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DEEP DIVE · MUSIC / ALBUMS

Scritto da cRASh

Non aveva previsto gli smartphone, i social network o l’intelligenza artificiale. Aveva previsto qualcosa di molto più inquietante: come ci saremmo sentiti vivendo dentro un mondo costruito per essere sempre più veloce, efficiente, connesso e impossibile da spegnere.

Dentro questo Deep Dive
  1. Un disco sul nostro tempo
  2. Una casa, una band, Nigel Godrich
  3. Airbag: corpo e macchina
  4. Paranoid Android: rompere la forma
  5. Subterranean Homesick Alien: guardare da fuori
  6. Exit Music: concedere tempo
  7. Let Down: piccoli dentro qualcosa di enorme
  8. Karma Police: il bisogno di un ordine
  9. Fitter Happier: persone diventate dashboard
  10. Electioneering: la macchina del consenso
  11. Climbing Up the Walls: il rumore dentro
  12. No Surprises: il lusso del silenzio
  13. Lucky e The Tourist: sopravvivere, rallentare
  14. L’artwork: quando la mappa diventa rumore
  15. Un disco che continua a cambiare
  16. Uno specchio del presente

Un disco sul nostro tempo

Abbiamo già raccontato i Radiohead.

Abbiamo già raccontato Thom Yorke.

Quindi questa volta non serve ricominciare da Creep, dalla nascita della band o dalla storia degli uomini che hanno costruito uno dei percorsi più anomali della musica contemporanea.

Questa storia comincia più tardi.

Comincia quando tutto quello che erano diventati fino a quel momento viene chiuso dentro dodici tracce.

1997.

OK Computer.

E quasi trent’anni dopo c’è ancora qualcosa che non torna.

Perché dovrebbe essere un disco del suo tempo.

Invece continua a sembrare un disco sul nostro.

Nel 1997 non avevamo uno smartphone in tasca.

Google era ancora un progetto universitario. La società sarebbe nata nel 1998.

Facebook non esisteva.

YouTube non esisteva.

Instagram non esisteva.

Spotify non esisteva.

TikTok non esisteva.

Non passavamo la giornata tra notifiche, geolocalizzazione, feed infiniti, statistiche personali, algoritmi, assistenti digitali e sistemi che imparano continuamente qualcosa su di noi.

Non chiedevamo a una macchina quale strada prendere, quale film guardare, quale canzone ascoltare, cosa acquistare o quale persona potrebbe interessarci.

Non eravamo sempre raggiungibili.

Non eravamo sempre online.

Eppure ascoltare OK Computer oggi produce una sensazione quasi fastidiosa.

Come se qualcuno avesse visto arrivare tutto.

Ma sarebbe troppo semplice dire che Radiohead avevano previsto il futuro.

Non lo fecero.

Non predissero gli oggetti.

Capirono il sentimento.

Capirono cosa succede a una persona quando il mondo intorno comincia a muoversi più velocemente della sua capacità di metabolizzarlo.

Capirono la solitudine dentro la connessione.

La paura dentro il progresso.

L’alienazione dentro l’efficienza.

L’ansia prodotta da sistemi costruiti per semplificarci la vita.

L’impressione di muoversi continuamente senza sapere esattamente verso cosa.

Ed è proprio per questo che OK Computer appartiene al 1997 e contemporaneamente sembra essere arrivato ieri.

Una casa, una band, Nigel Godrich

Il disco nasce in un momento nel quale i Radiohead potrebbero scegliere la strada più semplice.

Il precedente The Bends li ha portati molto più lontano rispetto all’etichetta di band di Creep. Potrebbero continuare a perfezionare quel linguaggio.

Più grande.

Più pulito.

Più immediato.

Non lo fanno.

Decidono invece di costruire qualcosa che sembra inizialmente più freddo e che, paradossalmente, finirà per essere ancora più umano.

Una parte fondamentale delle registrazioni avviene a St Catherine’s Court, una dimora storica nella campagna inglese.

Non il classico studio.

Una casa enorme.

Stanze.

Corridoi.

Riverberi naturali.

Tecnologia installata dentro un edificio appartenente visivamente a un altro tempo.

Nigel Godrich e la band trasformano quegli spazi in uno strumento.

Ed è difficile non vedere già in questa immagine l’intero album.

Antico e moderno.

Uomo e macchina.

Calore e freddezza.

Strumenti tradizionali e computer.

Tutto costretto a vivere nello stesso ambiente.

OK Computer è pieno di chitarre.

Ma non è un disco sulle chitarre.

Ci sono Mellotron, sintetizzatori, campionamenti, drum machine, laptop, manipolazioni, rumori, voci artificiali e suoni che a volte sembrano più provenire dall’ambiente che dagli strumenti.

Non cerca di dirti:

guardate cosa sappiamo suonare.

Cerca di costruire un posto.

E quel posto non è particolarmente rassicurante.

Airbag: corpo e macchina

Il primo rumore che ascolti appartiene a Airbag.

Già il titolo è perfetto.

Un dispositivo tecnologico progettato per salvare un essere umano da un incidente causato mentre utilizza un’altra macchina.

Corpo.

Automobile.

Velocità.

Impatto.

Sicurezza.

Rinascita.

La tecnologia come pericolo e contemporaneamente come protezione dal pericolo.

Siamo dentro OK Computer da pochi secondi e il rapporto è già tutto lì.

Non esiste una divisione semplice tra uomo buono e macchina cattiva.

La macchina ci serve.

La macchina ci salva.

La macchina ci porta lontano.

La macchina può distruggerci.

La batteria sembra frammentata.

Costruita.

Rimontata.

Le chitarre non arrivano come un muro rock tradizionale, ma come segnali che attraversano lo spazio.

È un pezzo suonato da esseri umani che sembra già contaminato dal comportamento di una macchina.

Paranoid Android: rompere la forma

Poi arriva Paranoid Android.

Se Airbag apre la porta, Paranoid Android la prende e la strappa dal muro.

Più di sei minuti.

Parti differenti.

Cambi di atmosfera.

Sarcasmo.

Rabbia.

Fragilità.

Violenza.

Una chitarra che esplode.

Poi tutto si apre.

Poi tutto ricade.

Non assomiglia alla canzone che dovrebbe presentare al mondo un album destinato a vendere milioni di copie.

Ed è proprio questo il punto.

OK Computer non chiede al pubblico di seguirlo perché è familiare.

Gli chiede di seguirlo anche quando smette di esserlo.

Il titolo richiama Marvin, l’androide paranoico e depresso di The Hitchhiker’s Guide to the Galaxy.

Una macchina incredibilmente intelligente.

E completamente infelice.

Un paradosso che nel 1997 era fantascienza comica.

Oggi è ancora più interessante.

Perché siamo circondati da sistemi sempre più intelligenti e continuiamo a usarli per affrontare problemi profondamente umani che l’intelligenza, da sola, non risolve.

Solitudine.

Ansia.

Desiderio.

Insoddisfazione.

Paura.

Non importa quanto potente diventi la macchina.

Il problema continua a essere chi la utilizza.

Subterranean Homesick Alien: guardare da fuori

Poi arriva Subterranean Homesick Alien.

E improvvisamente l’idea di essere rapiti dagli alieni sembra quasi rassicurante.

Non per vivere una grande avventura.

Per guardare questo posto da fuori.

Salire abbastanza in alto da vedere città, strade, auto, edifici e persone come un unico organismo incomprensibile.

Forse servirebbe davvero quella distanza.

Perché uno dei grandi temi di OK Computer è proprio questo:

essere dentro qualcosa e non riuscire più a vederlo.

Una società.

Un lavoro.

Una città.

Una relazione.

Un sistema.

Una routine.

Ti abitui così tanto alla struttura nella quale vivi che smetti di domandarti se sia normale.

Poi qualcuno la osserva dall’esterno.

E improvvisamente diventa assurda.

Questa sensazione attraversa l’intero album.

Autostrade.

Trasporti.

Macchine.

Persone in movimento.

Hotel.

Aerei.

Oggetti.

Pubblicità.

Ordini.

Istruzioni.

Tutti stanno andando da qualche parte.

Ma quasi nessuno sembra davvero arrivare.

È forse una delle intuizioni più potenti del disco.

Muoversi non significa necessariamente avanzare.

Nel nostro presente è diventato ancora più evidente.

Facciamo più cose.

Più velocemente.

Rispondiamo prima.

Riceviamo informazioni continuamente.

Possiamo lavorare da quasi ovunque.

Possiamo parlare con quasi chiunque.

Possiamo accedere a quasi tutto.

Eppure essere più veloci non significa automaticamente avere più tempo.

Spesso succede il contrario.

Abbiamo utilizzato ogni nuova tecnologia che prometteva di risparmiarci tempo per riempire quel tempo con altre cose.

Più messaggi.

Più contenuti.

Più lavoro.

Più finestre aperte.

Più stimoli.

Più scelte.

OK Computer non poteva sapere come sarebbe stato uno smartphone.

Ma conosceva già quella sensazione.

Exit Music: concedere tempo

Exit Music (For a Film) cambia completamente temperatura.

Comincia quasi nell’oscurità.

Una voce.

Poco altro.

Poi cresce.

Lentamente.

Senza fretta.

Radiohead fanno continuamente questo nel disco.

Trattengono.

Aspettano.

Non ci consegnano immediatamente quello che vogliamo.

Ed è quasi ironico ascoltarlo oggi.

Perché viviamo esattamente nel sistema opposto.

Salta introduzione.

Skip.

Avanti.

Velocità 1,5x.

Prossimo contenuto.

Prossima canzone.

Prossimo video.

Se nei primi secondi non succede abbastanza, siamo già altrove.

OK Computer pretende tempo.

E il tempo è diventato una delle cose che facciamo più fatica a concedere.

Let Down: piccoli dentro qualcosa di enorme

Poi c’è Let Down.

Il titolo sembra quasi insufficiente.

Perché dentro quella canzone c’è un’intera teoria dell’esistenza moderna.

Persone trasportate.

Persone spostate.

Persone che attraversano strutture progettate per farle passare da un punto all’altro.

Stazioni.

Strade.

Meccanismi.

La sensazione di essere piccoli dentro qualcosa di enorme.

La musica cresce fino quasi a diventare luminosa.

Ed è uno dei grandi trucchi emotivi del disco.

OK Computer può essere profondamente cupo senza essere musicalmente grigio.

La bellezza non elimina il disagio.

Lo rende ancora più forte.

Karma Police: il bisogno di un ordine

Poi arriva Karma Police.

Una delle immagini più riconoscibili dell’album.

L’idea che debba esistere una specie di autorità superiore capace di presentarsi quando qualcuno supera il limite.

Una polizia del karma.

Qualcuno che sistemi le cose.

Qualcuno che punisca le persone sbagliate.

Qualcuno che ristabilisca un ordine morale.

È quasi infantile.

E proprio per questo è universale.

Quando il mondo ci sembra ingiusto, vorremmo che esistesse un sistema invisibile capace di correggerlo.

Ma OK Computer non sembra fidarsi molto dei sistemi.

Fitter Happier: persone diventate dashboard

Ed è a questo punto che arriviamo al centro vero del disco.

Fitter Happier.

Più in forma.

Più felice.

Più produttivo.

Una voce sintetica elenca istruzioni.

Obiettivi.

Comportamenti.

Modi corretti di vivere.

Non canta.

Non prova emozione.

Non incoraggia.

Registra.

Valuta.

Descrive una persona che sta finalmente diventando ciò che dovrebbe essere.

Salute.

Produttività.

Controllo.

Equilibrio.

Efficienza.

Nel 1997 era inquietante.

Nel 2026 è quasi normale.

Abbiamo dispositivi che contano quanti passi facciamo.

Quanto dormiamo.

Come dormiamo.

Quanto ci muoviamo.

Quanto siamo stati davanti allo schermo.

Quante calorie consumiamo.

Qual è il nostro battito.

Quanto tempo dedichiamo a un’applicazione.

I software misurano la produttività.

Le piattaforme misurano l’attenzione.

I social misurano l’approvazione.

Follower.

Like.

Reach.

Engagement.

Retention.

Views.

Percentuali.

Perfino le persone sono diventate dashboard.

E naturalmente queste informazioni possono essere utilissime.

Il problema non è misurare.

Il problema arriva quando iniziamo inconsciamente a pensare che ciò che non può essere misurato abbia meno valore.

Quanto vale una passeggiata senza destinazione?

Quanto vale un pomeriggio nel quale non produci niente?

Quanto vale ascoltare un album senza fare altro?

Quanto vale una conversazione che non diventerà un post?

Quanto vale essere irraggiungibili?

Fitter Happier sembra chiedere tutto questo senza formularlo direttamente.

Non racconta una macchina che prende il controllo degli esseri umani.

Quella sarebbe fantascienza semplice.

Racconta qualcosa di più inquietante.

Essere noi stessi a desiderare di comportarci come macchine.

Ottimizzati.

Prevedibili.

Efficienti.

Sempre migliori della nostra versione precedente.

E qui, quasi trent’anni dopo, OK Computer diventa improvvisamente contemporaneo in un modo che il disco non avrebbe potuto pianificare.

Oggi possiamo persino parlare con le macchine.

Possiamo chiedere loro di scrivere.

Riassumere.

Tradurre.

Programmare.

Generare un’immagine.

Comporre.

Organizzare.

Ricercare.

Suggerire.

Ricordare.

E ancora una volta sarebbe facilissimo trasformare tutto questo in una lettura anti-tecnologica.

Sarebbe anche sbagliato.

Il problema di OK Computer non è mai stato:

“la tecnologia distruggerà l’umanità.”

È una domanda molto più interessante:

quanto di noi siamo disposti a delegare prima di accorgerci che qualcosa è cambiato?

Il disco non dà una risposta.

Ed è per questo che continua a funzionare.

Electioneering: la macchina del consenso

Electioneering riporta brutalmente il rumore.

Chitarre.

Distorsione.

Pressione.

Politica.

Promesse.

Persuasione.

Un’altra macchina.

Non elettronica.

La macchina del consenso.

Anche qui il punto è lo stesso.

Persone inserite dentro strutture che cercano continuamente di convincerle a fare qualcosa.

Vota.

Compra.

Scegli.

Credi.

Segui.

Reagisci.

Il mondo di OK Computer non è fatto soltanto di computer.

È fatto di sistemi che chiedono continuamente qualcosa all’individuo.

E l’individuo comincia a essere stanco.

Climbing Up the Walls: il rumore dentro

Climbing Up the Walls porta quella stanchezza da fuori a dentro.

Qui non c’è più quasi bisogno di società.

Traffico.

Politica.

Tecnologia.

La minaccia è diventata mentale.

Vicino.

Intima.

Qualcosa che vive dietro le pareti.

Oppure dentro la testa.

Le corde diventano sempre più disturbanti.

La voce sembra perdere stabilità.

La produzione smette di essere semplicemente accompagnamento e comincia a diventare ambiente psicologico.

È una delle ragioni per cui trattare OK Computer come un semplice album “sul digitale” significa perdere metà della storia.

Il disco non parla delle macchine.

Parla della mente umana quando viene esposta troppo a lungo al rumore prodotto dal mondo.

No Surprises: il lusso del silenzio

E poi arriva No Surprises.

Forse il momento più crudele di tutto l’album.

Perché è bellissima.

Talmente bella da poter sembrare rassicurante.

Quasi un carillon.

Una melodia che non aggredisce.

Una voce che non ha bisogno di gridare.

E sotto quella superficie c’è semplicemente il desiderio che tutto smetta.

Niente allarmi.

Niente sorprese.

Niente richieste.

Niente rumore.

Una vita tranquilla.

Una stretta di mano.

Un posto nel quale poter finalmente respirare.

Non è difficile capire perché questa canzone continui a trovare nuove generazioni.

Perché ogni nuova generazione sembra ricevere strumenti migliori per comunicare e contemporaneamente più ragioni per desiderare il silenzio.

Essere irraggiungibili è diventato quasi un gesto radicale.

Spegnere il telefono.

Non sapere cosa sta succedendo.

Non rispondere.

Non produrre.

Non fotografare.

Non condividere.

Non documentare.

Semplicemente stare.

Forse nel 2026 No Surprises non suona più come una canzone malinconica.

Suona quasi come una fantasia di lusso.

Lucky e The Tourist: sopravvivere, rallentare

Poi arriva Lucky.

Catastrofe.

Sopravvivenza.

Rinascita.

Il linguaggio del disco ritorna su qualcosa che aveva già aperto con Airbag.

C’è continuamente il rischio di schiantarsi.

Ma anche la possibilità assurda di uscirne.

E finalmente The Tourist.

L’ultima traccia.

Dopo un disco fatto di velocità, incidenti, tecnologia, trasporto, alienazione, pressione e movimento, tutto arriva a una conclusione sorprendentemente semplice.

Rallenta.

Non serve un manifesto.

Non serve distruggere le macchine.

Non serve fuggire nel bosco.

Non serve dichiarare guerra al futuro.

Serve forse soltanto ricordarsi che il corpo umano non è stato progettato per vivere alla stessa velocità delle cose che costruisce.

Quasi trent’anni dopo è difficile trovare una chiusura più attuale.

Perché una delle grandi promesse della tecnologia è sempre stata la stessa:

fare le cose più velocemente.

E l’abbiamo mantenuta.

Quasi tutto è diventato più veloce.

Una lettera è diventata un messaggio.

Una ricerca in biblioteca è diventata una query.

Una mappa è diventata GPS.

Una fotografia deve essere sviluppata?

No.

È immediata.

Un disco?

Immediatamente disponibile.

Un film?

Subito.

Una persona dall’altra parte del mondo?

Subito.

Una risposta?

Subito.

Persino una risposta generata da un’intelligenza artificiale arriva in pochi secondi.

Abbiamo vinto.

Tutto è più veloce.

E allora perché continuiamo a ripetere di non avere tempo?

Forse OK Computer aveva già individuato il paradosso.

Ogni strumento creato per risparmiarci tempo alza immediatamente l’aspettativa su quanto dovremmo essere capaci di fare con quello stesso tempo.

Più efficienza.

Più produzione.

Più risposta.

Più presenza.

E il guadagno scompare.

Il disco non formula mai questa teoria esplicitamente.

Non deve.

La fa sentire.

L’artwork: quando la mappa diventa rumore

Ed è qui che entra anche la sua copertina.

Perché OK Computer non finisce quando smetti di ascoltarlo.

L’artwork di Stanley Donwood e Thom Yorke appartiene alla stessa opera.

Copertina originale di OK Computer: strade e diagrammi sovrapposti in bianco e azzurro
OK Computer (1997). Artwork di Stanley Donwood e Thom Yorke. Immagine: W.A.S.T.E., negozio ufficiale Radiohead.

Bianco.

Azzurro.

Strade.

Diagrammi.

Scritte.

Elementi sovrapposti.

Informazioni parzialmente cancellate.

Segnaletica.

Frammenti.

Grafica digitale che sembra contemporaneamente precisissima e danneggiata.

Guardarla oggi significa vedere qualcosa di stranamente familiare.

Non perché assomigli a un social network.

Ma perché assomiglia alla sensazione di ricevere troppe informazioni contemporaneamente.

Sai che da qualche parte esiste un significato.

Ma non riesci più a distinguere cosa sia importante.

Una strada.

Un’indicazione.

Una scritta.

Un simbolo.

Un’altra informazione.

Un’altra ancora.

Alla fine la mappa che dovrebbe aiutarti a orientarti diventa essa stessa rumore.

Ed è perfettamente coerente con il disco.

OK Computer è pieno di sistemi creati per aiutare gli esseri umani.

Strade.

Trasporti.

Tecnologia.

Regole.

Procedure.

Sicurezza.

Organizzazione.

E continuamente mostra esseri umani che dentro quei sistemi sembrano sentirsi più piccoli.

Per questo il titolo è straordinario.

OK Computer.

Due parole.

Sembrano il modo più semplice possibile di rivolgersi a una macchina.

Va bene.

Computer.

Procediamo.

C’è qualcosa di docile.

Quasi quotidiano.

Nel 1997 poteva sembrare futuristico.

Oggi sembra una frase che potremmo pronunciare realmente.

OK computer, portami lì.

OK computer, metti questa canzone.

OK computer, ricordami l’appuntamento.

OK computer, dimmi che tempo farà.

OK computer, correggi questo testo.

OK computer, mostrami le fotografie.

OK computer, scrivimi una mail.

OK computer, trovami qualcosa.

OK computer, aiutami.

Non c’è niente di necessariamente terribile in tutto questo.

Anzi.

È incredibile.

Il problema inizia quando smettiamo di capire dove termina l’aiuto e dove comincia la dipendenza.

Ed è una linea che non viene attraversata in un momento preciso.

Non c’è una scena cinematografica nella quale consegniamo le chiavi alla macchina.

Succede un pezzetto alla volta.

Per comodità.

Per efficienza.

Perché funziona.

Ed è proprio qui che OK Computer riesce ancora a entrare sotto pelle.

Non ci dice:

attenzione, arriverà una tecnologia cattiva.

Ci ricorda invece una cosa molto più banale e quindi molto più difficile da evitare:

gli esseri umani si abituano rapidamente a qualsiasi cosa funzioni.

Anche quando quella cosa cambia lentamente il loro comportamento.

Un disco che continua a cambiare

Nella selezione 2014 del National Recording Registry, annunciata nel 2015, la Library of Congress inserisce OK Computer nel National Recording Registry, riservato a registrazioni considerate culturalmente, storicamente o esteticamente significative.

Nel descriverlo, parla di una distopia dell’era dell’informazione e di un’opera capace di funzionare come avvertimento per l’era digitale.

È una definizione quasi perfetta.

Ma chiamarlo semplicemente “disco profetico” continua a sembrarmi riduttivo.

Perché le profezie prima o poi scadono.

Quando ciò che avevano previsto accade, rimangono interessanti soprattutto per averci preso.

OK Computer non funziona così.

Continua a cambiare insieme al mondo.

Nel 1997 poteva parlare della televisione, dell’automobile, del consumismo, della globalizzazione, del lavoro, dei trasporti, della pubblicità, dei computer che cominciavano lentamente a entrare nella vita quotidiana.

Negli anni Duemila poteva parlare di Internet.

Negli anni Dieci dei social.

Nel 2026 è impossibile ascoltarlo senza pensare anche agli algoritmi, alla sorveglianza digitale, all’iperconnessione e all’intelligenza artificiale.

Non perché queste cose siano nascoste nei testi.

Non lo sono.

Ma perché tutte condividono la stessa domanda centrale:

cosa succede all’essere umano quando il sistema che ha costruito diventa più grande della sua capacità di comprenderlo?

Uno specchio del presente

Ed è per questo che non voglio raccontare OK Computer come un disco nostalgico.

Non mi interessa dire che il 1997 fosse migliore.

Non lo era.

Ogni epoca tende a dimenticare i propri problemi e a ricordare soltanto ciò che le manca.

Oggi possiamo fare cose straordinarie che allora erano impossibili.

Possiamo avere accesso praticamente a tutta la conoscenza del mondo.

Possiamo ascoltare qualsiasi album in pochi secondi.

Possiamo parlare con persone dall’altra parte del pianeta.

Possiamo creare.

Lavorare.

Studiare.

Curare.

Condividere.

La tecnologia non ha reso il mondo peggiore.

Lo ha reso diverso.

E OK Computer non ci dice di tornare indietro.

Ci chiede se durante la corsa ci siamo ricordati di portarci dietro noi stessi.

È diverso.

Ed è una domanda che oggi pesa molto più di quanto potesse pesare nel 1997.

Forse è proprio questo il motivo per cui l’album continua a essere tramandato.

Non soltanto ascoltato da chi c’era.

Scoperto da chi non era nemmeno nato.

Perché la grande musica non rimane viva soltanto quando conserva perfettamente il proprio tempo.

Rimane viva quando un tempo nuovo riesce a entrarci dentro e trovarci qualcosa di sé.

OK Computer fa esattamente questo.

Lo ascolti nel 1997 e senti la fine del millennio.

Lo ascolti nel 2007 e senti Internet che sta cambiando tutto.

Lo ascolti nel 2017 e senti l’ansia della vita sociale trasformata in piattaforma.

Lo ascolti nel 2026 e senti esseri umani che hanno iniziato a parlare quotidianamente con macchine capaci di rispondere.

Il disco non è cambiato.

Siamo cambiati noi.

Ed è forse questo l’aspetto più inquietante.

Perché ogni volta che il mondo si avvicina un po’ di più all’universo emotivo di OK Computer, l’album sembra diventare leggermente più giovane.

Non più vecchio.

Più giovane.

Più vicino.

Più comprensibile.

Ci sono dischi che invecchiando diventano documenti di un’epoca.

E poi ce ne sono pochissimi che diventano specchi di epoche nelle quali non sono mai esistiti.

OK Computer è uno di quelli.

E quasi trent’anni dopo, mentre scrivo queste parole su un computer, mentre un algoritmo distribuisce la musica che ascoltiamo, mentre software decidono quali contenuti mostrarci, mentre chiediamo a intelligenze artificiali di collaborare con noi e mentre portiamo in tasca dispositivi capaci di sapere dove siamo, cosa ascoltiamo, cosa guardiamo e a cosa prestiamo attenzione, torno inevitabilmente a quelle due parole.

OK, computer.

Va bene.

Continuiamo.

Aiutami.

Portami lì.

Trovalo.

Ricordamelo.

Suggeriscilo.

Calcolalo.

Scrivilo.

Fallo.

Funziona.

È comodo.

È veloce.

Ed è straordinario.

Ma ogni tanto bisognerebbe fare quello che The Tourist suggeriva già alla fine di tutto.

Rallentare.

Alzare lo sguardo.

E controllare una cosa.

Non se il computer funziona.

Quello ormai lo sappiamo.

La domanda è un’altra.

Noi funzioniamo ancora allo stesso modo?


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