È UNO STRUMENTO
Nei TOOL il silenzio conta.
L’attesa conta.
La ripetizione conta.
Il momento prima dell’esplosione conta quasi quanto l’esplosione stessa.
Ed è probabilmente una delle cose che mi hanno educato di più come ascoltatore.
Non avere fretta.
LASCIAR CRESCERE
Viviamo in un’epoca in cui una canzone dovrebbe prenderti nei primi secondi.
I TOOL possono metterci minuti.
E non chiedono scusa.
UNDICI MINUTI
Dieci.
Tredici.
Quindici.
Non importa.
La durata non è il problema se il viaggio ha bisogno di quella durata.
NON SONO MUSICA DI SOTTOFONDO
O meglio.
Puoi usarli così.
Ma perdi metà del divertimento.
I TOOL sono una delle band con cui puoi fare una cosa che ormai facciamo sempre meno.
Sederti.
Mettere un disco.
E ascoltare.
INTERO
Non shuffle.
Non playlist.
Album.
PERCHÉ GLI ALBUM CONTANO
Undertow non è Ænima.
Ænima non è Lateralus.
Lateralus non è 10,000 Days.
10,000 Days non è Fear Inoculum.
Sono fasi.
Suoni.
Età.
Persone.
E forse è anche per questo che sono rimasti con me così a lungo.
Sono cambiati.
Io sono cambiato.
Ma c’è sempre stato un punto di contatto.
IL 2000 È ANCORA LÌ
Scrivendo queste righe mi rendo conto di quanto tempo sia passato da quel canale IRC.
#crossover.
Limp Bizkit.
Deftones.
Le discussioni.
I download.
E un giorno:
Sober.
VENTISEI ANNI DOPO
Quella canzone è ancora qui.
La band è ancora qui.
Io sono ancora qui.
Con una vita completamente diversa.
Una figlia.
Altri mondi.
Altre responsabilità.
Eppure se parte un certo riff…
qualcosa riconosce immediatamente la strada.
CRASHVERSE VERDICT
I TOOL per me non sono semplicemente una delle più grandi band della musica heavy, progressive o alternativa.
Quelle sono etichette.
Utili.
Ma insufficienti.
Sono la band che mi ha insegnato che la musica può essere fisica e mentale nello stesso momento.
Può darti adrenalina.
E contemporaneamente costringerti a pensare.
Può essere brutale.
Matematica.
Spirituale.
Ironica.
Oscura.
Precisa.
Può costruire un groove su strutture che sembrano impossibili.
Può trasformare Fibonacci in un punto di partenza creativo senza chiederti di conoscere una sola formula per goderti il risultato.
Può mettere insieme la batteria rituale di Danny Carey.
La chitarra architettonica di Adam Jones.
Il basso vivo di Justin Chancellor.
La voce di Maynard.
E costruire qualcosa che dopo decenni non riesco ancora a confondere con nessun altro.
Li ho scoperti su IRC.
Nel 2000.
Con Sober.
Poi Undertow.
Ænima.
Lateralus.
E da lì non sono mai davvero uscito.
Diciannove anni dopo ero davanti a loro al Firenze Rocks.
VIP.
Per forza.
E oggi, mentre scrivo, mi rendo conto che sono passati ancora altri anni.
Continuo ad ascoltarli quasi ogni giorno.
Forse questo è tutto quello che serve sapere.
Alcune band entrano nella tua playlist.
Altre entrano nella tua vita.
I TOOL, nella mia, hanno fatto entrambe le cose.
TOOL.
La musica che mi prende il corpo e mi apre la testa.


ORA DÌ LA TUA
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