Da Hokuto Shinken ai giochi sotto casa: Ken, Raoh e Toki, le sette stelle e le storie che da bambini guardavamo per i pugni e da adulti abbiamo capito per il dolore.
Green Hill, anelli, Mega Drive e una rivalità leggendaria: Sonic non inseguiva Mario, correva per diventare un’icona.
Dal NES a Switch: Super Mario, i mondi che abbiamo esplorato e quel salto capace di unire milioni di infanzie.
Armature, costellazioni, colpi impossibili e guerrieri che continuavano ad alzarsi quando chiunque altro sarebbe rimasto a terra. I Cavalieri dello Zodiaco ci hanno fatto sognare, ma soprattutto ci hanno insegnato molto presto che un cartone animato poteva anche farci male. E quelle prime lacrime, incredibilmente, funzionano ancora oggi.
Napster, IRC, WinMX, eMule, code infinite e file improbabili. Poi arrivarono iTunes e lo streaming: non cambiò solo il modo di ascoltare musica, ma la nostra idea di possederla.
Prima delle wiki, prima dei social, prima ancora che “fandom” diventasse una parola di uso comune, c’erano già Jedi, Sith, astronavi, action figure, VHS consumate, videogiochi, romanzi e discussioni infinite sulla lore. Star Wars non è mai stata soltanto una saga cinematografica. Per generazioni di nerd è diventata una lingua comune.
Nel 1999 Linux entrò nella mia vita attraverso IRCnet: shell, kernel compilati di notte, bot e configurazioni impossibili. Oggi quella stessa creatura vive nei server delle mie aziende.
Da Windows 95 a Windows 11: trent’anni di desktop, schermate blu, driver e futuro. Non abbiamo soltanto usato un sistema operativo. Ci siamo cresciuti dentro.
L’ho aspettato per anni: magnifico, ambizioso, rotto e impossibile da non amare. Sei anni dopo, Night City è ancora lì. E io continuo a tornarci.
Fantascienza, relatività, buchi neri e il legame fra un padre e sua figlia: perché Interstellar continua a spezzarmi il cuore anche dopo più di dieci anni.